C’è un filo che attraversa alcune notizie di queste ore.
Chiamarlo rosso sarebbe quasi un complimento. È un filo più scuro. Nero. Non perché le storie siano uguali. Non lo sono. Non perché esista un rapporto di causa ed effetto tra una tragedia familiare italiana e un programma elettorale tedesco. Sarebbe una forzatura.
Ma perché, accostate, raccontano due modi profondamente diversi di guardare alla fragilità. A Roma una famiglia con una bambina gravemente disabile viene trovata morta nella propria casa. In Germania, alla vigilia delle elezioni in Sassonia-Anhalt, l’AfD propone di separare dalle classi ordinarie gli alunni disabili.
Da una parte una famiglia che scrive: «Da soli non ce la facciamo».
Dall’altra una politica che, davanti alla diversità, torna a proporre una parola antica: separare.
Ed è in mezzo a queste due parole — solitudine e separazione — che passa il filo nero.
«Da soli non ce la facciamo»
A Pietralata, periferia di Roma, Luca Abbasciano, 42 anni, Valentina Pambianco, 41, e la loro figlia Bianca, cinque anni, gravemente disabile dalla nascita, sono stati trovati morti nella loro abitazione.
Gli investigatori considerano consolidata l’ipotesi dell’omicidio-suicidio. Nella casa sono stati trovati numerosi messaggi d’addio. Tra le parole lasciate dalla coppia ce ne sono alcune terribili nella loro semplicità:
«Da soli non ce la facciamo più».
Quella frase non può essere trasformata automaticamente in una sentenza contro lo Stato.
La famiglia non era semplicemente sconosciuta ai servizi e le indagini devono ancora ricostruire tutti i passaggi che hanno portato a una scelta così estrema.
Ma sarebbe altrettanto comodo fare finta che quelle parole non ci riguardino. Perché tra essere formalmente assistiti e sentirsi davvero sostenuti può esserci una distanza enorme.
Bianca aveva una condizione neurologica gravissima. Non parlava, non camminava, non era autonoma nell’alimentazione e soffriva di epilessia. I genitori avevano cercato disperatamente una possibilità di cura anche fuori dall’Italia, affrontando ripetuti viaggi in Messico e spendendo somme enormi per una terapia sperimentale sulla cui efficacia esistevano forti dubbi scientifici. Non è necessario stabilire oggi quanto tutto questo abbia pesato sulla decisione finale. È sufficiente osservare cosa significa, nella vita quotidiana, una disabilità gravissima. Non riguarda soltanto chi ne è colpito. Entra dentro un’intera famiglia. Ne modifica il lavoro, il sonno, gli orari, le relazioni, il denaro, le vacanze, i progetti. E soprattutto il futuro. Ogni giorno. Per anni.
La tragedia di Pietralata ha spinto anche le associazioni dei caregiver familiari a chiedere alla politica di intervenire con una normativa nazionale capace di offrire maggiori tutele a chi assiste quotidianamente persone non autosufficienti.
È forse questa la domanda che quelle quattro parole lasciano sul tavolo.
Quanto può essere lasciato sulle spalle di una famiglia prima che l’assistenza diventi solitudine?
Poi si cambia pagina

E si arriva in Germania. Domenica 6 settembre si vota in Sassonia-Anhalt.
L’AfD è accreditata dai sondaggi di oltre il 40 per cento e potrebbe diventare il primo partito del Land, aprendo uno scenario senza precedenti nella Germania del dopoguerra. Nel programma con cui si presenta agli elettori c’è anche la scuola. E dentro il capitolo sulla scuola troviamo di nuovo i disabili.
Il progetto dell’AfD prevede infatti di ridimensionare radicalmente il modello dell’inclusione e di separare dalle classi ordinarie bambini disabili e bambini rifugiati. Reuters riassume esplicitamente il programma parlando di segregazione scolastica per questi gruppi di studenti.
Non siamo davanti alla stessa storia di Pietralata. E sarebbe sbagliato suggerirlo.
Qui non c’è una famiglia disperata. C’è qualcosa di politicamente ancora più interessante:
una scelta consapevole su quale società costruire.
Perché la tragedia ci mostra quanto possa diventare pesante la fragilità. La politica decide invece cosa fare di quella fragilità.
Noi quella strada l’avevamo già percorsa al contrario
Vale la pena ricordare una cosa. L’Italia le classi differenziali le ha conosciute.
Per decenni bambini considerati inadatti alla scuola ordinaria venivano separati dagli altri.
Poi il Paese decise di cambiare strada. Con la legge 517 del 1977 l’Italia avviò il superamento delle classi differenziali e l’integrazione degli alunni con disabilità nelle classi ordinarie.
