Ogni tanto la politica ha bisogno di inventarsi un problema nuovo.
O, quando il problema nuovo non c’è, di riverniciarne uno vecchio. Questa volta tocca ai bambini stranieri. Giorgia Meloni annuncia un tetto del 30% per classe perché, dice, non può accadere che i bambini italiani «si sentano in un angolo» perché diventati minoranza.
Messaggio chiarissimo. Prima ancora della scuola, arriva la paura.
Attenzione: vostro figlio rischia di diventare straniero nella propria classe.
Poi arriva la soluzione. Il 30%. Peccato che il 30% esista già. Dal 2010.
La famosa circolare Gelmini prevede infatti, “di norma”, proprio quel limite, con deroghe legate alla conoscenza dell’italiano e alla situazione territoriale. Una norma voluta già da un governo di destra.
Quindi ricapitoliamo.
Il governo annuncia come nuova misura una regola che ha sedici anni. Ma la confezione è nuova. E soprattutto è nuovo il nemico ma la politica della paura è quella di sempre.
Prima si crea la paura, poi si vende la cura
È una tecnica politica ormai collaudata. Prendi un fenomeno complesso. Lo semplifichi. Gli dai un volto. Possibilmente straniero. Poi dici agli italiani: vi difendiamo noi.
Non importa troppo se il problema è già regolato. Non importa se il tetto esiste.
Non importa nemmeno se quasi due terzi degli studenti senza cittadinanza italiana sono nati in Italia. Oggi sono circa 930 mila, l’11,6% del totale, e il 65,2% è nato qui.
Italiani nella lingua. Italiani nei giochi. Italiani nelle amicizie. Italiani probabilmente anche nell’accento. Stranieri soltanto nei documenti. Ma “bambini nati in Italia da genitori stranieri” è una frase troppo lunga.
Stranieri funziona molto meglio.
Il problema vero è più complicato
Naturalmente esistono classi nelle quali molti alunni non parlano bene italiano. E naturalmente può essere un problema didattico. Solo che quel problema non si risolve con un numero sparato dal palco. Servono insegnanti. Mediatori linguistici. Classi meno affollate. Risorse. Scuole forti soprattutto nei quartieri più difficili. Tutte cose costose. Faticose. Poco adatte a un comizio. Il 30%, invece, è perfetto. Sta in un titolo. Sta in un post. Sta in trenta secondi di televisione. E soprattutto comunica una cosa semplicissima: noi mettiamo un limite a loro.
La Meloni non dice come intende realizzare tutto ciò, con quali risorse, con quale aule, con quali insegnanti. Insomma, sembra di assistere a un nuovo blocco navale, a un nuovo FUN-ZI-O-NE-RA-NNO.
Ma dove li mandiamo?
Poi arriva la realtà. In alcuni quartieri la presenza di famiglie straniere è molto alta. Lì il 30% non è una scelta ideologica. È aritmetica. Se i bambini sono quelli, dove li mandiamo? Nella scuola tre chilometri più in là? Cinque? In un altro quartiere? Su un autobus speciale per riportare la percentuale dentro i limiti?
Persino i presidi hanno fatto notare che il tetto può essere difficilissimo da applicare proprio dove dovrebbe servire di più.
Ed eccoci al punto.
La norma funziona meravigliosamente finché resta una frase. Poi incontra una classe vera. E lì cominciano i problemi.
L’integrazione al contrario
La parte più grottesca è che tutto questo viene presentato in nome dell’integrazione.
Per anni la destra ha ripetuto: chi viene qui deve integrarsi. Deve imparare l’italiano. Deve conoscere la nostra cultura. Deve stare dentro la nostra società. Perfetto.
E dove dovrebbe cominciare tutto questo?
A scuola. In mezzo agli altri bambini. Solo che adesso scopriamo che per integrarsi bene bisogna stare insieme, sì.
Ma non troppo.
È una concezione curiosa dell’integrazione. Una specie di piscina: entrate pure, purché non siate troppi.
Bambini di serie A e di serie B
Il problema più serio però non è neppure organizzativo.
È culturale. Perché quando uno Stato comincia a contare i bambini in base alla provenienza familiare manda un messaggio chiarissimo. Ci sono quelli che appartengono naturalmente. E quelli che possono esserci fino a una certa percentuale. I primi sono la norma. Gli altri sono la quota. È così che si costruiscono bambini di serie A e bambini di serie B. E un Paese che lo fa non perde soltanto sul piano umano. Perde culturalmente. Perde economicamente. Perde nel futuro.
L’Italia ha sempre meno bambini. Negli ultimi undici anni gli studenti italiani sono diminuiti del 12,5%; la crescita degli alunni senza cittadinanza italiana ha attenuato il crollo complessivo delle iscrizioni. Abbiamo bisogno di giovani. E la nostra grande idea è dividerli.
Geniale.
La fabbrica dei nemici
Forse allora il punto non è la scuola. È la politica. Una certa destra ha bisogno continuamente di un confine. Prima l’immigrato. Poi il barcone. Poi il velo. Poi il quartiere. Adesso il banco. Serve sempre qualcuno da indicare come problema. Perché se il cittadino ha paura, qualcuno può offrirgli protezione. E la protezione porta consenso. Il meccanismo è semplice.
Prima produci la minaccia. Poi vendi la sicurezza.
Il fatto che la minaccia sia esagerata, vecchia o già regolata diventa quasi secondario. L’importante è che funzioni.
Protetti. Ma da cosa?
C’è poi una frase di Giorgia Meloni che, riletta alla luce di questa nuova battaglia, suona quasi involontariamente perfetta.
Nell’intervista al Foglio del 12 settembre, la premier ha rivendicato di aver protetto l’Italia e di aver difeso sicurezza, interessi e credibilità del Paese. Bene. La domanda è: protetti da cosa?
Dai bambini stranieri? Da quelli nati in Italia ma con il passaporto sbagliato? Dal compagno di banco che parla due lingue? Perché se ogni nuova misura viene presentata come una protezione, allora serve necessariamente qualcosa da cui proteggerci. Ed è qui che la politica della paura funziona alla perfezione. Prima costruisce la minaccia. Poi offre lo scudo. E alla fine pretende anche gratitudine. Il problema è che questa volta, dietro la parola “minaccia”, ci sono dei bambini.
Meno soluzioni, più divieti
Ed è forse questa la cifra più riconoscibile. Governare problemi complessi è difficile. Mettere divieti è molto più semplice.
Il problema è l’immigrazione? Divieto.
Il problema è il velo? Divieto.
Il problema sono gli stranieri nelle classi? Tetto.
Una politica pubblica richiede denaro, organizzazione, competenza, anni di lavoro. Un divieto richiede una conferenza stampa. E fa anche più rumore. Alla fine rimane una domanda. Se il tetto del 30% esiste già dal 2010, perché oggi viene venduto come una grande novità? Forse perché non serve tanto a cambiare la scuola. Serve a cambiare la percezione. A convincere qualcuno che dentro l’aula di suo figlio sia comparsa una nuova minaccia. E poi a presentarsi immediatamente come quelli che lo proteggeranno. Non è politica scolastica. È marketing della paura.
Solo che questa volta, al centro della campagna pubblicitaria, ci sono dei bambini.