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La mia Alitalia

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La fine di un simbolo e di un enorme spreco

Per chi ha avuto l’occasione di viaggiare molto per lavoro – ho messo piede in una ottantina di paesi in giro per il mondo – il momento del rientro a casa, magari dopo una lunga trasferta di cibo così così e alberghi con il plexiglass al posto dei vetri – i freelance non sempre vanno nei 5 stelle – quando arrivava il momento di rientrare, con la carta d’imbarco con l’ala tricolore in mano, un senso di gioia e di casa faceva dimenticare tutti i patimenti e la durezza di certi posti. 

Dopo il check-in, già sul lungo corridoio che porta all’ingresso dell’aereo, degusti l’idea di una caffè, di un quotidiano che ti racconta dei fatti di casa e di qualcuno che parla la lingua di tua madre, l’hostess che ti dà il benvenuto. Non importa se il volo dura sei o otto ore, sai che sei in famiglia, percepisci ogni sfumatura del linguaggio, delle espressioni, ti senti “quasi” come sul divano di casa, tra amici. E quando è il momento dello spuntino, gioisci come un bimbo davanti a un uovo di Pasqua: cosa ci daranno da mangiare?   

Nei voli a lungo e medio raggio le maggiori compagne aeree continuano a servire la colazione, uno spuntino o la cena, in ragione della durata del volo, cosa che le low-cost hanno cancellato, facendo perdere quel momento divertente, che fa parte del viaggio, scoprire cosa c’è nei tanti contenitori sul vassoietto che gentili e sorridenti assistenti di volo servono. Magari il petto di pollo con riso bianco ti ricorda molto il paese che stai lasciando ma accanto scopri dei fantastici pezzetti di Parmigiano o dei piccoli  formaggini rotondi Belpaese, che non vedevi più dai tempi di Carosello.

La livrea e i colori di Alitalia sono stati per decenni un segno di distinzione e di forte identità nazionale, e anche in Bangladesh, l’ultimo dei ragazzini scalzo e vestito di stracci, che staziona davanti all’uscita dell’aeroporto internazionale di Dhaka, in attesa di poterti portare le valige, sa che quando arriva il volo dell’Alitalia, nel cuore della notte, è un buon momento “gli italiani ti danno sempre qualcosa e se non ti danno soldi ti danno i biscotti o i pezzetti di formaggio che non hanno consumato in viaggio”.

Non sempre tutti i voli con Alitalia sono andati bene, i ritardi o il mancato arrivo di un bagaglio metteva in seria difficolta tutto il viaggio, spesso fatto di date e appuntamenti. Una volta la borsa con il cavalletto fece il giro di una mezza dozzina di aeroporti europei prima di vedermelo recapitare in albergo, ad Amman, l’ultimo giorno di lavoro. Fu l’occasione per scoprire che usare la telecamera a mano libera poteva dare uno stile più audace alle immagini. 

Un giorno, su un volo da Milano ad Atene, con scalo a Roma, sale a bordo un pilota Alitalia che si siede accanto a me – non ricordo se tornava o stava raggiungendo la sua destinazione di lavoro. Erano i mesi dei “Volenterosi” dei “Capitani coraggiosi”, quella ammucchiata di imprenditori messi insieme dal governo Berlusconi che dovevano salvare – una delle tante volte – Alitalia. 

Era stato proclamato lo stato di agitazione, gli scioperi erano dietro l’angolo. Conversando con il mio vicino di posto, chi meglio di lui poteva dirmi perché scioperavano in un momento delicato come quello, in cui si stava facendo di tutto per salvare la compagnia, il comandante mi disse: “ guardi, il volo Fiumicino Atene non è sufficiente per elencare le ragioni più importanti del nostro dissenso. Ne elencherò un paio. Tra i volenterosi che dovrebbero salvare Alitalia c’è un imprenditore che ha fondato una compagnia aerea che ormai è data per fallita e il piano di salvataggio di Alitalia prevede l’assorbimento di quella compagnia, del suo personale e dei suoi debiti. Ma non dovevano salvare l’Alitalia? Un’altra cosa, che pochi sanno, è che Alitalia paga le camere degli alberghi, dove pernotta il personale in trasferta, mediamente il doppio del prezzo di mercato e sempre fra gli imprenditori che dovrebbero salvare Alitalia c’è un imprenditore alberghiero che ha stretto un accordo con Alitalia sempre per i pernottamenti del personale, lei immagina a quali prezzi? Adesso vogliono salvare la compagnia facendo pagare al personale i costi di anni di mala gestio, e lei mi chiede se è saggio scioperare?”

Io ero molto contrariato, egoisticamente, per lo stato di agitazione e per l’eventualità di uno sciopero che rischiava di mandare all’aria i miei piani ma non potevo non essere d’accordo con il mio vicino di volo.

Eh sì, a volte si danno giudizi affrettati, senza conoscere tutte le ragioni degli altri e così, per anni, abbiamo additato le “assurde pretese” contrattuali che comitati di base pretendevano di mantenere, anche quando le condizioni non c’erano più, ma immagino lo stato d’animo di molti lavoratori della nostra compagnia di bandiera veder spolpata l’azienda da finti salvatori e spregiudicati politici che hanno usato Alitalia come una grande fonte di dispensatrice di posti di lavoro, di consulenze, di contratti di fornitura e tante altre indicibili nefandezze.

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Na tazulella ‘e cafè

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Storie dal “bél paèse” 

“L’Italia, l’Italia tutta intera, ha un grandissimo problema irrisolto col caffè”.

Anche il caffè cade vittima del revisionismo culturale, etico e consumistico che sta investendo alcuni simboli che rappresentano una stagione non felice della storia umana, la tratta degli schiavi. Non che mi dispiaccia, ma a volte le operazioni di revisionismo storiografico riescono a essere peggiori della stessa storia che tentano di rileggere. 

Il caffè ha origini africane, in Etiopia, ma la rarità delle piante e il costo di coltivazione spinsero i colonizzatori europei a esportare le piantagioni nel nuovo mondo, dove la pratica schiavista produceva importanti utili.

Noi italiani, maldestri colonizzatori, che ci siamo macchiati le mani del sangue di migliaia di africani, senza ragione e senza profitto – se vogliamo ragionare in termini utilitaristici – non abbiamo partecipato alla tratta degli schiavi, né abbiamo adottato il sistema come mezzo di sfruttamento umano ed economico su larga scala, com’è successo nel mondo anglosassone. E forse per questo, non potendo abbattere statue di schiavisti o colonizzatori, ce la prendiamo con i prodotti di quell’origine.

Un lungo articolo de La Repubblica demolisce un culto, un rito, una quotidianità che milioni di Italiani consumano ogni giorno senza essersi mai fatti alcune domande: ma sto bevendo il miglior caffè possibile, lo sto pagando quanto dovuto, esiste un caffè degno del suo nome? Tutte domande, invece, che l’autore s’è fatto e alle quali ha risposto anche con il supporto di diversi addetti ai lavori. L’articolo riconosce che gli italiani non amano il nazionalismo – eccetto forse per il calcio, ma quella è fede e non si discute, aggiungo – e indica alcuni prodotti tipicamente italiani, su cui non siamo disposti a transigere: pasta, pizza e caffè. E proprio per quest’ultimo viviamo in un enorme equivoco, anzi, uno dei più classici psicodrammi, di cui non ce ne rendiamo conto e di conseguenza non lo ammetteremo mai. E poi aggiunge “non ancora, per lo meno”. Evidentemente il giornalista ripone particolare fiducia sulla possibilità di redenzione degli italiani o sugli effetti taumaturgici del suo scritto.

