L’integrazione diventa un interruttore: acceso, sei ospite; spento, sei nemico. Nel passaggio spariscono leggi, storie individuali e responsabilità personali.
PRINCIPIO ATTIVO
«Lo straniero che non si integra nel tessuto della terra che lo accoglie non è più un immigrato ma diventa un invasore.»
Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, cap. IV, paragrafo che inizia con «Nulla contro gli Abu Bakr…».
TRADUZIONE DAL VANNACCESE
Qui non c’è soltanto una richiesta di rispetto delle leggi, del tutto legittima. C’è un salto di categoria: dalla mancata integrazione all’intenzione ostile. Non integrato non significa più distante, isolato, povero, discriminato, indifferente o persino responsabile di un illecito preciso. Significa invasore.
È una parola comoda perché fonde tutto: ingresso irregolare, reato, differenza religiosa, difficoltà linguistica, quartiere segregato e semplice antipatia culturale. Una volta ottenuto il miscuglio, non serve più capire quale problema esista né quale strumento usare. Contro l’invasore non si fanno politiche pubbliche: si alzano barricate.
La metafora della casa completa l’operazione. Ma l’Italia non è l’appartamento privato di una maggioranza etnica. È una Repubblica, con leggi comuni, poteri pubblici, cittadini, residenti, stranieri regolari e irregolari, imputati e innocenti. Categorie imperfette, ma verificabili. «Invasore» è invece una sentenza politica emessa prima del processo.
CONTROLLO DI REALTÀ
Il diritto distingue posizioni e condotte. Un soggiorno irregolare non è la stessa cosa di un reato violento; una difficoltà d’integrazione non prova un progetto di conquista; la responsabilità penale riguarda la persona e il fatto, non un’intera origine.
Le politiche europee parlano di integrazione e inclusione come lavoro concreto su istruzione, occupazione, salute, casa e partecipazione. Il Consiglio d’Europa la definisce un processo a due vie: chi arriva deve rispettare norme e istituzioni; la società che accoglie deve rendere possibile un’appartenenza reale, non pretendere un’abiura permanente delle origini.
Al 1° gennaio 2026 i residenti stranieri sono il 9,4 per cento della popolazione italiana. Chiamare «invasione» ogni convivenza incompleta non rende più efficace il contrasto ai reati e non migliora l’integrazione. Rende soltanto sospetta, in partenza, una persona su undici.
EFFETTI INDESIDERATI
Usare una parola militare al posto di una politica pubblica. A forza di chiamare invasione la convivenza difficile, si finisce per non governare né la convivenza né il crimine.
Fonti: Commissione europea, Consiglio d’Europa, Istat.