Quel video che Giorgia Meloni non riguarda più
Ve la ricordate quella giovane Giorgia Meloni davanti a una pompa di benzina?
Telecamera accesa, espressione sospesa tra lo stupore e l’indignazione, tono da cittadina appena derubata alla cassa. Indicava il prezzo del carburante e spiegava quanto lo Stato incassasse attraverso le accise. Una tassa dopo l’altra, diceva. E poi l’Iva applicata anche sulle accise. «Lo Stato italiano ci guadagna», denunciava.
Era il 2019. Meloni chiedeva che le accise venissero abolite. Non ridotte, rimodulate o temporaneamente sospese: abolite.
Oggi Giorgia Meloni è presidente del Consiglio. E quel video deve esserle diventato improvvisamente antipatico.
Il 24 luglio 2026 il prezzo medio nazionale del gasolio self-service sulla rete ordinaria è arrivato a 2,161 euro al litro. La benzina è a 1,968 euro. In autostrada, però, entrambi hanno sfondato la barriera dei due euro: 2,228 euro il gasolio e 2,059 la benzina.
Numeri che sembrerebbero perfetti per rifare quel video.
Stessa pompa. Stessa faccia indignata. Un’unica, piccola differenza: questa volta lo Stato che incassa è quello governato da lei.
L’accisa non cresce con il prezzo. L’Iva sì
Qui bisogna essere precisi.
Le accise sui carburanti non sono calcolate in percentuale sul prezzo finale. Sono una cifra fissa per ogni litro venduto. Perciò, quando il petrolio aumenta, l’accisa non cresce automaticamente.
A crescere è invece l’Iva al 22 per cento, perché viene calcolata sul prezzo industriale del carburante, sui margini della distribuzione e anche sull’accisa.
È quella che comunemente viene definita la “tassa sulla tassa”.
La definizione è politicamente efficace, anche se tecnicamente l’accisa entra nella base imponibile sulla quale viene calcolata l’Iva. Il risultato, per l’automobilista, non cambia: paga l’Iva anche sulla componente fiscale del carburante.
Più sale il prezzo prima dell’Iva, maggiore è l’importo incassato dallo Stato.
Non occorre dunque essere esperti di finanza pubblica per capire la contraddizione: quando i carburanti rincarano, le famiglie perdono potere d’acquisto, le imprese sostengono costi maggiori e lo Stato aumenta il gettito Iva.
La domanda è semplice: che fine fa quel maggior gettito?
Lo sconto è finito. I prezzi sono ripartiti
Durante la crisi energetica della primavera il governo aveva ridotto temporaneamente le accise. A giugno lo sconto era ormai sceso a cinque centesimi al litro, poco più di sei centesimi considerando anche l’Iva. La misura è terminata il 3 luglio. Dal giorno successivo sono tornate le aliquote ordinarie.
Il ministro Adolfo Urso aveva rassicurato tutti: i prezzi stavano diminuendo, il governo sarebbe intervenuto soltanto se la crisi internazionale fosse peggiorata.
Poi i prezzi sono aumentati.
Il gasolio ha superato i 2,10 euro, con punte molto più alte in alcuni impianti, ma il governo non sembra intenzionato a ripristinare un taglio generalizzato delle accise.
La sequenza è quasi comica.
Prima si elimina lo sconto perché i prezzi stanno scendendo. Poi i prezzi risalgono, ma lo sconto non torna perché sarebbe troppo costoso.
Per lo Stato, naturalmente.
Per le famiglie, invece, fare il pieno può continuare a costare quanto vuole.
L’accisa mobile esiste. Manca la volontà
Eppure uno strumento ci sarebbe.
È il meccanismo dell’accisa mobile, che consente di utilizzare il maggior gettito Iva prodotto dall’aumento dei prezzi per ridurre temporaneamente le accise. In altre parole: se lo Stato incassa più Iva grazie al rincaro, restituisce almeno una parte di quell’extra agli automobilisti abbassando il prelievo fiscale.