L’articolo inizia spiegando le ragioni per cui gli italiani credono di bere il miglior caffè del mondo: una comunicazione errata e in cattiva fede, una retorica superficiale, elementi di goffo sciovinismo, forme passivo-aggressive di machismo. Ebbene, questi, secondo l’articolo, sarebbero le ragioni che fanno credere agli italiani di bere il miglior caffè del mondo, pensate, persino più di quello francese e tedesco, e non è una battuta. “Questo malinteso ha spiegazioni culturali, sociali, e antropologiche” afferma l’articolo “nelle quali non entreremo, ci limiteremo a spiegare però che gli elementi per giustificare questo senso di superiorità semplicemente non esistono. Anzi, proprio a cagione di questa spocchia in Italia si beve attualmente il peggior caffè del mondo”. 

Non escludo che da qualche parte, in giro per il mondo, si possa bere un caffè migliore di molti bar che si trovano nelle aree di servizio delle nostre autostrade, anzi, vi dico che quei luoghi sono l’ultimo posto dove potete trovare un buon caffè. Probabilmente la stanchezza della guida o la necessità di interrompere monotoni viaggi, molti italiani tracannano pessimi caffè come amare medicine, buone solo per distrarsi dalla noia della guida ma, se non stiamo bevendo il migliore caffè del mondo – sicuramente non quello della stazione di servizio – perché l’autore dell’articolo butta il sasso nello stagno del dubbio e conclude il suo prologo dicendo: “questo malinteso ha spiegazioni culturali, sociali e antropologiche nelle quali non entreremo”. 

Continuiamo a vivere nell’ignoranza e non sapremo mai le ragioni culturali, sociali, antropologiche che ci fanno vivere nel più grande equivoco e clamoroso malinteso gastronomico italiano e soffermiamoci sugli elementi, veri difetti, che l’articolo elenca e che ci fanno giustificare questo senso di superiorità che aleggia tra gli italiani in fatto di caffè.

Il primo a salire sul banco degli imputati è l’uso dello zucchero. Oltre l’evidente danno alla salute per il consumo di saccarosio che il caffè induce, “se una bevanda ha bisogno di un edulcorante per essere bevuta, è una bevanda che ha problemi”, si afferma perentoriamente nel lungo articolo. Non so dire se, in effetti, sia così, ma mi sorge un dubbio: e se gli italiani, e tutti quelli che zuccherano il caffè, fossero in buona compagnia? In molte regioni del mondo, Turchia, Iraq, Siria, ho bevuto un caffè – c’è concesso chiamarlo ancora così? – fortemente zuccherato che, come il tè, in quelle aree del mondo è consumato molto dolce. Probabilmente per l’autore quello servito in quei paesi non assurge al rango di caffè ma di altra bevanda.

Tostatura e colore del caffè. Anche su quest’argomento l’autore ha idee chiare e fermissime certezze. Il colore del chicco di caffè tostato deve essere marroncino tenue. Il colore scuro dei chicchi che vediamo nei macinini del bar è dovuto “all’abbrustolimento” che i torrefattori esercitano, secondo l’articolo, per coprire i difetti e la scarsa qualità, servendoci un estratto di carbone invece che caffè. Ahinoi! 

Il caffè, come qualunque prodotto vegetale, è soggetto a mutazioni e cambiamenti nel corso della lavorazione e anche dopo. Immaginare di mantenere il caffè con lo stesso colore come appena tostato, è un’ingenua convinzione.  Gli oli e la mutazione innescata dalla torrefazione, così come la luce, producono inevitabilmente un processo di decadimento. Basta consumarlo entro determinati parametri, senza farlo invecchiare troppo e prepararlo in un tempo ragionevole per gustare un buon caffè: del resto non abbiamo mai sentito parlare di un’ottima annata di arabica del “62.

Prezzo dell’espresso. Quando parliamo di caffè in Italia, ci riferiamo automaticamente all’espresso del bar o, fino a qualche anno fa a quello della moka fatta in casa, oggi sostituita dalle macchinette a cialde. L’articolo mette sotto accusa anche il prezzo dell’espresso – troppo basso – e addirittura collega lo sfruttamento, il lavoro nero e la sofferenza di tutta la filiera, dalla piantagione fino al bar, al prezzo che paghiamo. Evidentemente s’immagina che i nostri torrefattori e i proprietari dei bar abbiano proprie piantagioni o contratti di esclusiva, da poter imporre il prezzo più vantaggioso, saltando quello che comunemente avviene nella contrattazione delle aste internazionali. Un buon caffè, di marca, presso un distributore importante può oscillare dai 20 ai 30 e oltre €/Kg. Il prezzo può avere importanti oscillazioni in base a molti fattori, come la forza contrattuale del cliente, se il fornitore dà in comodato d’uso le attrezzature e altri accordi particolari. Parlando di miscele comunemente utilizzate in Italia, formate da arabica e robusta, in percentuali che variano in base al gusto del produttore, possiamo osservare che con un chilogrammo di caffè si preparano dalle 140 alle 160 tazzine di espresso, molto dipende dalla quantità che il barista sceglie di usare. L’ideale sarebbero sette gr., quindi, con un chilo si preparano 140 caffè che oggi producono, in media, 140 euro d’incasso. Se il ristoratore ha pagato il caffè a 30€ il chilo – solo i più piccoli e sprovveduti baristi lo pagano questo prezzo – sono comunque perfettamente in linea con il “costo della materia prima” del mondo della ristorazione.   

Caffeina e gusto. Nell’articolo si parla anche di paradosso, con riferimento agli effetti della caffeina, e il paradosso sta nel fatto che essendo un frutto tropicale come può “far male”? Anche qui l’autore dell’articolo rassicura che, come la banana o un altro frutto tropicale, non può far male, bensì è la cattiva gestione della filiera che produrrebbe un caffè con un’alta percentuale di caffeina, a essere dannosa al nostro sistema nervoso. Ancora una volta l’immaginazione suggerisce che i torrefattori italiani non riescano a intervenire sufficientemente sui metodi di coltivazione, per cui solo noi italiani beviamo un pessimo caffè. Quindi, anche bevendo una dozzina di caffè, proveniente da una filiera correttamente gestita, la caffeina di dodici tazzine di espresso non dovrebbe procurarci nessuno scompenso, è un frutto tropicale come può far male? 

Sui benefici del caffè e tutte le altre bevande nervine si sono spese migliaia pagine di ricerche, di test, di studi, dove tutte hanno nelle loro conclusioni un unico elemento: il caffè, il tè, la cioccolata, la camomilla e gli infusi assimilabili come quelli del guaranà o dell’erba Mate, sono accomunati dall’avere un effetto stimolante ed energizzante sull’organismo. Punto. 

Per il resto, ogni ricerca ha messo in risalto determinate conseguenze, benefici, danni ed effetti collaterali, tutto in accordo all’obiettivo che la ricerca voleva dimostrare. Sull’argomento non serve dire altro, si è già detto e scritto fin troppo, tanto da non avere chiaro ancora oggi se fa bene o male, però, tutti i ricercatori sono concordi nel dire che eccedere nel consumo può avere effetti nefasti. 

