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9 Settembre 2026
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La strage ignorata del 7 ottobre

«Dite agli israeliani che sto preparando una grande sorpresa per loro». Poi ancora: «Dite loro di aspettarsi un terremoto». Tre anni dopo il 7 ottobre, un’inchiesta di Haaretz riapre la domanda che Israele non ha mai davvero chiuso: possibile che nessuno sapesse? O, peggio, qualcuno sapeva e non capì — o non volle capire — ciò che stava per accadere?

Quello che non torna

Per tre anni la domanda è rimasta lì. Scomoda. Quasi impronunciabile.

Possibile che Israele non sapesse nulla?

Possibile che uno dei Paesi più militarizzati, sorvegliati e tecnologicamente avanzati del mondo, con un apparato di intelligence capace di seguire uomini, telefoni, movimenti bancari e comunicazioni in tutto il Medio Oriente, non avesse visto arrivare migliaia di miliziani di Hamas fino alla barriera di Gaza?Possibile che nessuno avesse raccolto un segnale?

Da oggi quella domanda pesa ancora di più.

Perché secondo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano israeliano Haaretz, Benjamin Netanyahu sarebbe stato avvertito personalmente, circa dieci giorni prima del 7 ottobre 2023, che Yahya Sinwar stava preparando una grande operazione contro Israele. Non un generico allarme. Non una delle migliaia di informazioni che ogni giorno arrivano ai servizi. Un messaggio. Esplicito.

Sinwar avrebbe fatto sapere: «Dite agli israeliani che sto preparando una grande sorpresa per loro».

E poi: «Dite loro di aspettarsi un terremoto».

Secondo la ricostruzione, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe raccolto quell’avvertimento e ne avrebbe parlato direttamente con Netanyahu durante una lunga telefonata. L’allarme riguardava una possibile azione capace di provocare numerose vittime e destabilizzare l’intera regione. Netanyahu avrebbe minimizzato, sostenendo che Israele fosse preparato e indicando nella Cisgiordania un rischio maggiore. Il suo ufficio oggi nega tutto e definisce la ricostruzione «una totale menzogna». (AP News)

Poi arrivò il 7 ottobre. Circa 1.200 israeliani uccisi. 251 ostaggi trascinati a Gaza. Il più grave fallimento della sicurezza israeliana dalla nascita dello Stato. (AP News)

Non è una prova di complotto

Mettiamolo subito in chiaro. Questa inchiesta non dimostra che Netanyahu sapesse esattamente cosa sarebbe accaduto il 7 ottobre. E soprattutto non dimostra che abbia deliberatamente lasciato fare Hamas. Affermarlo oggi significherebbe trasformare una domanda legittima in una teoria del complotto. Ma sarebbe altrettanto scorretto continuare a liquidare ogni interrogativo sulle responsabilità politiche come dietrologia.

Perché quello che emerge dall’inchiesta non è soltanto l’esistenza di un allarme. È ciò che Netanyahu avrebbe fatto dopo averlo ricevuto.

O meglio: ciò che non avrebbe fatto.

Secondo la ricostruzione, non avrebbe trasmesso quell’informazione ai vertici dei servizi di sicurezza. Non avrebbe convocato il gabinetto di sicurezza. Non avrebbe disposto un innalzamento generale dello stato di allerta. Non avrebbe condiviso con lo Shin Bet la telefonata con il presidente emiratino.

E questo è il punto.

Perché una cosa è non sapere. Un’altra è ricevere un avvertimento e non trasformarlo in una decisione.

Gli allarmi c’erano

Il problema diventa ancora più serio se quell’avvertimento viene inserito nel quadro delle informazioni già disponibili in quei giorni. Il racconto del 7 ottobre come un fulmine a ciel sereno si è progressivamente incrinato. Negli anni successivi sono emersi rapporti militari, segnali provenienti dalle unità di osservazione al confine, esercitazioni di Hamas, analisi dei servizi, indicazioni sul rischio di escalation. L’errore israeliano non sembra essere stato semplicemente la mancanza di informazioni. È stata soprattutto la loro interpretazione.

Israele si era convinto che Hamas fosse controllabile. Che Sinwar non volesse una guerra totale. Che il movimento islamista fosse ormai più interessato a governare Gaza, ottenere permessi di lavoro per i palestinesi e assicurarsi finanziamenti che a tentare un attacco suicida contro Israele. Una convinzione trasformata progressivamente in dottrina. E le dottrine, quando diventano dogmi, hanno un difetto: tendono a scartare tutto ciò che le contraddice.

Netanyahu e l’illusione di Hamas controllabile

È qui che la responsabilità politica diventa inevitabile.

