Il governo dice di stare dalla parte del popolo. Intanto in Italia mancano già oltre 5.700 medici di famiglia, nei prossimi anni ne andranno in pensione più di 8.000 e una proposta di legge rischia di rendere ancora meno attrattiva una professione già in crisi. Nel frattempo quasi sei milioni di italiani rinunciano a visite ed esami e la spesa sanitaria privata supera i 41 miliardi. Eppure basta pronunciare la parola “patrimoniale” perché anche chi non possiederà mai cinque milioni di euro si senta minacciato. È forse questo il paradosso politico più riuscito del nostro tempo.
C’è qualcosa che non torna. O forse torna fin troppo bene.
Abbiamo un governo che ha costruito buona parte della propria identità sulla difesa del popolo. Le famiglie. Il ceto medio. Chi lavora. Chi paga le tasse. Chi ogni mese fa i conti con bollette, benzina, mutuo, spesa. Poi guardiamo alla sanità. E scopriamo che proprio uno dei diritti che dovrebbe dipendere meno dal reddito sta diventando sempre più legato a una domanda molto semplice:
quanto puoi permetterti di pagare?
Ma prima ancora delle liste d’attesa, delle visite private e delle risonanze da 200 euro, c’è un problema molto più elementare. Il medico. Quello di famiglia. Quello che dovremmo avere tutti. E che sempre più italiani rischiano semplicemente di non trovare.
Il medico che non c’è
In Italia mancano già oggi oltre 5.700 medici di medicina generale. Tra il 2019 e il 2024 ne abbiamo persi 5.197. Ogni medico segue mediamente 1.383 assistiti, molto più del rapporto di 1.200 considerato ottimale. E tra il 2025 e il 2028, secondo i dati FIMMG elaborati da GIMBE, 8.180 medici raggiungeranno l’età pensionabile. Anche nell’ipotesi più favorevole, le nuove leve non riusciranno a compensare pensionamenti e carenze già esistenti. Non è un’emergenza futura. È già qui. In molti territori trovare un medico di famiglia è diventato difficile. Ci sono medici costretti a seguire un numero enorme di pazienti. Ambulatori provvisori. Zone nelle quali l’incarico resta vacante. Cittadini che telefonano alle Asl chiedendo non una visita, ma semplicemente:
«Chi è il mio medico?»
Ed è esattamente dentro questa situazione che arriva la proposta di legge Benigni-Cappellacci-Patriarca.
Trentotto ore per cambiare il medico di famiglia
La proposta C.2218, ancora all’esame della Commissione Affari sociali della Camera, ridisegna profondamente il lavoro del medico di medicina generale.
Il principio è quello delle 38 ore settimanali complessive. Per un medico con almeno 1.500 assistiti, almeno 20 ore sarebbero dedicate all’attività con i propri pazienti e almeno 18 alle attività territoriali. Con meno pazienti, le ore destinate all’attività fiduciaria scendono ulteriormente e aumentano quelle da utilizzare nell’organizzazione territoriale. Quelle ore possono comprendere Case della comunità, assistenza domiciliare, vaccinazioni, prevenzione, telemedicina, percorsi diagnostico-terapeutici e altre attività programmate dal sistema sanitario locale.
L’obiettivo dichiarato è comprensibile. Rafforzare la medicina territoriale. Far funzionare le Case della comunità. Ridurre la pressione sugli ospedali. Integrare maggiormente il medico di famiglia nel Servizio sanitario. Tutto giusto. Almeno sulla carta.
Poi arriva la domanda più banale. Chi farà tutto questo?
Prima delle Case della comunità servono i medici
Possiamo costruire tutte le Case della comunità che vogliamo. Possiamo disegnare turni. Organizzare percorsi. Stabilire 38 ore. Dividere il lavoro tra studio, territorio, domicilio, prevenzione e telemedicina. Ma se i medici continuano a diminuire, rischiamo di ritrovarci con strutture nuove e personale insufficiente. Una specie di straordinaria ristrutturazione dell’assenza.
Il cittadino entra in una bellissima Casa della comunità finanziata dal PNRR. Guarda il bancone. Le stanze. I monitor. Gli ambulatori. Poi domanda: «Il medico?»
È qui che le proteste della categoria meritano di essere ascoltate, al di là di qualsiasi interesse corporativo. Diversi sindacati temono che l’aumento dei vincoli, delle ore programmate e della dipendenza organizzativa dalle Asl renda ancora meno attrattiva una professione che già oggi fatica ad attirare giovani medici.
E allora il paradosso sarebbe straordinario.
Una legge nata per rafforzare la medicina territoriale potrebbe contribuire ad accelerare l’uscita di chi quella medicina dovrebbe garantire. Non è una certezza. È un rischio. Ma con oltre 5.700 medici già mancanti e più di 8.000 pensionamenti alle porte, è un rischio che sarebbe irresponsabile liquidare.