L’articolo afferma che gli italiani hanno la certezza che il caffè abbia il sapore che conosciamo. Come dire, siete sicuri, magari in realtà ha tutt’altro sapore. E, in effetti, si legge chiaramente: “Il sapore del caffè è altra cosa” e non quello del carbone cui siamo abituati. 

Se siamo abituati a bere estratto di carbone, qual è il caffè di riferimento, quello che avrebbe l’autentico sapore della bevanda che aspiriamo a bere quando mandiamo giù un espresso? È quello francese, tedesco, svedese o il lungo americano? E qual è il metodo di preparazione del caffè perfetto? Caffettiera moka, all’americana, con filtro mobile a compressione, espresso, filtrato, alla napoletana o forse quello turco, preparato nel cezve, il tipico bricco di rame e ottone con il lungo manico? 

Non c’è traccia, nessun riferimento da prendere come termine di paragone per comprendere cosa sia davvero il caffè e quale il suo gusto autentico.

Come far uscire il caffè dalla banalizzazione?

C’è, invece, nell’articolo, una serie di suggerimenti per far uscire il caffè dalla banalizzazione. Non è chiaro, neanche qui, se noi italiani abbiamo banalizzato il caffè come prodotto o forse come lo consumiamo, ed è ancora meno chiaro, il modello Smart o Cool, mutuando due termini dal linguaggio marketing, cui dovremmo guardare. Molti degli addetti ai lavori fanno riferimento allo “specialty coffè” una panacea a tutti i mali del comparto.

Lo specialty coffè è una corrente di pensiero che sta facendo capolino tra gli addetti e che mescola alcuni importanti concetti, come la sostenibilità, l’equo compenso per i produttori, controllo della filiera, forse un disciplinare sul prodotto caffè, come si è fatto con tanti altri prodotti – anche se nessuno ne parla – la preparazione professionale dei baristi. Una monumentale montagna di argomenti e buoni propositi che gli addetti ai lavori sentono come un’impellente esigenza per “sbanalizzare” tutto il comparto. Scorrendo tra le ricette che i ristoratori, baristi, torrefattori hanno elencato per un migliore e consapevole consumo della magica bevanda – insieme al tè la più bevuta in tutto il mondo – c’è quella di acculturare il cliente nel consumo del caffè, non “per esigenza” ma piuttosto “per esperienza”. Qualcuno indica la necessità di comunicare ai consumatori “che bere tazzine di caffè a un euro è, semplicemente, uno scandalo” e lo Specialty coffè è l’unico comparto dell’industria del caffè a non generare povertà. Immagino che i baristi di questi avveduti imprenditori percepiscano stipendi superiori alla media e paghino il caffè più del doppio del prezzo di mercato o, forse, lo Specialty è solo una bella etichetta per giustificare un espresso magari a tre Euro che ripaghi anche le luci, la musica e l’atmosfera. 

Sostenibilità e scelta Green sono due concetti che il marketing ha colto al volo per ammantare molti prodotti di una nuova veste, di moda, molto ricercati da un popolo di nuovi consumatori che non si limitano a consumare e basta ma si chiedono la provenienza e l’impatto su ambiente e popolazioni dei luoghi di provenienza dei prodotti che consumano. Non sempre quest’attenzione dei consumatori si traduce in migliori condizioni dell’origine della filiera, spesso è l’ultimo miglio a beneficiarne, ma vale ancora la pena insistere nel cercare di avere informazioni sulle condizioni dei lavoratori della filiera perché, in piccole realtà, a macchia di leopardo, significativi passi avanti sono stati fatti.

Tornando al clamoroso equivoco gastronomico d’Italia, che il lungo articolo de La Repubblica ha tentato di dipanare, più che equivoco gastronomico dovremmo parlare di provincialismo, come quello del consumatore italiano, convinto di bere il miglior caffè del mondo, forse anche l’autore sembra non essere sfuggito, soffermandosi sulle abitudini, sui tic e le manie, senza soffermarsi sulle origini di tutto ciò. 

Le abitudini, le usanze, le consuetudini, sommate al modo di vivere, alle tradizioni, sono tutti gli elementi stratificati, in una parola, qualcosa che ha a che fare con la cultura di un popolo, e se non si prendono in esame proprio quegli aspetti che all’inizio dell’articolo l’autore non ha voluto analizzare, è difficile comprendere cosa c’è dietro al caffè sospeso di Napoli o al Bicerin torinese.    

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Il mio G8 di vent’anni fa

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Non ho mai raccontato la mia esperienza al G8 di Genova di vent’anni fa, non avrebbe aggiunto o rivelato nulla a quello che abbia visto e letto sui quei terribili giorni. Anche una buona dose di disagio nel ricordare quelle poche ore trascorse a Genova mi ha fatto archiviare quell’esperienza. 

Come fotogiornalista raramente ho scelto di seguire quelle che in gergo si chiamano Hot News, gli eventi di una certa importanza che sono seguite dalle più importanti agenzie di stampa del mondo intero, ed è abbastanza ovvio che, come freelance, non posso competere sulla velocità. Infatti, la mia scelta cadde su un aspetto marginale, meno impattante ma certamente importante: avrei raccontato il G8 da un altro punto di vista, della gente comune, degli operai e pensionati che vivevano nelle zone rosse. Il settimanale tedesco al quale avevo proposto il servizio aveva dato luce verde. Ricevute alcune dritte e chiarita qualche richiesta, decisi di andare a Genova in treno. Da Milano erano diversi i gruppi di partecipanti e attivisti – chiamiamoli così – che riempivano i vagoni. L’aria che si respirava era quella di prima della battaglia, come quando Cesare, esortando l’esercito alla battaglia secondo l’uso militare, Cesare ricordò i propri meriti acquisiti in ogni tempo verso di loro e soprattutto, chiamando loro stessi a testimoni… ma loro malgrado, tanti finirono per essere protagonisti e molti anche vittime della violenza che in quelle ore si scatenò in tutta la città. La tentazione era di cominciare a fotografare e raccogliere qualche storia a bordo del treno ma poi, visto il clima che si respirava, ricordai a me stesso che non era quella la storia che stavo cercando di raccontare.

