Oggi: 9 Ottobre 2026
7 Settembre 2025
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L’anestesia dell’orrore: quando Gaza diventa routine

Nell’era delle notizie senza tregua, le stragi scorrono come numeri in fondo a una pagina. Sopraffatti dall’informazione, stiamo perdendo la capacità di indignarci.

Il Corriere titola quasi distrattamente: «Israele – Gaza, le news: Israele – L’Idf: colpita una torre a Gaza. 21 morti nel raid su una tenda-rifugio». Tra le righe, con la freddezza di un bollettino, si legge che l’esercito di Israele ha colpito una torre a Gaza. 

Ventuno morti in un raid che ha centrato una tenda-rifugio. La notizia è relegata in fondo alla pagina, sotto le curiosità di giornata, quasi fosse un fatto minore. Non fa più scalpore: ci stiamo abituando all’orrore, all’idea che decine di civili possano essere fatti a brandelli da uno degli eserciti più letali e tecnologici del pianeta.

Il meccanismo della notizia funziona così: prima il titolo neutro, impersonale, poi la contabilità dei morti. Nessun volto, nessuna storia, nessuna voce. Eppure, dietro quei numeri ci sono famiglie spazzate via in un attimo, corpi straziati raccolti dai parenti, bambini che non avranno più un nome da chiamare.

È questo il segno dei tempi: l’assuefazione. Ogni giorno un bollettino, ogni giorno un numero. Non più indignazione, non più proteste. Solo una riga in cronaca estera, come fosse la pioggia che cade in autunno o l’indice della Borsa che scivola di qualche punto. Non più vite, ma cifre. Non più tragedie, ma routine.

Il vero orrore non è solo la strage, ma la nostra capacità di digerirla. Ci stiamo anestetizzando. Ogni nuova esplosione non scuote, ma si aggiunge al rumore di fondo. Ogni bambino ucciso non provoca sdegno, ma scivola come un numero tra le statistiche. È il processo più subdolo: non ci indigniamo più, non alziamo più la voce. Guardiamo, scorriamo, passiamo oltre.

È come se la guerra avesse trovato la sua arma più efficace non solo a Gaza, ma nelle nostre coscienze: la normalizzazione dell’orrore. La notizia diventa routine, la routine diventa indifferenza. E l’indifferenza è la vittoria silenziosa di chi bombarda.

I governi lo sanno bene. Sanno che il cittadino medio non regge più di qualche giorno d’indignazione, che la pietà ha una data di scadenza. Così bastano poche frasi di rito – «equilibrio», «cessate il fuoco», «diritto alla difesa» – per trasformare la tragedia in linguaggio burocratico. Il dolore si traduce in comunicato stampa, e la strage diventa accettabile.

Eppure, dietro questa anestesia collettiva, c’è una scelta precisa: la scelta di non vedere, di non raccontare, di non disturbare. Perché se davvero mostrassimo la realtà, se davvero dessimo voce ai sopravvissuti, la nostra coscienza non potrebbe più fingere.

Viviamo immersi nell’informazione, con flussi di notizie che scorrono ventiquattr’ore su ventiquattro, notifiche che ci raggiungono ovunque, immagini che lampeggiano senza tregua sui nostri schermi. Siamo connessi a tutto, ma incapaci di fermarci su qualcosa. Sopraffatti, ma sempre più ignoranti. È la grande illusione dell’era digitale: sapere tutto e non capire più nulla. E in questo vuoto di attenzione e di coscienza, l’orrore trova il suo spazio per diventare normale.

E allora ben venga la flottiglia di imbarcazioni che tenterà di approdare a Gaza. Non cambierà gli equilibri militari, non fermerà i bombardamenti, non piegherà la volontà dei governi. Ma servirà a dire, almeno ai palestinesi, che non sono completamente soli. Che in Europa c’è ancora chi non fa finta di niente, chi prova a dare voce alla loro disperazione. Un gesto simbolico, certo, ma in tempi di anestesia collettiva i simboli valgono più di mille parole.

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