Milioni di italiani senza un riferimento
Qui bisogna uscire dalla discussione sindacale. Perché il problema non riguarda soltanto i medici. Riguarda noi. Il medico di famiglia non è un professionista qualsiasi. Per milioni di anziani, malati cronici e persone fragili è la principale porta d’ingresso nel Servizio sanitario nazionale. È quello che conosce una storia clinica. Sa quali farmaci prendi. Ricorda un ricovero. Conosce spesso persino la famiglia. Non è infallibile. Non è sempre disponibile come vorremmo. Ma è ancora uno degli ultimi punti del SSN nei quali il paziente non è semplicemente un codice fiscale davanti a un monitor. Se quella figura si indebolisce, il bisogno non scompare. Si sposta. Al pronto soccorso. Alla guardia medica. Allo specialista. Oppure, sempre più spesso, al privato.
Ed è qui che la riforma del medico di base incontra il vero problema della sanità italiana.
Il diritto di mettersi in lista
Nel 2024 circa 5,8 milioni di italiani, il 9,9% della popolazione, hanno rinunciato almeno a una visita specialistica o a un esame diagnostico di cui avevano bisogno. Nel 2022 erano 4,1 milioni. In appena due anni sono aumentati di 1,7 milioni. Le ragioni principali sono le attese troppo lunghe, le difficoltà economiche e quelle di accesso. Il Servizio sanitario nazionale rimane formalmente universale. Tutti hanno diritto alle cure. Il problema è che qualche volta quel diritto sembra essersi trasformato nel diritto universale di mettersi in fila. Hai bisogno di una visita? Nel pubblico forse tra sei mesi. Nel privato giovedì. Una risonanza? Lista d’attesa. A pagamento, dopodomani. Un cardiologo? Settanta, cento, centocinquanta euro. Il medico c’è. La macchina c’è. La prestazione c’è. Manca soltanto una cosa: la possibilità di averla in tempi utili senza aprire il portafoglio.
Quarantuno miliardi
Nel 2024 gli italiani hanno speso direttamente 41,3 miliardi di euro per la propria salute. La spesa sanitaria out-of-pocket rappresenta il 22,3% della spesa sanitaria complessiva. Quasi un euro su quattro. Non significa che il Servizio sanitario nazionale sia stato privatizzato.
Formalmente non lo è. Ma significa che una parte sempre più consistente della sanità reale viene acquistata privatamente. E qui la privatizzazione assume una forma molto più intelligente di quella classica. Non serve vendere gli ospedali. Non serve abolire il SSN. Non serve approvare una legge che dichiari: «Da domani la sanità italiana è privata». Basta rendere il pubblico abbastanza lento.
Il mercato farà il resto. Chi ha i soldi esce dalla fila. Chi non li ha resta dentro. Oppure rinuncia.
Due sistemi sanitari
Ed eccoci così davanti a due Italie.
La prima telefona al centro medico privato. «Buongiorno, avrei bisogno di una visita cardiologica». «Domani alle 16 può andare?»
La seconda telefona al CUP. «Buongiorno, avrei bisogno di una visita cardiologica». «Prima disponibilità fra sette mesi».
La prima domanda: «Quanto costa?»
La seconda: «Non c’è qualcosa prima?»
Questa è la vera differenza. Non tra sanità pubblica e privata. Tra chi può scegliere. E chi no.
Il Servizio sanitario nazionale nacque nel 1978 proprio per cancellare quella differenza. La salute non doveva dipendere dal reddito. Quasi mezzo secolo dopo rischiamo di tornare lentamente al principio opposto. Non dichiarandolo. Semplicemente praticandolo.
E il governo del popolo?
È qui che la questione diventa politica. Perché questo governo rivendica continuamente di rappresentare gli italiani normali. Il popolo. Quello che lavora. Quello che non appartiene alle élite. Ma se esiste un diritto che interessa principalmente chi non appartiene alle élite, è proprio la sanità pubblica. Il ricco non ha bisogno di un SSN efficiente nello stesso modo di chi guadagna 1.300 euro al mese. Se il pubblico non funziona, prende il telefono. Prenota. Paga. Il problema della sanità pubblica riguarda soprattutto chi il privato non può permetterselo. E allora il paradosso diventa difficile da ignorare. Un governo che rivendica una politica popolare dovrebbe avere nella sanità pubblica una delle proprie ossessioni. Perché nulla è più popolare di un medico disponibile senza carta di credito.
Poi arriva la patrimoniale
Eppure basta cambiare argomento. Pronunciare una parola. Patrimoniale. E improvvisamente una parte consistente del discorso politico si rovescia. Giorgia Meloni ha ribadito ancora nel giugno scorso il proprio «no alla patrimoniale», contrapponendole la riduzione delle tasse sul ceto medio. «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere patrimonio dopo decenni di sacrifici», ha detto. Messaggio politicamente potentissimo. Perché la parola patrimonio significa immediatamente: la casa. I risparmi. Il conto corrente. L’appartamento dei genitori. Il sacrificio di una vita.