Alla radio le notizie riferivano di tafferugli e scontri isolati qua e la per la città ma nulla che lasciasse presagire quello che sarebbe accaduto da lì a qualche ora. Avevo appuntamento con Ettore, un pensionato della Breda che viveva a due passi da Piazza Alimonda, dove cadde ferito a morte Carlo Giuliani, il manifestante che stava tentando di scagliare un estintore su un carabiniere, rimasto intrappolato sulla jeep. Feci alcune foto di Ettore e di alcuni suoi vicini mentre i rumori di scontri e vetrine rotte arrivavano dalla piazza. Avevo finito di fotografare in quella zona e dovevo recarmi poco lontano, in piazza delle Americhe, proprio a ridosso della zona chiusa, cuore del G8. Gli scontri erano violenti e a un certo punto scattò la caccia ai fotografi e ai cineoperatori che tentavano di mettersi al riparo o stavano vicino alle forze dell’ordine. Molti colleghi furono rapinati dalle attrezzature, alcuni riuscirono a difendersi con non poche botte e danni alle attrezzature. Io viaggiavo leggero, avevo una borsa di tela militare, nulla che facesse pensare a una borsa fotografica. Al collo avevo una Leica che tenevo seminascosta da una sciarpa, la Nikon digitale con cui avevo fatto le foto a Ettore e ai suoi vicini era nella borsa. Andavo spedito cercando di evitare di incrociare gruppi di facinorosi che prima si esaltavano davanti ai fotografi e cineoperatori che li riprendevano a distanza, dopo, per i colleghi che si avvicinavo troppo, botte e rapina erano assicurate.  Improvvisamente tre ragazzi, tutti in nero, due parlavano italiano e l’altro inglese, con un chiaro accento tedesco, mi circondarono. Vogliono la macchina che ho al collo e la borsa. Comincia una concitata trattativa, dico loro che non ero lì per fotografare gli scontri ma non sentono ragione. A quel punto chiedo loro se sono manifestanti per una causa o rapinatori? Perché se sono rapinatori, dico loro, faccio prima a consegnargli il portafogli. Un momento d’impasse, si guardano, non sanno cosa fare. Il tedesco urla camera, camera, a quel punto dico agli italiani “allora siete rapinatori”, uno dei due italiani mi dice che sono combattenti contro il sistema, a quel punto un autoblindo della Polizia ci passa accanto, e nel timore di essere loro l’obbiettivo dell’autoblindo, si allontano correndo. Poco dopo arrivò la notizia dell’uccisione di Carlo Giuliani. Non avevo più voglia di fare quel servizio, sapevo che fino a quel momento mi era andata bene, non sapevo come avrei potuto reagire a un altro tentativo di rapina, perché di rapina si trattava così come le tante che subirono molti colleghi. Tornai a Milano, chiamai il giornale e dissi loro che non avevo fatto il servizio, del resto, con tutto quello che era accaduto non sarebbe mancato loro cosa mettere in pagina. Le storie e le immagini di quelle ore fecero il giro del mondo, i fatti della Diaz, di Piazza Alimonda, vent’anni dopo continuano ad avere narrazioni diverse, di parte, senza un briciolo di obbiettività.

In queste ore si possono leggere molti commenti e ricostruzioni su quei fatti, in televisione un documentario tenta una ricostruzione, in tanti illustri commentatori raccontano le loro versione, in molti tentano di spiegare le ragioni di un fallimento. Sì perché di fallimento dobbiamo parlare. Fallì il governo nell’organizzazione del servizio di Pubblica sicurezza, fallirono le organizzazioni sindacali, fallirono le associazioni No global, i mezzi di comunicazione, le forze di Polizia, anche io, tornai senza foto, gli unici che raggiunsero il loro scopo furono i Black Bloc, un’orda di barbari arrivati da tutta Europa con un solo obbiettivo, mettere a ferro e fuoco la città. 

Beppe Grillo, il penultimo rivoluzionario cubano.

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Il garante del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo esprime il suo sostegno al governo di Cuba e alla rivoluzione castrista pubblicando sul suo blog una lettera pro Havana di Frei Betto, teologo e politico brasiliano, in cui difende la rivoluzione castrista che assicura tre fondamentali diritti umani: cibo, salute e istruzione. Vi state chiedendo che ne è della libertà, del diritto fondamentale, il primo e indispensabile diritto senza il quale gli altri sono solo concessioni? Non è contemplato e non ne fa mistero Frei Betto, così come tanti, tantissimi intellettuali e importanti personaggi della cultura della seconda metà del Ventesimo secolo.

Ma per comprendere la vicenda, facciamo un passo indietro. 

Per noi baby boomer, cresciuti durante gli anni di piombo, con il poster di Che Guevara in camera e il proclama Patria o morte sulle magliette e le bandiere sventolate durante le occupazioni studentesche, il regime di Fidel Castro ha rappresentato l’isola felice del socialismo. Cuba era la realizzazione dell’eguaglianza sociale e politica, il luogo dove la dignità umana e la giustizia erano la plastica testimonianza di un’alternativa al modello delle sgangherate democrazie occidentali, basate sul consumismo, la crescita del Pil e le classi sociali.  E ancora prima di tutto ciò c’era l’innamoramento per un ideale di rivoluzione romantica, incarnata da un personaggio da romanzo, bello come un divo di Hollywood e capace di parlare alle masse con parole semplici e dirette: Ernesto Guevara, il rivoluzionario, guerrigliero, scrittore, politico e medico argentino, divenuto un’icona per milioni di studenti e aspiranti rivoluzionari.

Ero nella pancia di mia madre durante la fallita invasione della Baia dei Porci, tentata da uno sparuto gruppo di esuli cubani, finanziati dalla CIA, e sicuramente non camminavo ancora quando Nikita Krusciov, per reazione, inviò una serie di missili che dovevano essere installati sull’isola caraibica. I missili non arrivarono mai ma il mondo arrivò a un tanto così dall’olocausto nucleare. Non sapremo mai se Kennedy sarebbe stato davvero disposto ad affondare le navi russe arrivate con il carico nucleare da installare in quello che gli americani consideravano il cortile di casa e nel dubbio, forse, anche il presidente sovietico Krusciov preferì desistere. Da allora migliaia di libri, centinai di convegni, interminabili dibattiti – complice la guerra fredda e la divisione del mondo in blocchi contrapposti – ci hanno instillato l’immagine di una società cubana felice della loro dignitosa povertà, di un popolo indomito che non si è piegato al modello consumistico e libertario americano che aveva trasformato l’isola cubana, governata da Batista, in un grade Casinò e in un esotico bordello a cielo aperto. 

Come dicevo, non ero ancora nato quando tutto ciò ha avuto inizio, ed ero scolaretto alle elementari quando il mito vivente, passato alla storia come il simbolo delle lotte per la libertà e la giustizia sociale, Ernesto Che Guevara, stanco, affamato e stremato, finiva i suoi giorni, tradito dai contadini che era venuto a liberare e nel tentativo di esportare la rivoluzione, in una sperduta località tra le montagne boliviane. 

In milioni, studenti e rivoluzionari sognatori, abbiamo usato la nostra libertà per manifestare e sostenere un regime che non contemplava proprio la libertà tra i suoi diritti fondamentali e per decenni ci siamo recati sull’isola per manifestare il nostro appoggio alla causa castrista assieme all’apprezzamento per il suo rum, i suoi sigari e le sue donne, divenuti i maggiori prodotti di esportazione.

Sono stato alcune volte a Cuba, per lavoro e per turismo. L’isola felice del socialismo e delle abolizioni delle classi sociali tutto mi è sembrato che felice. La curiosità per come vivevamo noi europei, per i nostri prodotti, per la libertà che avevamo di andare dove volevamo, per tanti cubani erano motivi di curiose domande e talvolta aspri dibattiti su quanto effettivamente eravamo liberi. In alcuni casi avevano ragione: un operaio o un contadino europeo difficilmente poteva permettersi di viaggiare liberamente, le condizioni economiche di milioni di europei, con salari appena sufficienti alla sopravvivenza, per gli attivisti cubani erano la conferma che vivevamo in uno stato d’immaginaria libertà. In fondo loro vivevano meglio: non aspiravano a un’economia di mercato, capace solo di produrre schiavi del consumismo, loro avevano la musica, l’allegria, l’idea di una rivoluzione che li aveva liberati e un regime che assicurava una casa, cibo e istruzione per tutti. Prima di ripartire, spesso ci chiedevano di barattare i nostri jeans o le nostre logore scarpe da ginnastica con qualche bottiglia di pessimo rum o con una scatola di sigari, puro habano, trafugati dalle fabbriche di stato. Lasciando l’isola, ogni volta, mi chiedevo da che parte stava la ragione: erano più liberi i cubani o noi europei? Se la felicità è fatta anche di un paio di logore scarpe da ginnastica e un vecchio jeans, in fondo non doveva essere così terribile vivere a Cuba, o no?

