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11 Settembre 2026
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Quell’11 settembre

Il ricordo personale di quel pomeriggio del 2001, il viaggio da Perpignan a Milano, il mondo che tratteneva il respiro e, un anno dopo, New York raccontata attraverso le donne. Venticinque anni dopo, ciò che sembrava una frattura assoluta è diventato Storia. Ma per chi c’era resta memoria.

Capita spesso di chiedersi: dov’ero quel giorno che…

È una domanda che accompagna soprattutto gli eventi destinati a entrare nella memoria collettiva. Quelli che, mentre accadono, sembrano già appartenere alla Storia e che finiscono per fissare nella nostra testa non soltanto le immagini che abbiamo visto, ma anche il luogo in cui eravamo, cosa stavamo facendo, perfino la luce di quel momento.

Il mio 11 settembre

Io ricordo benissimo dove mi trovavo nel pomeriggio dell’11 settembre di venticinque anni fa. Stavo guidando.

Rientravo a Milano da Perpignan, in Francia, dove ogni anno si tiene quello che allora era già uno degli appuntamenti più importanti al mondo per il fotogiornalismo, Visa pour l’Image.

Avevo alle spalle giorni trascorsi tra fotografie, reportage, guerre raccontate attraverso le immagini, incontri con fotografi provenienti da ogni parte del mondo. Come sempre, a Perpignan, il mondo sembrava passare davanti agli occhi condensato dentro una sequenza di fotografie: conflitti lontani, rivoluzioni, fame, migrazioni, vite spezzate.

Poi sali in macchina. Chiudi quella parentesi. E torni verso casa.

Quel pomeriggio la strada era lunga, monotona, familiare. Francia, autostrada, radio accesa quasi per compagnia. Poi qualcosa cambiò.

Il cellulare squillò, era Gianni Cerami, il papà di Federica che viaggiava con me e Marina, mia moglie.

La terribile notizia

Un aereo aveva colpito una delle Torri Gemelle di New York. All’inizio sembrava un incidente. Una notizia grave, certo, ma ancora comprensibile dentro le categorie con cui siamo abituati a leggere il mondo.

Poi arrivò il secondo aereo. E in quel momento tutto cambiò.

Non era più un incidente. Non era più una tragedia. Era qualcosa che nessuno riusciva ancora a definire. E forse fu proprio quello il momento in cui, senza saperlo, cominciò davvero il XXI secolo.

Quel giorno non crollarono soltanto le Torri Gemelle. Crollò anche qualcosa di molto più grande e invisibile: il mito di un’America inattaccabile.

Per decenni gli Stati Uniti avevano combattuto guerre lontano da casa. In Europa, in Asia, in Medio Oriente. Avevano proiettato forza, eserciti, portaerei, intelligence. Il loro territorio continentale sembrava appartenere a un’altra categoria della storia: protetto dagli oceani, dalla potenza militare, dalla tecnologia, da quella superiorità strategica che aveva finito per sembrare quasi naturale.

L’11 settembre quella certezza si dissolse in poche ore. Il mondo tratteneva il respiro.

Non era soltanto lo shock per le immagini di New York, del Pentagono, delle persone che correvano coperte di polvere, delle colonne di fumo che sembravano non finire mai. Era la sensazione, molto più profonda, che qualcosa si fosse spezzato definitivamente. Se poteva accadere lì, poteva accadere ovunque.

Se il cuore finanziario e simbolico degli Stati Uniti poteva essere colpito in diretta televisiva, davanti a miliardi di persone, allora nessun luogo poteva più dirsi davvero al sicuro. Per qualche ora il mondo sembrò sospeso. Gli aeroporti chiudevano. Gli aerei venivano fatti atterrare. Le redazioni correvano dietro a notizie che cambiavano di minuto in minuto. I governi cercavano di capire se quello fosse l’inizio o soltanto il primo atto.

E noi, davanti alle televisioni, non sapevamo ancora che quelle immagini avrebbero continuato a produrre conseguenze per decenni.

Afghanistan. Iraq. Guantánamo. La guerra al terrorismo. Le nuove leggi sulla sicurezza. La sorveglianza. La paura trasformata in politica. Quel pomeriggio, mentre guidavo verso Milano, non potevo sapere tutto questo. Ma ricordo perfettamente una sensazione.

