Oggi: 10 Giugno 2026
25 Aprile 2026
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La Russa e il peso della storia: quando il passato non passa

Le parole del presidente del Senato su Salò e la Resistenza riaprono una frattura mai davvero chiusa: quella tra la memoria della Liberazione e una parte della destra italiana che continua a farci i conti senza risolverli.


Il nodo irrisolto della destra italiana

C’è un momento, nella vita delle istituzioni, in cui le parole non sono più opinioni. Diventano posizione. E quando a pronunciarle è la seconda carica dello Stato, il margine tra memoria personale e responsabilità pubblica si azzera. Le dichiarazioni di Ignazio La Russa su Salò e sulla Resistenza, a ridosso del Festa della Liberazione, non sono una scivolata. Sono un sintomo.

Il sintomo di un rapporto mai risolto con la storia. Perché il punto non è la legittimità di avere una memoria familiare o politica diversa. Il punto è che quella memoria, quando si fa narrazione pubblica, entra in collisione con un dato storico preciso: la Repubblica italiana nasce dalla sconfitta del fascismo. Non da un compromesso. Non da una sfumatura. Da una rottura.

Salò non è una sfumatura

La Repubblica Sociale Italiana non è un capitolo tra gli altri. È l’ultimo atto di un regime che, dopo aver trascinato il Paese nella guerra, sceglie di legarsi a doppio filo con l’occupazione nazista. È una scelta di campo. Netta.

Mettere sullo stesso piano chi combatteva per liberare il Paese e chi difendeva quell’ordine significa operare una torsione della storia. Non una rilettura. Una torsione. E questa torsione, nel discorso pubblico italiano, torna ciclicamente. Sempre negli stessi punti. Sempre con le stesse ambiguità.

Il giuramento dimenticato

C’è poi un passaggio che pesa più degli altri. Chi ricopre una carica istituzionale giura sulla Costituzione. E la Costituzione della Repubblica Italiana non è un testo neutro. È il prodotto diretto della Resistenza. È figlia di quella frattura storica.

Non si tratta di imporre un pensiero unico. Si tratta di riconoscere un fondamento. Perché senza quel fondamento, il sistema democratico perde il suo asse. E chi lo rappresenta dovrebbe esserne il primo custode, non un interprete intermittente.

Una questione di identità, non di polemica

Ridurre tutto a polemica politica è comodo. Ma è anche fuorviante. Qui non siamo davanti a uno scontro tra maggioranza e opposizione. Siamo davanti a una questione identitaria del Paese.

L’Italia è una democrazia nata da una sconfitta. La sconfitta del fascismo. È un dato che non può essere aggirato con formule retoriche o bilanciamenti lessicali. Ogni volta che si prova a farlo, il risultato è lo stesso: si riapre una ferita che non è mai stata del tutto rimarginata.

Il passato che non passa

Il problema, in fondo, è tutto qui. Non è il passato. È il modo in cui lo si abita.

Per una parte della destra italiana, quel passato resta un territorio ambiguo: mai rinnegato fino in fondo, mai assunto fino in fondo. Una terra di mezzo che produce cortocircuiti ogni volta che la storia torna a chiedere conto.

E allora la domanda diventa inevitabile: si può rappresentare lo Stato senza riconoscere fino in fondo le radici da cui quello Stato nasce?

La risposta, più che nelle polemiche di questi giorni, sta nella tenuta della memoria collettiva. Perché una democrazia può sopportare molte cose. Ma non l’ambiguità sulle proprie origini.

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