Solo che nel dibattito sulle imposte sui grandi patrimoni si parla normalmente di ricchezze molto lontane da quelle possedute dalla famiglia media italiana.
E allora accade qualcosa di curioso. L’impiegato con 20.000 euro sul conto si sente chiamato in causa da una discussione sulla tassazione dei milionari. Il pensionato con una casa di proprietà sente minacciato il patrimonio. La famiglia che paga una visita privata perché il SSN non riesce a garantirla in tempo trova improvvisamente il proprio interesse politico nella difesa di ricchezze che probabilmente non possiederà mai.
Il milionario che è dentro di noi
È forse uno dei capolavori della comunicazione politica contemporanea. Far sentire il cittadino comune solidale con il multimilionario. Non perché possieda milioni. Ma perché potrebbe, teoricamente, un giorno possederli. Una specie di solidarietà preventiva con il nostro futuro immaginario. Nel frattempo il nostro presente è molto più banale. Paghiamo 120 euro per una visita. Aspettiamo mesi per un esame. Cerchiamo un medico di famiglia che magari non c’è. Ma ci preoccupiamo della patrimoniale. È affascinante.
Difendiamo il patrimonio che non abbiamo mentre perdiamo lentamente il servizio sanitario di cui abbiamo bisogno.
Liberisti quando conviene
Naturalmente una patrimoniale non è automaticamente una buona idea. Può essere costruita male. Può spostare capitali. Può colpire patrimoni illiquidi. Può produrre effetti perversi. Si può discuterne. Si deve discuterne. Ma quello che interessa qui è il meccanismo politico. Chi possiede molto può permettersi di essere liberista. Se la sanità pubblica non funziona, paga quella privata. Se la scuola pubblica non gli piace, paga quella privata. Se la pensione pubblica sarà insufficiente, ha un fondo. Se i trasporti non funzionano, ha una macchina. È coerente. Molto più curioso è il liberismo di chi dipende dal servizio pubblico. Perché meno hai, più avresti interesse che alcune cose fossero garantite collettivamente. Sanità. Scuola. Trasporti. Assistenza. Pensioni. E invece proprio chi avrebbe più bisogno dello Stato viene spesso convinto che il problema principale sia lo Stato che tassa troppo.
La medicina generale è il primo banco di prova
Ed è per questo che la proposta sul medico di famiglia non è una piccola vertenza professionale. È un banco di prova. Può rappresentare un vero rafforzamento della sanità territoriale. Oppure può diventare l’ennesima riorganizzazione sulla carta di un sistema che ha sempre meno uomini per funzionare. La differenza la farà una cosa semplicissima: quanti medici rimarranno davvero disponibili per i cittadini.
Perché possiamo discutere per settimane di 20 ore, 18 ore, Case della comunità, ruolo unico, assistenza territoriale. Ma il paziente farà una domanda molto meno sofisticata: «Quando sto male, chi chiamo?»
E se la risposta sarà sempre più spesso: «Provi col privato», avremo già capito come è andata a finire la riforma.
La privatizzazione silenziosa
Forse la vera privatizzazione della sanità italiana non arriverà mai. Non ne avrà bisogno. Non ci sarà una cerimonia. Nessun ministro salirà sul palco per annunciarla. Accadrà poco alla volta. Un medico in meno. Una lista più lunga. Un reparto che perde personale. Un esame rinviato. Una visita comprata. Una famiglia che sottoscrive una polizza. Un’altra che non può farlo. Fino al giorno in cui continueremo a chiamare universale un sistema nel quale tutti hanno formalmente lo stesso diritto, ma soltanto alcuni possono esercitarlo quando serve.
Il paradosso finale
Immaginiamo allora un cittadino italiano. Ha uno stipendio da 1.400 euro. Non possiede cinque milioni. Non possiede neppure cinquecentomila euro. Ha magari una casa acquistata in trent’anni di mutuo. Il suo medico di base è andato in pensione e non è ancora stato sostituito. Per una visita specialistica deve aspettare sei mesi. Se vuole farla la settimana prossima deve pagare. Poi accende la televisione. Qualcuno gli dice che il vero pericolo è una tassa sui grandi patrimoni. E lui si preoccupa. Per i grandi patrimoni. È difficile immaginare un successo politico più grande.
Far sentire chi ha poco minacciato dalle tasse di chi ha moltissimo, mentre perde lentamente i servizi pubblici che proprio perché ha poco gli sono indispensabili.
Forse non siamo diventati tutti liberisti. Siamo qualcosa di più curioso.
Liberisti quando si parla delle tasse degli altri.
E improvvisamente socialisti quando chiamiamo il CUP e scopriamo che la prima visita disponibile è tra otto mesi.