Per anni Netanyahu ha considerato la divisione del fronte palestinese funzionale alla strategia israeliana. Da una parte Fatah e l’Autorità nazionale palestinese in Cisgiordania. Dall’altra Hamas a Gaza. Due leadership rivali. Due territori separati. Nessun interlocutore palestinese abbastanza forte da poter imporre seriamente sul tavolo internazionale la nascita di uno Stato. Hamas era un nemico. Ma era anche, paradossalmente, un elemento utile alla frammentazione politica palestinese. E Israele, negli anni precedenti il 7 ottobre, aveva consentito che ingenti fondi provenienti dal Qatar entrassero a Gaza, nella convinzione che comprare un po’ di stabilità fosse preferibile a un nuovo conflitto. Il problema è che quella strategia si basava su una convinzione: Hamas poteva essere contenuta. Il 7 ottobre dimostrò che quella convinzione era tragicamente falsa.

«Negligenza criminale»

L’ex primo ministro Naftali Bennett oggi va molto oltre. Dopo la pubblicazione dell’inchiesta ha dichiarato che la ricostruzione è vera, senza però spiegare su quali elementi basi questa certezza. E accusa direttamente Netanyahu.

Secondo Bennett, l’aver ignorato gli avvertimenti costituirebbe una «negligenza criminale». Sostiene inoltre che Netanyahu non allertò i vertici della sicurezza, non preparò il Paese a un attacco e non convocò il gabinetto. (The Times of Israel) Sono accuse politiche. Bennett è un avversario di Netanyahu e Israele andrà alle urne il 27 ottobre. Questo va ricordato. Ma il contesto elettorale non cancella la domanda. La rende semmai ancora più urgente. Non a caso anche altri leader dell’opposizione israeliana hanno chiesto di sapere esattamente «che cosa Netanyahu sapesse e quando lo sapesse». (The Times of Israel)

È la domanda che qualsiasi democrazia dovrebbe pretendere di chiarire dopo un disastro di quelle dimensioni.

Il problema non è sapere il futuro

Nessun primo ministro può prevedere tutto. Nessun servizio segreto possiede una sfera di cristallo. Persino il migliore apparato di intelligence del mondo può fallire. La storia è piena di sorprese strategiche. Pearl Harbor. L’attacco egiziano e siriano dello Yom Kippur. L’11 settembre. Il problema non è pretendere che Netanyahu conoscesse giorno, ora, numero degli assalitori e percorso delle incursioni.

Il problema è diverso.

Se davvero il presidente degli Emirati gli disse che Sinwar stava preparando qualcosa di enorme, perché quell’informazione non fu messa immediatamente sul tavolo dei responsabili della sicurezza israeliana? Perché non fu confrontata con gli altri segnali? Perché non si alzò il livello di allerta lungo il confine con Gaza? Perché un messaggio che parlava addirittura di un «terremoto» sarebbe rimasto sostanzialmente chiuso dentro una conversazione tra due leader?

È qui che la responsabilità politica smette di essere un’astrazione.

Sapere o voler sapere

Forse la domanda più interessante non è neppure: Netanyahu sapeva?

È: Netanyahu voleva sapere?

Perché esiste una forma di cecità politica che non consiste nel non avere informazioni. Consiste nell’avere costruito un sistema di convinzioni così rigido da rendere invisibili le informazioni che non vi rientrano. Netanyahu era convinto che Hamas fosse contenibile. Che il vero fronte strategico fosse l’Iran. Che la Cisgiordania rappresentasse un rischio maggiore. Che Gaza potesse essere amministrata attraverso deterrenza militare, concessioni economiche e periodiche operazioni di contenimento. Se l’inchiesta di Haaretz verrà confermata, l’avvertimento degli Emirati non sarebbe soltanto una notizia mancata.

Sarebbe qualcosa di peggio: una notizia che non entrava nella visione politica di chi la ricevette.

Il cinismo e il sospetto

Ed è qui che nasce inevitabilmente il sospetto che accompagna Netanyahu dal 7 ottobre. Non perché vi siano prove che abbia deliberatamente sacrificato cittadini israeliani. Non ci sono. Ma perché tutto ciò che è accaduto dopo ha finito per rafforzare il suo disegno politico. Il 7 ottobre ha trasformato la questione palestinese. Da problema politico a problema militare. Ha spazzato via in poche ore il dibattito interno sulla contestatissima riforma della giustizia che stava dividendo Israele. Ha riportato la sicurezza al centro assoluto della vita politica.

Ha consentito una guerra a Gaza di dimensioni senza precedenti. Ha allargato il conflitto al Libano e all’Iran. E ha permesso alla destra israeliana più radicale di rilanciare progetti che prima sarebbero stati considerati estremi, compresa l’idea dell’emigrazione dei palestinesi da Gaza. Ancora nei giorni scorsi esponenti della coalizione di Netanyahu sono tornati a proporla. (Reuters) Tutto questo non significa che Netanyahu abbia voluto il 7 ottobre.

Significa qualcosa di diverso. E forse politicamente ancora più inquietante.

Quella tragedia ha prodotto esattamente il terreno sul quale la sua politica ha potuto radicalizzarsi.

La differenza tra causa e vantaggio

È una distinzione fondamentale. Che un evento favorisca politicamente qualcuno non significa che quel qualcuno lo abbia provocato. Confondere le due cose significa abbandonare il giornalismo e entrare nella cospirazione. Ma ignorare il rapporto tra tragedia e convenienza politica sarebbe altrettanto ingenuo.

