Il cronometro a Palazzo Chigi
Tra oggi e domani — dipende dal metodo con cui si contano i giorni — il governo Meloni diventa il più longevo della storia repubblicana. Il precedente primato apparteneva al secondo governo Berlusconi: 1.412 giorni. Quello guidato da Giorgia Meloni, insediato il 22 ottobre 2022, lo raggiunge e lo supera. È un fatto. E, in un Paese che in ottant’anni ha collezionato 68 governi con una durata media di circa quattordici mesi, non è neppure un fatto irrilevante.
Tenere insieme per quasi quattro anni Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia richiede capacità politica. Soprattutto se si considera che, nella storia italiana, sono bastati un sottosegretario scontento, un congresso di partito o una cena digerita male per aprire una crisi di governo.
Il problema comincia quando la durata smette di essere un dato e diventa un risultato. Quando il cronometro viene scambiato per una pagella e il semplice essere rimasti a Palazzo Chigi viene presentato come la prova che, nel frattempo, il Paese sia migliorato.
Anche una coda al pronto soccorso può essere molto lunga. Così un cantiere, una lista d’attesa, una promessa elettorale. In nessuno dei tre casi si brinda alla durata. In politica, invece, basta superare una data sul calendario e parte la fanfara.
La lezione di De Crescenzo
Luciano De Crescenzo sosteneva che il tempo fosse una grandezza a due dimensioni: si può vivere in lunghezza oppure in larghezza. La lunghezza è la semplice successione dei giorni; la larghezza è ciò che riusciamo a metterci dentro. Emozioni, scoperte, errori, cambiamenti. Il concetto lo riassumeva con una frase diventata celebre: «Bisognerebbe allargare la vita, piuttosto che allungarla».
La stessa unità di misura potrebbe essere applicata ai governi. Quanti giorni è rimasto in carica un esecutivo è facile da calcolare. Più complicato è stabilire quanto siano stati larghi quei giorni: quante riforme abbiano prodotto, quali problemi abbiano risolto, quante opportunità abbiano aperto, quanto futuro abbiano aggiunto alla vita delle persone.
La stabilità, insomma, è una condizione favorevole. Non è un’opera pubblica, non aumenta uno stipendio, non accorcia una lista d’attesa. Serve a fare queste cose. Se non le fa, resta soltanto stabilità: una bella cornice, con il quadro ancora da dipingere.
I risultati ci sono. E anche i vuoti
Per onestà, nel bilancio del governo Meloni qualcosa c’è. L’occupazione è cresciuta – anche se andrebbe analizzata la qualità della nuova occupazione – la disoccupazione è scesa, la maggioranza non si è sbriciolata e la presidente del Consiglio ha conquistato una credibilità internazionale che molti, al suo insediamento, non le riconoscevano. Negare questi dati sarebbe soltanto propaganda di segno opposto.
Ma dentro il record ci sono anche una crescita economica rimasta sotto l’un per cento per tre anni consecutivi, un debito pubblico previsto al 138,6 per cento del Pil nel 2026 e una pressione fiscale complessiva che, nonostante gli annunci, è cambiata pochissimo. Ci sono salari che faticano, produttività debole, sanità e scuola che continuano a chiedere ai cittadini pazienza. E la pazienza, al contrario dei governi, non viene mai premiata per la longevità.
Ci sono poi le grandi riforme annunciate. La revisione della giustizia è stata bocciata dal referendum, il premierato — definito la «madre di tutte le riforme» — è fermo dopo il primo passaggio al Senato, l’autonomia differenziata è stata amputata nei suoi punti essenziali dalla Corte costituzionale. Il progetto dei centri in Albania, presentato come modello europeo, è stato ridimensionato dalle difficoltà giuridiche e oggi svolge una funzione ben diversa da quella promessa.
In compenso, non sono mancati decreti, nuovi reati e aumenti di pena. Se le riforme strutturali procedono con il passo del pellegrino, sul terreno della sicurezza il governo ha preferito il monopattino elettrico: rapido, rumoroso e spesso sul marciapiede.
Anche un’auto parcheggiata è molto stabile
Il punto non è sostenere che la stabilità non conti. Conta eccome. Un governo che non vive sotto il ricatto quotidiano dei numeri parlamentari può programmare, investire, affrontare questioni che richiedono anni. Proprio per questo, però, dalla stabilità è lecito pretendere qualcosa di più della stabilità.
Anche un’auto parcheggiata è perfettamente stabile. Non sbanda, non buca una curva, non rischia di finire fuori strada. Il solo inconveniente è che non porta nessuno da nessuna parte.
Il paradosso del governo Meloni è tutto qui. Era nato promettendo una rivoluzione conservatrice e ha trovato la propria longevità soprattutto nella prudenza: disciplina europea nei conti, fedeltà atlantica, mediazione continua fra alleati, rinvio delle riforme più divisive. Perfino le promesse più muscolari — dal blocco navale ai rimpatri di massa — si sono assottigliate fino a diventare accordi, procedure e conferenze stampa.
Questa trasformazione può essere letta come pragmatismo. E in parte lo è. Ma significa anche che il record di durata appartiene non soltanto a ciò che il governo ha fatto: appartiene a ciò che ha evitato di fare, per non mettere alla prova la propria maggioranza. Il governo più lungo potrebbe essere, contemporaneamente, quello che ha imparato meglio a non disturbare la propria sopravvivenza.
Il campionato del calendario
Il cronometro dice che Giorgia Meloni ha superato il secondo governo Berlusconi. Non dice se gli italiani vivano meglio. Per scoprirlo non bisogna contare i giorni trascorsi a Palazzo Chigi, ma misurare i salari, i tempi della sanità, la qualità della scuola, la produttività, la possibilità per un giovane di costruirsi una vita senza dover cambiare Paese. Bisogna misurare, appunto, la larghezza.
Un governo dovrebbe durare un’intera legislatura senza che questo venga considerato un fenomeno da Guinness dei primati. Nelle democrazie adulte si chiama normalità istituzionale. In Italia, dopo decenni di esecutivi stagionali, la normalità sembra un’impresa. Ma resta normalità: il punto di partenza, non il traguardo.
Il governo Meloni ha vinto il campionato del calendario. Quello della realtà è ancora aperto. Perché il calendario certifica quanto a lungo si è rimasti; la storia, prima o poi, chiede che cosa si sia fatto di tutto quel tempo.
Complimenti per la lunghezza. Adesso, come avrebbe detto De Crescenzo, fateci vedere la larghezza.