Grillo, dall’altra villa in Sardegna perché quella di Marina di Bibbona l’ha messa in affitto a 12.500 Euro settimana – magari c’è qualcuno che vuole respirare l’aria dell’elevato – esprime solidarietà al regime cubano. Una volta tanto Grillo è coerente. Il leader massimo pentastellato non fa mistero delle simpatie per il regime cinese, di cui, probabilmente, apprezza il ruolo e la figura di Xi Jinping, che incarna tutto il potere e la forza della Cina: è capo politico e militare e padre padrone del paese più popoloso al mondo, e per Grillo che si sente anche lui un po’ padre, un po’ padrone e tanto leader, il modello cinese o quello castrista sembrano interessarlo particolarmente.

Beppe Grillo è il penultimo rivoluzionario cubano perché ci sarà sempre qualcuno, andando in vacanza sull’isola, che s’innamorerà della rivoluzione cubana e dei suoi simboli e i più fortunati potranno ballare in compagnia la Salsa cubana sorseggiando un’elegante Margarita o, più prosaicamente, un Cuba Libre, mentre i meno fortunati potranno accontentarsi dei libri del Che.

Probabilmente moriremo cinesi, come ha scritto Rampini, ma cino-grillino è un’onta che non so se potremo perdonarci.

Tra est e ovest, i diritti umani negati

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La Corte Suprema americana si è pronunciata giovedì a favore di due società Usa accusate di complicità nella schiavitù infantile nelle coltivazioni di cacao della Costa d’Avorio. La decisione è stata l’ultima di una serie di sentenze che impongono limiti rigorosi alle cause intentate in tribunale federale per violazioni dei diritti umani all’estero.

A Hong Kong una massiccia operazione di polizia, con 500 agenti, ha arrestato diversi giornalisti del quotidiano Apple Daily, dell’editore pro-democrazia Jimmy Lay, già arrestato ad aprile scorso e condannato a 14 mesi di detenzione. Gli agenti di polizia hanno fatto irruzione nella redazione del giornale provocatoriamente pro-democrazia; i computer dei giornalisti controllati; arrestati i migliori editori; congelati i conti aziendali; e ha avvertito i lettori di non ripubblicare e condividere alcuni dei suoi articoli online.

Negli Stati Uniti un gruppo di sei cittadini del Mali ha avuto la possibilità di ricorrere a un tribunale per affermare di essere stati vittime della tratta in schiavitù da bambini. Hanno fatto causa a Nestlé USA e Cargill, affermando che le aziende avevano aiutato e tratto profitto dalla pratica del lavoro minorile forzato. Il caso si è concluso con un nulla di fatto, il giudice Clarence Thomas, scrivendo per una maggioranza di otto membri, ha affermato che le attività delle società negli Stati Uniti non erano sufficientemente legate agli abusi asseriti.

La Cina, in maniera sempre più esplicita afferma che quanto avviene a Hong Kong riguarda esclusivamente le autorità locali e nessuno deve intromettersi negli affari interni del Paese. Un rapporto di Amnesty International del 2020ha denunciato come la Cina ha continuato la sua inesorabile persecuzione dei difensori dei diritti umani e degli attivisti, nonostante le disposizioni costituzionali e i suoi impegni e obblighi internazionali. Durante tutto l’anno, sono stati sistematicamente oggetto di molestie, intimidazioni, sparizioni forzate e detenzioni arbitrarie e lunghi periodi di reclusione.

Libertà di stampa e diritti umani sono le due facce della stessa medaglia, la medaglia della democrazia. Da che parte pende la nostra visione di democrazia?  

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Le foto del genocidio abbellite e colorate

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Vice, il gruppo media internazionale costretto a scusarsi e a rimuovere le foto ritoccate delle vittime di Pol Pot

In queste ore in Cambogia sta facendo molto discutere il caso della testata internazionale Vice che ha pubblicato una serie di foto delle vittime del genocidio dei Khmer rossi colorati e alcune apparentemente modificate per aggiungere sorrisi ai loro volti.

La Cambogia ha condannato le immagini dell’artista irlandese Matt Loughrey che ha modificato le foto che ritraggono i prigionieri che sono stati schedati con immagini in bianco e nero, scattate nella famigerata prigione di Tuol Sleng, dove migliaia di persone sono state torturate e interrogate prima di essere inviate ai campi di sterminio di Choeung Ek.

Youk Chhang, il direttore del Centro di documentazione della Cambogia , che conserva un vasto archivio di materiale relativo ai Khmer rossi, lui stesso è un sopravvissuto, ha detto che il suo cuore batteva all’impazzata quando ha visto le versioni ritoccate delle immagini. “Come puoi trasformare l’inferno in felicità?” si è domandato. “È stata una grave ingiustizia alterare un simile pezzo di storia, che è ancora una storia vivente”.

Il Ministero della Cultura e delle Belle Arti ritiene che le immagini modificate “compromettano seriamente la dignità delle vittime” e ha chiesto che vengano rimosse dalla pubblicazione, minacciando azioni legali.

Vice ha detto che in effetti qualcosa nei suoi meccanismi di controllo dei suoi standard editoriali non ha funzionato: “L’articolo includeva fotografie di vittime dei Khmer Rossi che Loughrey ha manipolato oltre la colorazione …

Ci rammarichiamo dell’errore e indagheremo sulle cause che hanno consentito la pubblicazione delle foto senza il necessario controllo “.

Nell’intervista con Vice, ora rimossa, Loughrey ha detto di aver iniziato a lavorare sulle fotografie di Tuol Sleng quando è stato contattato da qualcuno in Cambogia che voleva che tre fotografie – inclusa una foto d’identità scattata all’interno della prigione – venissero restaurare.

Ha poi lavorato su ulteriori immagini delle vittime, aggiungendo che più persone si erano fatte avanti con simili richieste.

Alla domanda sui sorrisi che apparivano sui volti di alcune vittime, Loughrey ha detto che ciò potrebbe essere dovuto al nervosismo e che le donne sembravano sorridere più spesso degli uomini, ma non ha detto di aver aggiunto sorrisi ad alcune delle immagini restaurate.

Tuttavia, sui social media, le persone hanno pubblicato quelle che sembravano essere le immagini originali insieme alle versioni modificate, chiedendosi perché le espressioni degli individui fossero cambiate.

Il Ministero della Cultura e delle Belle Arti ha dichiarato che il progetto di Loughrey, che ha utilizzato le foto delle vittime del genocidio abbellite e colorate, ha anche violato i diritti del museo in quanto legittimo proprietario e custode delle immagini. “Esortiamo i ricercatori, gli artisti e il pubblico a non manipolare alcuna fonte storica per rispettare le vittime”.