Non fu soltanto una riforma scolastica. Fu una precisa scelta culturale. Il bambino disabile non doveva essere spostato perché rendeva più complicato il funzionamento della classe.
Doveva stare insieme agli altri. E soprattutto gli altri dovevano imparare a stare insieme a lui.
Perché l’inclusione non serve soltanto al bambino con disabilità. Serve agli altri venti. Insegna qualcosa che nessun manuale di educazione civica riuscirà mai a spiegare altrettanto bene:
gli esseri umani non corrono tutti alla stessa velocità.
E una società non è civile quando elimina dalla strada chi va più lentamente. Lo è quando rallenta abbastanza da non perderlo.
Quando il problema diventa la persona
È qui che compare il filo nero. Una società inclusiva parte da un principio semplice: se qualcuno ha maggiori difficoltà, la comunità deve fare di più. Non perché quella persona valga meno. Esattamente perché vale quanto gli altri ma, per poter esercitare concretamente gli stessi diritti, ha bisogno di strumenti diversi.
Poi esiste un altro modo di costruire il discorso politico.
C’è un problema. Si individua una categoria. E poco alla volta quella categoria finisce per diventare il problema stesso. Il problema dell’immigrazione diventa l’immigrato. Il problema della sicurezza diventa lo straniero. Il problema della povertà diventa il povero che non si impegna abbastanza. Il problema della scuola diventa l’alunno che rallenta gli altri. Il problema della disabilità rischia di diventare il disabile.
A quel punto la soluzione diventa straordinariamente semplice: spostarlo.
Noi qui. Loro là.
Il vento che soffia sull’Europa
La proposta dell’AfD non nasce nel vuoto. Da anni l’Europa si sta spostando verso destra. E soprattutto cresce una destra radicale, nazionalista e identitaria che fino a pochi anni fa rimaneva ai margini del sistema politico e che oggi governa, condiziona governi oppure raggiunge percentuali elettorali che la rendono determinante.
Naturalmente non tutta la destra è uguale.
Il conservatorismo democratico europeo ha tradizioni, culture e sensibilità differenti. Mettere tutto nello stesso contenitore sarebbe intellettualmente scorretto.
Ma nelle sue componenti radicali ricorre una concezione molto precisa della società. Prima noi.
Poi gli altri. Prima chi appartiene. Poi chi deve dimostrare di meritare di appartenere. Prima chi produce. Poi chi costa. Prima chi si conforma. Poi chi devia. È una politica fondata sulla delimitazione continua di un confine.
Chi è dentro. Chi è fuori. Chi è dei nostri. Chi non lo è abbastanza.
La solidarietà condizionata
La scienza politica ha studiato una parte di questo fenomeno attraverso il concetto di welfare chauvinism.
Non significa necessariamente abolire lo Stato sociale. Significa restringerne idealmente i destinatari. La solidarietà rimane, ma diventa condizionata. Prima i nostri cittadini. Prima chi lavora. Prima chi contribuisce. Prima chi appartiene culturalmente alla comunità. Una domanda apparentemente ragionevole — «chi ha diritto all’aiuto?» — può lentamente sostituirne un’altra: «chi ha bisogno dell’aiuto?»
Ed è una differenza enorme. Perché il welfare europeo del dopoguerra, almeno nella sua aspirazione, partiva dal bisogno. La nuova destra radicale tende molto più facilmente a partire dal merito di ricevere. E quando una società smette di domandare «quanto hai bisogno?» e comincia a domandare «quanto meriti?», gli ultimi diventano inevitabilmente più ultimi. Lo vediamo con gli immigrati. Con i poveri. Con chi non lavora. Con chi non produce abbastanza. E il rischio è che lo stesso meccanismo finisca prima o poi per coinvolgere chiunque abbia bisogno più degli altri.
Gli ultimi disturbano l’ordine
È questo il punto più profondo. Le ideologie nazionaliste e autoritarie hanno storicamente avuto un rapporto problematico con tutto ciò che rompe l’immagine di una comunità forte, ordinata, omogenea. Il diverso disturba. Il marginale disturba. Chi non riesce a stare al passo disturba. Chi ha bisogno di più risorse degli altri disturba. Non significa che ogni politica di destra conduca necessariamente a questa conclusione. Sarebbe falso. Significa però che quando una cultura politica mette continuamente al centro forza, identità, appartenenza, disciplina, produttività e omogeneità, la fragilità rischia più facilmente di smettere di essere una condizione umana da proteggere e di diventare una deviazione da amministrare.
E in Germania certe parole hanno inevitabilmente un peso particolare.