Il mondo di prima era finito

Dalle cose più semplici alle conseguenze geopolitiche più profonde, l’11 settembre cambiò tutto. Anche prendere un aereo non sarebbe più stato lo stesso. Liquidi vietati oltre certe quantità, controlli più invasivi, scarpe da togliere, oggetti prima innocui improvvisamente proibiti, aeroporti trasformati in luoghi di sorveglianza permanente. Piccole abitudini quotidiane che raccontavano, meglio di tanti discorsi, quanto la paura fosse entrata nella vita di tutti.

Ma cambiò anche il nostro lavoro.

I giornalisti, soprattutto quelli che si muovevano sui fronti, fino ad allora avevano spesso goduto di una sorta di lasciapassare implicito. Non sempre rispettato, naturalmente, ma abbastanza riconosciuto da permettere di lavorare dentro i conflitti mantenendo una posizione distinta.

Dopo l’11 settembre quella distanza si ridusse. Il giornalista diventò sempre più spesso parte della contesa. Un osservatore da controllare. Un testimone da utilizzare. Talvolta un bersaglio. Anche il racconto della guerra cambiò insieme alla guerra stessa. L’anno successivo, nel luglio del 2002, andai a New York.

L’idea era semplice, almeno sulla carta: tornare lì quasi un anno dopo e capire come stessero i newyorchesi. Come avessero assorbito quello shock. Come fosse cambiata la città.

Come fosse cambiata la vita quotidiana di chi aveva visto crollare, insieme alle torri, una parte della propria sicurezza. Rimasi a lavorarci per oltre due mesi.

E non fu facile. Perché dell’11 settembre era già stato raccontato tutto. O almeno così sembrava. Ogni secondo di quelle ore era stato analizzato. Ogni fotografia ingrandita. Ogni filmato rallentato. Ogni testimonianza ascoltata. Ogni frame vivisezionato. Arrivare a New York con una telecamera quasi un anno dopo significava confrontarsi con un evento che aveva già prodotto una quantità enorme di immagini, parole, analisi, dolore.

Cosa potevo raccontare che non fosse già stato raccontato?

Poi, lentamente, senza che lo avessi programmato, emerse una storia diversa. Quella delle donne. Il ruolo che avevano avuto dopo l’11 settembre. Le mogli. Le madri. Le vedove. Le soccorritrici. Le professioniste.

Le donne che avevano dovuto ricostruire vite, famiglie, lavori, identità. Non era la storia che ero andato a cercare. Forse proprio per questo diventò quella che valeva la pena raccontare. Il documentario nacque così.

Non da una tesi costruita prima di partire, ma dalle persone incontrate, dalle interviste, dai racconti raccolti e da quella capacità che qualche volta il giornalismo possiede di portarti altrove rispetto al punto dal quale eri partito.

Qui di seguito lascerò il link per vedere l’intero lavoro, le interviste e le testimonianze raccolte in quei giorni.

Rivederle oggi, venticinque anni dopo, produce una sensazione strana. Perché la Storia ha una capacità sorprendente di digerire tutto. Anche ciò che, mentre accade, sembra impossibile da assorbire. L’umanità metabolizza. La politica riorganizza. Le generazioni cambiano.

Gli eventi che abbiamo vissuto come fratture assolute lentamente trovano un posto nei libri, negli anniversari, nei documentari, negli archivi. Diventano date. L’11 settembre 2001. Un giorno da studiare. Un evento da collocare dentro una cronologia. Eppure per chi c’era non fu una data. Fu un pomeriggio. Una radio accesa in macchina. Una strada verso Milano. Una voce che annunciava che un aereo aveva colpito una torre. Poi un altro. Poi il Pentagono. Poi le torri che crollavano. Il mondo che tratteneva il respiro.

Un quarto di secolo dopo mi sorprendo a pensare proprio a questo.

A quanto velocemente ciò che sembra destinato a cambiare per sempre l’umanità finisca, prima o poi, dentro la grande cassettiera della Storia. Non perché sia stato dimenticato. Ma perché il tempo gli cambia peso. Noi, invece, conserviamo un altro archivio. Quello personale.

Ed è probabilmente per questo che continuiamo a domandarci: dov’ero quel giorno che…

Perché la Storia ricorda le date. Noi ricordiamo dove eravamo.

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