Si stima che circa 1,7 milioni di persone, un quarto della popolazione della Cambogia all’epoca, furono uccise tra il 1975 e il 1979 sotto il regime dei Khmer rossi.

Il numero dei morti non è mai stato calcolato con precisione, e le stime dal milione e mezzo ai tre milioni di morti tra il 1975 ed il 1978, pari a circa un quarto della popolazione cambogiana. Questo episodio è spesso citato come esempio della presunta brutalità del Comunismo, tuttavia ci si dimentica di ricordare che furono proprio i comunisti ad essere le vittime del genocidio cambogiano . Pol Pot , infatti, si preoccupò di eliminare tutti coloro che erano stati formati, sia negli studi che nell’arte militare, da parte del Partito Comunista Vietnamita, che aveva fornito loro una solida formazione marxista-leninista.

Le fake news fanno parte ormai del nostro quotidiano tanto da costringere i maggiori sociali e i governi a trattare seriamente l’argomento ma soprattutto a istituire strumenti e meccanismi per contrastarle. Dopo le News adesso tocca anche alle immagini? Photoshop ci ha abituati a incredibili effetti e a sorprendenti montaggi, dove il fantastico diventa verosimile e l’impossibile possibile ma raramente si è cercato di spacciarle per originali e, nei pochi casi in cui si è tentato di farlo sono sempre stati miseramente smascherati.

L’altro Matteo

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Scrivendo del Matteo del Papete, per equità e par condicio – e anche perché me l’ho ha ordinato il medico, e non è uno scherzo – non potevo non pensare che anche l’altro Matteo meritava che si scrivessero un paio di cosine sul suo conto. Ma mentre iniziavo a scrivere, qualcuno, scrivendo meglio e molto di quello che avrei fatto io, ha sintetizzato in queste ottime righe quello che in tanti pensano.

E allora perché spendere altre energie? Quest’articolo, di cui sottoscrivo ogni singola parola, è stato scritto da Daniela Ranieri su Il Fatto quotidiano del 30 gennaio 2021.

RENZI: È ORA DI CHIEDERSI PER CHI LAVORA DAVVERO

Questa sciagura che affligge l’Italia dal 2014 produce oggi i suoi effetti più esiziali. Il calibro dell’uomo è tale che non ha trovato momento migliore per esercitare la sua volontà di prepotenza dell’apice di una pandemia che ha provato il Paese allo stremo. Aveva solo l’arma di far cadere il governo, distruggere l’alleanza che lo reggeva, disarcionare il presidente del Consiglio che ha dieci volte il suo consenso, e l’ha usata. Ora, incattivito dal sapersi odiato dalla maggioranza degli italiani da cui pretendeva di essere adorato (è la definizione di personalità narcisistica secondo Lasch: una formazione psichica in cui “l’amore rifiutato ritorna a sé sotto forma di odio”), dopo aver prodotto il disastro se ne va bel bello in Arabia Saudita a curare i suoi affari economici e ad adulare un regime efferato e liberticida; come un bambino che dopo aver distrutto un giocattolo si dirige verso un’altra distrazione senza alcun senso di colpa e responsabilità. Il video che testimonia della sua gita è sconcertante. Nonostante sembri leggerla da un gobbo o recitarla a memoria, la prolusione in inglese grottesco è un’agghiacciante mistura di piaggeria e banalità. “È un grande piacere e onore essere qui con il grande principe Mohammad bin Salman. Per me è un privilegio poter parlare con te di Rinascimento Credo che l’Arabia Saudita possa essere il luogo per un nuovo Rinascimento futuro”. E come no. Nascesse oggi a Riyad, l’omosessuale Michelangelo sarebbe arrestato, frustato, internato in clinica psichiatrica, amputato e ammazzato con esecuzione pubblica. È di qualche rilevanza che il grande principe Mohammad bin Salman, chiamato con deferenza Vostra Altezza, sia ritenuto dall’Onu il mandante dell’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel 2018 nel consolato saudita di Istanbul. Ora viene magnificato come un principe rinascimentale da colui che ha definito Conte un “vulnus per la democrazia”. (A proposito: chissà se dopo l’ospitata ancora se lo litigano l’Onu e la Nato). Habitué dei regimi del Golfo, dove da tempo piazza discorsi (anzi: speech) lautamente remunerati (a lasciare interdetti è che nel mondo ci sia chi è disposto a pagare per starlo a sentire, quando la maggioranza degli italiani pagherebbe per non sentirlo più), si dice geloso del “costo del lavoro” locale, ignorando o fregandosene del fatto che in Arabia Saudita esistono forme di lavoro neo-schiavistico e milioni di immigrati lavorano alla crescita economica del regime in condizioni disumane. Le donne, che lui si vanta di “valorizzare” in patria (togliendo loro la parola, facendole dimettere a comando), non hanno alcun diritto e sono sottoposte alla tutela maschile, e se si ribellano alla legge vengono torturate. (Ma forse si riferiva al costo del suo lavoro: 80 mila euro sauditi l’anno). Il discorso prosegue con le banalità che ci si aspetta da lui, già sentite nel documentario kitsch di cui fu autore: dopo la peste viene il Rinascimento, Firenze piena di soldi, “tanti soldi, così buoni finanziamenti, per creare un buon cittadino con un grande investimento nell’istruzione, nell’intelligenza umana” (traduzione di Fabio Chiusi). Baggianate da marketing, con spreco di quella “bellezza” da depliant turistico in albergo, che prima scriveva nei suoi “libri” e ora va a dire nelle petromonarchie più sordide del mondo. Lì dove partono le bombe per lo Yemen lui vede un nuovo Rinascimento. Lo sberluccichio dei soldi lo acceca, gli erode la eventuale moralità residua. Da Riyad muove pedine in Italia per bocca delle vestali del suo partito-setta: spediamo Conte in Europa e mettiamo Gentiloni a capo del governo, anzi Sassoli, anzi Di Maio, anzi mettiamo Draghi all’economia e promettiamogli il Quirinale. Torna per le consultazioni con aereo privato pagato dal fondo saudita nel cui board siede, si burla della massima Istituzione della Repubblica producendosi in un comizio in cui con voce stridula dice il contrario di quello che intanto fa trapelare dalle agenzie. Pare in preda a un delirio

superomistico, uno che non ha più niente da perdere. Nel nostro ordinamento non esiste il reato di apologia di regimi dittatoriali e sanguinari. Ci si può recare in cambio di soldi a rendere omaggio ai loro padroni. Anche il suo idolo Tony Blair, quello che si era inventato armi di distruzione di massa in Iraq, e Obama lavorano come conferenzieri; ma nessuno di loro è ancora attivo in politica, mentre lui è senatore e membro della commissione Difesa: o nell’universo parallelo degli affari si è ritirato dalla politica nel 2016? Come diceva lui quand’era al governo e si sentiva Nerone: poche chiacchiere. Per chi lavora questo personaggio? Perseguendo quali interessi? La domanda è lecita, visto che le risposte “per gli italiani” e “nell’interesse esclusivo della Nazione” sono a questo punto le meno probabili.

Un Matteo vale l’altro?