La domanda quindi non è: Netanyahu lasciò massacrare gli israeliani per avere una guerra?

Non possiamo sostenerlo.

La domanda è: quanto la sua strategia politica precedente al 7 ottobre contribuì a creare la cecità che rese possibile quel massacro?

E ancora: quanto quella stessa leadership, dopo aver fallito nel prevenire la catastrofe, ha utilizzato la catastrofe per rafforzare una politica che già perseguiva? Sono domande molto diverse. E hanno bisogno di risposte.

La commissione che ancora manca

È anche per questo che il rifiuto di Netanyahu di accettare una commissione statale d’inchiesta pienamente indipendente rimane uno dei punti più controversi della politica israeliana. Perché a quasi tre anni dal 7 ottobre Israele conosce moltissimo sugli errori dei militari e dei servizi. Molto meno sulle responsabilità politiche. Netanyahu ha ripetutamente respinto ogni tentativo di attribuirgli responsabilità personali preventive, sostenendo che un accertamento definitivo debba avvenire soltanto dopo la guerra.

Ma le guerre, soprattutto quando diventano permanenti, possono essere anche un ottimo modo per rimandare i conti.

Intanto Israele si avvicina alle elezioni del 27 ottobre con Netanyahu che tenta ancora una volta di ricompattare la destra e conquistare un settimo mandato, mentre i sondaggi mostrano un Likud indebolito proprio dal giudizio degli elettori sulla gestione del 7 ottobre e delle guerre successive. (Reuters)

Un terremoto

Alla fine restano quelle parole attribuite a Sinwar. «Una grande sorpresa». «Un terremoto». Il terremoto arrivò. Entrò nei kibbutz. Travolse un festival musicale. Portò uomini, donne e bambini nelle gallerie di Gaza. Uccise circa 1.200 persone. E aprì una guerra che, tre anni dopo, ha cambiato il Medio Oriente. Ora sappiamo che forse qualcuno aveva avvertito il primo ministro israeliano che il terreno stava tremando. L’ufficio di Netanyahu dice che quella telefonata non è mai esistita. L’inchiesta di Haaretz sostiene il contrario. Naftali Bennett afferma che è tutto vero. Saranno un’inchiesta indipendente, i documenti e le testimonianze a dover stabilire chi mente. Ma una cosa dovrebbe essere ormai impossibile.

Continuare a raccontare il 7 ottobre soltanto come una sorpresa caduta dal cielo. Perché se Netanyahu fu davvero avvertito, il problema non è più soltanto ciò che Hamas preparava. È ciò che il primo ministro di Israele sapeva, capì e decise di non fare.

Ed è una domanda alla quale, dopo migliaia di morti israeliani e decine di migliaia di palestinesi, nessun uomo di governo dovrebbe poter rispondere semplicemente: non ricordo.

E l’Italia prende tempo

C’è poi un altro pezzo della storia che riguarda direttamente noi.

Mentre una parte crescente dell’Europa ha deciso di trasformare le condanne contro la colonizzazione della Cisgiordania in atti concreti, l’Italia continua a muoversi con estrema prudenza.

Francia, Regno Unito e altri Paesi hanno scelto di colpire economicamente gli insediamenti israeliani, fino a vietare o limitare il commercio con le colonie considerate illegali nei territori palestinesi occupati. Parigi ha annunciato il divieto dei prodotti provenienti dagli insediamenti e si sta muovendo insieme ad altri governi europei e occidentali. (Reuters)

Roma no.

Antonio Tajani ha spiegato che eventuali sanzioni dovrebbero essere decise dall’Unione europea nel suo complesso, per evitare distorsioni del mercato interno. Una posizione formalmente ineccepibile.

E politicamente comodissima. Perché l’Unione europea su Israele è profondamente divisa e arrivare a una posizione comune richiede un consenso che, allo stato attuale, appare difficilissimo.

In altre parole: si può sempre aspettare l’Europa quando si sa che l’Europa non deciderà. E così l’Italia resta ferma. Condanna gli insediamenti. Ribadisce la soluzione dei due Stati. Parla di diritto internazionale. Ma quando alcuni partner europei trasformano quelle parole in sanzioni concrete, il governo italiano torna improvvisamente a invocare la prudenza, il coordinamento, il mercato unico. È una diplomazia molto ordinata.

Talmente ordinata da non disturbare nessuno. Soprattutto Netanyahu.

Ed è forse questo il punto più imbarazzante. Perché proprio mentre emergono nuovi interrogativi su ciò che il premier israeliano sapeva prima del 7 ottobre, e mentre la politica degli insediamenti continua a erodere materialmente la possibilità di uno Stato palestinese, il governo italiano sceglie ancora una volta di stare un passo indietro. Non abbastanza vicino a Israele da assumersi apertamente la responsabilità politica di sostenerne le scelte.

Non abbastanza lontano da contrastarle davvero. Una posizione perfetta. Purché non succeda nulla.

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