L’orrore non comincia dall’orrore
Proporre scuole separate per i bambini disabili non equivale naturalmente alle politiche criminali del nazismo nei confronti delle persone con disabilità. Un’equivalenza simile sarebbe storicamente sbagliata. Ma ricordare la storia serve proprio a evitare di arrivare alle equivalenze. Perché il Novecento europeo ha insegnato qualcosa che troppo spesso dimentichiamo: l’orrore non comincia dall’orrore.
Comincia molto prima. Quando cambiano le parole. Quando cambiano le categorie. Quando si comincia a stabilire chi appartiene pienamente alla società e chi meno. Quando separare appare più semplice che includere. Quando qualcuno viene descritto soprattutto per ciò che costa, per ciò che non riesce a fare, per il problema che crea agli altri. Prima si definisce il diverso. Poi si decide dove deve stare.
E Vannacci guarda proprio lì
La Germania non è poi così lontana.
Roberto Vannacci ha indicato pubblicamente l’AfD come modello politico. L’8 agosto, alla Versiliana, ha dichiarato: «Mi auguro che Futuro Nazionale segua le orme di AfD».
E non si è limitato al risultato dei sondaggi. Ha aggiunto che con l’AfD esistono «molti lati in comune», ricordando l’appartenenza allo stesso gruppo nel Parlamento europeo e la condivisione di una visione delle nazioni e dell’Europa. Le parole hanno un significato. E quando si scelgono delle orme da seguire bisogna anche guardare dove portano. Sarebbe quindi interessante sapere cosa pensa Vannacci della proposta dell’AfD di separare gli alunni disabili. Se faccia parte delle peculiarità tedesche dalle quali prende le distanze. Oppure se rientri nella visione comune che rivendica. Perché non si può indicare come modello un partito quando raggiunge il 41 per cento e improvvisamente considerarlo un estraneo quando si apre il suo programma.
Il welfare non è beneficenza
Ed eccoci di nuovo a Pietralata.
A quelle quattro parole: «Da soli non ce la facciamo». Il welfare esiste precisamente perché nessuno dovrebbe essere costretto a pronunciarle. Non è beneficenza. Non è una concessione dello Stato. Non è qualcosa che la maggioranza offre generosamente a chi ha avuto meno fortuna.
È il patto attraverso il quale una comunità decide che esistono pesi che nessuna persona e nessuna famiglia devono essere costrette a portare interamente da sole. Per questo la domanda non dovrebbe essere quanto costa un bambino disabile. Ma quanto costa lasciare sola la sua famiglia. Non quanto rallenta una classe. Ma cosa impara quella classe crescendo insieme a lui. Non quanto produce una persona fragile. Ma cosa significa per una società riconoscerle dignità anche quando non potrà mai produrre quanto gli altri. Perché se cominciamo a misurare gli esseri umani in base alla loro utilità, qualcuno sarà inevitabilmente meno utile. E alla fine della fila ritroveremo sempre gli stessi. I malati. Gli anziani. I poveri. I disabili. I diversi. Gli ultimi.
Quattro parole e una scelta
«Da soli non ce la facciamo».
Quelle parole appartengono alla tragedia di una famiglia. Non devono diventare uno slogan. Ma possono diventare una domanda politica. Quante famiglie italiane potrebbero pronunciarle? Chi assiste un figlio gravemente disabile. Chi accudisce un genitore non autosufficiente. Chi non dorme una notte intera da anni. Chi deve decidere se lavorare oppure accompagnare qualcuno a una visita. Chi compila moduli, aspetta autorizzazioni, chiede ore di assistenza, cerca una struttura, aspetta una risposta. Quasi nessuna di queste persone finirà in una tragedia come quella di Pietralata.
Ed è importante dirlo.
Ma una società civile non aspetta che qualcuno precipiti per scoprire che esisteva un problema. Costruisce qualcosa perché non precipiti. Ed è per questo che fa impressione vedere, proprio mentre una tragedia italiana ci ricorda quanto possa diventare pesante la fragilità, una forza politica europea proporre come risposta alla diversità una delle idee più vecchie del mondo: separare.
Mettere altrove. Fare una classe per gli altri. Il vento che soffia oggi sull’Europa andrebbe giudicato anche da questo. Non soltanto dalle percentuali dei sondaggi. Non soltanto da quante frontiere promette di chiudere, quanti immigrati vuole rimandare indietro o quanta sovranità dice di voler riconquistare. Ma da come immagina una società quando incontra qualcuno che ha bisogno degli altri. Perché esistono due modi di guardare chi è più fragile. Possiamo avvicinarci e dividere con lui il peso.
Oppure possiamo allontanarlo e convincerci che, non vedendolo più, il problema sia risolto.
Una società si riconosce esattamente da questa scelta.
Gli tendiamo una mano. Oppure gli indichiamo un’altra classe.