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Un caro amico mi fa notare come mi occupi solo e sempre dei misfatti di Salvini & Co. senza mai indignarmi, invece, per lo spettacolo che il governo, appena dimesso, ha dato di sé.

Tradizionalmente, tutti i governi che si sono succeduti, da Mani pulite in avanti, chi più o chi meno, hanno fatto rimpiangere, e non poche volte, quei governi che magari duravano solo pochi mesi o quelli che ti fanno ancora dire “si stava meglio quando si stava peggio”. Sì, è un giudizio sommario e un tantino superficiale, me ne rendo conto ma oggi la politica, che vive di immediato e facile consenso e insegue gli umori dell’elettorato, cambia idea e programmi in base ai sondaggi e per alcune forze politiche è diventato il loro modo naturale di fare politica e il giudizio non può che essere altrettanto affrettato e superficiale. I trend e i topic dei social dettano il programma politico, e l’obiettivo è rispondere agli umori dell’elettore per governare per un’intera legislatura. I governi di prima non riesco a valutarli, ero troppo giovane per le noiose tribune elettorali, gli unici momenti in cui i politici facevano finta di parlare alla gente ma per quanto male abbiano fatto, hanno comunque ricostruito un Paese, da agricolo a quinta economia mondiale. 

Oggi ci alterniamo da un Matteo all’altro, da un veto a una crisi balneare, senza capirne davvero le ragioni. Certo, non mancano i motivi per indignarsi per il triste teatrino del Conte due, che era figlio, guarda caso, del Conte uno, eletto da quelli del Vaffa day e di Roma ladrona, il cui capo è proprio quel Matteo balneare, del Papete, che poi decise, tra un ghiacciolo e un bagno, che il suo socio di governo doveva andare a casa, prescindendo anche dalle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica. Quell’altro Matteo – quello dello “stai sereno” -, invece,  con la stessa serafica sicumera invoca il futuro dei suoi figli – cuore di papà – e l’eventualità che questi possano un domani chiedergli conto delle sue azioni sul Recovery fund e su come è stato utilizzato, e per questo vuole mandare a casa Conte ma non la sua maggioranza, che potrebbero sostenere solo a determinate condizioni. Pronti a riappoggiare un altro Conte: il Conte ter. Non chiedetemi di più, faccio fatica a capire.

Anche il primo Matteo tira in ballo spesso la progenie, come quando, andando dai magistrati per il caso della nave Diciotti, disse che non sapeva cosa rispondere alla figlia che gli chiedeva perché andava davanti ai magistrati, lui che aveva fatto solo il suo dovere, aveva difeso i confini della patria. La minaccia era costituita da un centinaio di sfiniti naufraghi.

Ma perché, secondo il mio amico, è il Matteo del Papete che critico di più? 

La coerenza e l’onestà intellettuale, oltre alla storia politica che rappresenta, sono per me la cartina di tornasole di chi mi deve rappresentare, ed è difficile che possa sentirmi rappresentato da uno che per anni ha letteralmente sputato addosso a una parte del Paese, rei di essere fannulloni e parassiti, di essere ladroni, come la capitale in cui facilmente e velocemente si sono insediati. Di quella Roma ladrona hanno presto imparato linguaggio, modi e costumi, riuscendo a essere anche più bravi. C’è voluto poco, molto poco per calarsi perfettamente nei rituali della politica romana, e c’è voluto anche meno per cominciare a rubare, esattamente come quelli che li avevano preceduti. Nei giorni di Mani pulite, nel disperato tentativo di salvare il salvabile – poco – Craxi tentò di spiegare ai magistrati che non c’era nessuno senza peccato che poteva scagliare la prima pietra. Tutta la storia repubblicana del dopoguerra si poggia su un unico caposaldo: contrastare il blocco sovietico. E i comunisti erano aiutati da Mosca, e loro dovevano arrangiarsi come potevano, perché la politica costa e non sempre era possibile finanziare il contrasto antisovietico legalmente, e allora le tangenti erano la forma non legale ma accettata per salvare la libertà, la democrazia, per cui molti di loro avevano combattuto. Rubare per il partito aveva le sue attenuanti. 

La Lega Nord di Umberto Bossi capisce subito che rubare è anche forma di lotta politica: lottare contro quella Repubblica dalla quale affrancarsi, della quale non rispetta la bandiera – da usare come carta igienica – sbeffeggia la nazionale di calcio e il vilipendio sono doveri rivoluzionari. Non sono i soli, per la verità, in tutte le formazioni politiche troviamo dei “rivoluzionari” che a modo loro conduco la loro personale rivoluzione, ma i leghisti hanno una marcia in più, ce l’hanno nel DNA.

Per anni la secessione è stato il sogno nel cassetto, il vessillo della libertà delle genti padane, da sventolare ai raduni in canottiera tra Pontida e la sorgente del Po. Quando poi non c’era da bruciare la bandiera italiana, a Venezia, dove si concludeva il cammino di celtizzazione del nord e dove si andava a versare l’ampollina raccolta alle sorgenti del Po. Raccontare di quella Lega oggi sarebbe troppo semplice, in fondo erano anche coloriti e non destavano preoccupazione, erano un fenomeno regionale. Riposti i forconi e le bandiere verdi per l’anno dopo, smaltite salamelle e birra, tutti tornavano alle loro valli, alle attività, perché in fondo va bene fare baldoria ma il lavoro è il lavoro e i dané sono i dané. 

Per qualche voto in più, la nuova Lega, riesce a rinnegare anni di antimeridionalismo, improvvisamente napoletani e siciliani non puzzano più, hanno smesso di incitare l’Etna. Adesso è arrivato il momento di prima i siciliani, i calabresi, i sardi, i campani, i pugliesi. Incredibilmente riescono a darla anche a bere a chi ha come valori la difesa dell’identità nazionale, la bandiera, l’onore, la parola data. La Lega del dopo Bossi comincia a trovarsi d’accordo con le frange estreme della destra, comincia a flirtare con i neofascisti, trova modelli estranei alla cultura di questo Paese, come il respingimento in mare di profughi e immigrati, facendo diventare loro i nuovi terroni, spingendo un po’ più a sud il confine del sacro Po per salvare l’identità nazionale. Nel corso di una sola stagione elettorale, il Matteo del Papete riesce a cambiare idea più volte sulla permanenza in Europa, l’Euro diventa un sasso al piede per l’economia del Paese tanto da ipotizzare l’emissione di una valuta parallela. L’autarchia economica salviniana rifiuta i soldi che arrivano dall’Eu – di cui facciamo parte, quindi soldi anche nostri – a tassi premianti o a fondo perduto per ricorrere al mercato, alle condizioni di mercato. A Bruxelles riesce a stringere alleanze con i maggiori leader dei partiti populisti e sovranisti, diventando lui stesso vittima del sovranismo dei suoi alleati. Nessun aiuto da parte di Orban, dell’olandese Geert Wilders. 

Tra un bagno e uno spritz è artefice del nuovo soggetto politico sovranista europeo, con l’obiettivo dichiarato del gruppo, sotto il motto ‘i popoli rialzano la testa’, di sovvertire gli equilibri all’interno del Parlamento Europeo.