Non sarebbe una rivoluzione bolscevica. Sarebbe semplicemente un modo per evitare che il bilancio pubblico guadagni automaticamente dalla difficoltà delle famiglie.
Il governo ha più volte annunciato di voler rendere questo meccanismo più efficace. Ma tra l’annuncio e l’attivazione continua a esserci quella fastidiosa distanza che separa la propaganda dalle decisioni.
Quando era all’opposizione, Meloni pretendeva l’abolizione delle accise.
Quando è arrivata al governo, ha scoperto che le accise finanziano lo Stato.
Dev’essere stato uno choc.
Il carburante non pesa soltanto sugli automobilisti
Il prezzo alla pompa non riguarda solamente chi parte per le vacanze o chi usa l’auto nel fine settimana.
In un Paese nel quale la maggior parte delle merci viaggia su strada, l’aumento del gasolio entra nei costi di trasporto e, prima o poi, arriva sugli scaffali. Lo paga l’artigiano che si sposta con il furgone, il rappresentante, il pendolare che non dispone di un’alternativa pubblica, il piccolo imprenditore, chi vive lontano dai grandi centri.
Lo paga anche chi non guida.
Il carburante è una delle arterie attraverso le quali l’inflazione circola nell’economia. Lasciarlo stabilmente sopra i due euro significa accettare che il rincaro si trasmetta dalle pompe ai trasporti, dai trasporti alle merci, dalle merci alle famiglie.
Ma parlare di salari, produttività, costo dell’energia, pressione fiscale e potere d’acquisto è complicato. Impone numeri, risultati e responsabilità.
Molto meglio cambiare argomento.
I conti migliorano. Gli italiani, un po’ meno
Il governo racconta un Paese che ha finalmente rimesso in ordine i conti. Il deficit scende, gli impegni europei vengono rispettati, la prudenza del ministro Giorgetti viene presentata come una virtù quasi eroica. Nel Documento di finanza pubblica 2026 l’esecutivo prevede un disavanzo al 2,9 per cento del Pil, sotto la soglia europea del 3 per cento. Un risultato che il ministro dell’Economia rivendica come la prova della credibilità riconquistata dall’Italia. (Ministero dell’Economia e delle Finanze)
Tutto vero. O, almeno, vero nei fogli di calcolo.
Il problema è che il risanamento tanto celebrato non si traduce automaticamente in una vita migliore per chi quei conti contribuisce a raddrizzarli. L’Istat ricorda che, nonostante il recupero degli ultimi due anni, il potere d’acquisto delle retribuzioni italiane resta inferiore dell’8,6 per cento rispetto al 2019. Nel 2026 la crescita degli stipendi rallenta, mentre l’aumento dei prezzi comprime nuovamente i margini di recupero. (Istat)
La Banca d’Italia osserva che i consumi delle famiglie procedono lentamente e che la capacità di risparmio si è deteriorata soprattutto tra i nuclei con i redditi più bassi. Nel frattempo, nel primo trimestre del 2026, la pressione fiscale è salita al 37,6 per cento, tre decimi in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. (bancaditalia.it)
Ecco il punto: i conti pubblici possono migliorare anche mentre peggiorano i conti privati.
Può scendere il deficit mentre aumenta la difficoltà di arrivare alla fine del mese. Può crescere l’avanzo primario mentre si riduce il contenuto del carrello della spesa, può migliorare il giudizio dei mercati mentre peggiora quello di chi deve scegliere se fare il pieno, pagare una bolletta o rinviare una spesa.
La stabilità finanziaria è importante. Ma non è un fine in sé. Se il risanamento viene ottenuto lasciando correre la pressione fiscale, rinunciando a restituire il maggior gettito prodotto dall’inflazione e comprimendo la possibilità di intervenire sui redditi, allora il successo contabile rischia di diventare soltanto il nome elegante dato a un sacrificio imposto sempre agli stessi.