Tra un rosario ostentato e una mascherina commemorativa, o una divisa sfoggiata, il Matteo del Papete ha una ricetta per tutto. In poche settimane riesce a battersi per i No mask e per i commercianti, il lockdown è un colpo di stato mascherato ma poi  chiede misure più rigide perché “non è così che un governo serio combatte una pandemia” e in fine invita alla disobbedienza civile. Percorre l’Italia su e giù sembra la vera attività dell’ex titolare del ministero degli Interni, dove, in dieci mesi d’incarico, l’hanno visto appena 11 volte. Ha più tempo per farsi ritrarre con sindaci e amministratori locali, come la sindaca di San Germano Vercellese, Michela Rosetta, un modello di amministratore locale a marchio Lega, campione di iniziative contro gli immigrati, a cui sottraeva gli aiuti alimentari che girava a chi non ne aveva diritto o necessità.

Nelle ore in cui il Presidente Biden si insediava alla Casa bianca, al Parlamento europeo si votava un emendamento del gruppo socialista di dura e ferma condanna all’assalto del Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump e di “difesa della democrazia, dei diritti umani e dello Stato di diritto a livello globale.”

Un testo di una evidenza e una solarità che dovrebbe essere persino banale formulare in un consesso democratico, nel 2021.

E invece, che ci crediate o no, Lega (astenuta) e Fratelli d’Italia (addirittura contro) sono riusciti nell’impresa di non votarla, e quindi non condannare nemmeno questo scempio. 

Ma se la politica nazionale e internazionale appassionano poco, credo che non possiamo fare a meno di ragionare come il Matteo del Papete e il suo governatore lombardo hanno trattato la salute dei lombardi.

Da Formigoni in avanti, uno dei migliori apparati di sanità pubblica europea è stato sistematicamente demolito, a tutto vantaggio dei privati e durante questa pandemia ha mostrato tutti i suoi problemi:

– l’acquisto saltato di 4 milioni di mascherine dopo essersi rivolti a una ditta che non le produceva; 

– la delibera XI / 2906 con cui si stipavano persone positive al Covid nelle case di riposo per anziani; 

– l’Ospedale “Fiera” Milano progettato con 600 posti e realizzato con 53; 

– l’acquisto di spazi pubblicitari sui giornali per esaltare il modello sanitario regionale, nel momento in cui la sola Lombardia deteneva il 9,5% delle vittime mondiali e il 52% di quelle nazionali (28.224 vite salvate. Sanità privata insieme alla sanità pubblica);

– l’ex assessore Giulio Gallera che, dopo mesi e mesi di pandemia, era convinto che con un indice Rt pari a 0,5 ci volessero “due persone infette nello stesso momento per contagiarne una”; 

– l’ex assessore Giulio Gallera che, con una serie di scatti su Instagram, senza rendersene conto, rendeva noto di aver violato due regole del Dpcm (divieto di uscire dal Comune per fare sport e divieto di fare sport in gruppo); 

– una fornitura di camici affidata, senza alcuna gara, al cognato del Presidente Fontana;

– la Regione Lombardia che riteneva inutili i test sierologici ma che, in caso di risultato positivo degli stessi, chiedeva ai cittadini di pagarsi da soli i tamponi;

– i tamponi all’aeroporto di Malpensa avviati il 20 agosto, a estate ormai conclusa; 

– il tweet con cui la Regione Lombardia comunicava che per i turisti “è necessario effettuare il tampone solo se si fermano almeno per 4 giorni in Lombardia”;

– l’assenza, a dicembre inoltrato, dei vaccini antinfluenzali persino per i pazienti a rischio (over 65 con patologie pregresse);

– l’ex assessore Giulio Gallera che, nel commentare il terzultimo posto della Lombardia nella somministrazione delle dosi di vaccino anti-Covid, dichiarava che “è agghiacciante che alcune Regioni abbiano fatto la corsa al vaccino per dimostrare di essere più brave di chissà chi”.

– la nuova assessora Letizia Moratti che, per non far rimpiangere le gaffes del suo predecessore Gallera, propone di consegnare i vaccini anti-Covid tenendo conto del Pil dei territori.

Speravamo, appunto, di aver visto tutto. E invece, ciliegina sulla torta, adesso si scopre che la Regione Lombardia ha costretto alla zona rossa 10 milioni di persone per aver sommato, per errore, il numero dei guariti al numero dei positivi. 

Un ultimo dato: all’anagrafe calano i Matteo. Un dato che dovrebbe far riflettere i due Mattei nazionali.

Auguri, ne abbiamo proprio bisogno.

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Un Paese ostaggio di una classe politica arruffona e improvvisata.

Quasi scontato dire tanto rumore per nulla ma c’era davvero qualcuno che credeva alle minacce di Renzi e al suo sparuto numero di ministri? A parte il resoconto di qualche cronista politico e a fantasiosi retroscena – ormai l’unica forma autorevole del giornalismo italiano – nessuno ha mai creduto alla fine del governo Conte, neanche Renzi e il suo entourage. Quel giorno, se dovesse arrivare prematuramente rispetto alla naturale conclusione della legislatura, per molti parlamentari potrebbe rappresentare la conclusione della carriera parlamentare e allora, statene certi, abbaiare alla luna, per adesso, è l’unico lusso che si possono permettere.

Ma il Paese può permettersi questa classe politica?

Il racconto di come è andato l’incontro tra il presidente Conte e il drappello renziano sembra scritto da Age & Scarpelli, autori delle più esilaranti commedie italiane. Come in una scenetta di Totò e Peppino, a un certo punto del vertice, Conte ha sbottato: “Ma chi ha detto che volevamo fare un emendamento alla legge di Bilancio?”. E la Boschi risponde: “Voi, all’articolo 184 della legge di Bilancio”. Conte ribatte: impossibile. La Bellanova chiede: “Ma ci prendete in giro?”. A quel punto, anche Riccardo Fraccaro e Roberto Gualteri, rispettivamente sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e ministro dell’Economia e delle Finanze, avrebbero fatto notare la cosa a Conte.

“Ma Gualtieri l’ha letto il Recovery Plan? “, durante l’incontro, durato oltre due ore, con la delegazione di Italia Viva, è trapelato che neanche il ministro dell’Economia ha letto il piano nel dettaglio. 

Insomma, ci sarebbe da ridere a crepapelle se fosse che qui c’è in ballo il piano di aiuto economico più importante della storia repubblicana italiana. 

Intanto ogni giorno si apprende di un nuovo bonus, dopo bici, monopattini e vacanze, in queste ore si è aggiunto quello sull’arredamento e sui rubinetti dell’acqua – non è una battuta di spirito –. E poi ci lamentiamo perché in Europa ci guardano con sospetto quando si parla di aiuti economici e sforamento del patto di stabilità. 

Purtroppo, a voler cercare qualcosa di buono nell’opposizione, non c’è da stare tanto allegri. Salvini ha annunciato che passare il Natale con i clochard, la Meloni ha dato idea di come affronterebbe l’emergenza Covid e la necessità di far andare avanti l’economia: apertura dei centri commerciali per fascia di età. Insomma dalle 9 alle 10 i trentenni, dopo i quarantenni, nel pomeriggio i nonni.

Siamo un Paese fantasioso, pieno d’immaginazione, di splendide idee e una grande dose di fortuna e non ci resta che sperare sulla buona stella che tante altre volte ci ha salvato dalla sciagurata tendenza a farci del male da soli.