Il governo mostra i decimali del deficit. Gli italiani guardano i decimali sul display della pompa.
E, stranamente, non vedono lo stesso miracolo economico.
Questo passaggio rafforza la tesi senza negare il miglioramento dei conti: ne contesta piuttosto l’uso propagandistico e la mancata ricaduta sul benessere delle famiglie.
La grande fabbrica delle distrazioni
Quando il carrello della spesa si svuota e il pieno si riempie sempre meno, la politica ha due possibilità.
Può intervenire.
Oppure può costruire una distrazione.
Così il dibattito pubblico viene occupato quotidianamente da emergenze identitarie, nemici interni, parole straniere da vietare, libri da censurare, magistrati da attaccare, minoranze da indicare, complotti da evocare e nuove guerre culturali da dichiarare.
Qualunque argomento va bene, purché non si parli troppo a lungo di economia reale.
Non si parli dei salari che inseguono i prezzi, nè delle famiglie che tagliano i consumi. Non si parli delle promesse fiscali rinviate, del prezzo del gasolio, dell’Iva che cresce insieme ai rincari e delle accise che, una volta conquistato Palazzo Chigi, sono diventate improvvisamente indispensabili.
Il vero capolavoro politico non è aver eliminato le accise.
È aver eliminato la discussione sulle accise.
L’opposizione finisce davanti al distributore
Quel vecchio video, dunque, non racconta soltanto una promessa mancata.
Racconta un metodo.
Quando Giorgia Meloni era all’opposizione, ogni tassa era un furto, ogni rincaro uno scandalo, ogni difficoltà la prova dell’incapacità del governo.
Oggi le tasse sono necessarie, i rincari dipendono dai mercati internazionali e le difficoltà sono sempre colpa di qualcun altro.
È il passaggio dall’indignazione alla giustificazione. Dalla benzina della propaganda al gasolio del potere.
Forse Meloni dovrebbe davvero riguardarlo, quel video. Non per nostalgia. Neppure per imbarazzo.
Dovrebbe riguardarlo per rispondere alla domanda che quella giovane donna poneva con tanta sicurezza davanti a una pompa di benzina:
se lo Stato sta guadagnando sui rincari dei carburanti, perché non restituisce almeno una parte di quei soldi agli italiani?
Oppure quella domanda valeva soltanto finché a incassare erano gli altri?
Alla fine restano le promesse
Il punto, ormai, non è più soltanto il prezzo della benzina.
Il punto sono tutte le promesse pronunciate nei comizi, scandite dai palchi, ripetute nei video, trasformate in slogan e poi abbandonate una volta raggiunto Palazzo Chigi.
Le accise dovevano essere abolite. Le tasse dovevano diminuire. Le pensioni dovevano aumentare. I salari dovevano crescere. Il potere d’acquisto doveva essere difeso. L’immigrazione doveva essere fermata. Le bollette dovevano scendere. L’Europa doveva finalmente rispettarci. Lo Stato doveva diventare più leggero, più efficiente, più vicino ai cittadini.
Era tutto semplice.
Bastava mandarli al governo.
Adesso che al governo ci sono, però, ogni promessa si è trasformata in una spiegazione. Le accise servono. Le tasse non si possono tagliare. I salari dipendono dalle imprese. Le pensioni costano troppo. Le bollette dipendono dai mercati. L’immigrazione dalle guerre. L’Europa dai vincoli. Il debito dai governi precedenti.
La propaganda aveva sempre una soluzione.
Il governo ha sempre un alibi.
E allora la domanda finale non è soltanto perché Giorgia Meloni non riguardi più quel vecchio video davanti alla pompa di benzina.
La domanda è un’altra, molto più semplice e molto più scomoda: tra tutte le promesse annunciate nei comizi, urlate nelle piazze e offerte agli italiani in campagna elettorale, quale è stata davvero mantenuta?
Una almeno.
Possibilmente senza cambiare argomento.