Roberto Vannacci ha finalmente presentato il futuro.
È arrivato il 24 agosto, occupa 108 pagine e sembra avere viaggiato a cavallo. Si intitola Base Ideologica e Programmatica di Futuro Nazionale per l’Italia del futuro 2027-2037, ma la data dev’essere un errore di stampa. Il Paese descritto nel documento viene da molto più lontano: da prima della Repubblica, prima del suffragio universale e, a tratti, persino da prima dei moti del 1848.
Il programma dichiara «non negoziabili» la difesa della vita dal concepimento, la famiglia naturale, l’identità cristiana e la «concezione romana del diritto». Tutto legittimo nel dibattito politico, naturalmente. Meno rassicurante è il modo in cui quei principi vengono trasformati in un progetto di disciplina collettiva: lo Stato decide quale famiglia meriti di esistere, quali immagini possano essere viste, quali affetti producano diritti, quale donna possa interrompere una gravidanza e quale opinione debba restare fuori dalla televisione per quasi tutta la giornata. (Programma ufficiale di Futuro Nazionale)
Non tutte le 108 pagine sono un carnevale reazionario. Ci sono proposte sull’industria, sul credito, sull’energia, sulla cybersicurezza e sulla pubblica amministrazione. Alcune sono convenzionali, altre discutibili, altre ancora potrebbero comparire nel programma di qualsiasi partito sovranista europeo. È proprio questo a rendere il documento più serio, e più inquietante, della solita provocazione destinata ai social: la regressione dei diritti non viene presentata come una battuta da comizio, ma inserita dentro un progetto organico di governo.
Il Medioevo, stavolta, ha un piano industriale e la banda larga.
Diciassette ore di normalità obbligatoria
Futuro Nazionale propone di estendere dalle 6 alle 23 la fascia protetta per tutti i mezzi audiovisivi, vietando i contenuti definiti «genderisti» e «omosessualisti». Per chi trasgredisce sono previste sanzioni che possono arrivare alla sospensione della licenza.
Diciassette ore al giorno.
Non una fascia protetta, dunque, ma un coprifuoco culturale. L’omosessualità non viene proibita: più modernamente, viene resa invisibile. Può esistere, purché non compaia. Può vivere, purché non si racconti. Può perfino pagare il canone, a condizione di aspettare le undici di sera per riconoscersi in uno schermo.
Il meccanismo è antico e funziona sempre allo stesso modo: prima si sostiene di voler proteggere i bambini; poi si stabilisce che cosa gli adulti possano leggere, vedere e dire. La censura arriva quasi sempre accompagnata da una culla. Fa meno paura.
Il programma vieta inoltre gli interventi chirurgici di riassegnazione, gli ormoni e i bloccanti della pubertà per i minori, trasformandoli in «reato universale». Per gli adulti la possibilità resterebbe, ma non a carico del Servizio sanitario nazionale. Lo Stato del generale è inflessibile nell’entrare nelle camere da letto, nei consultori e negli ambulatori. Diventa improvvisamente liberale soltanto quando arriva il conto.
La famiglia naturale, sotto sorveglianza naturale
Le unioni civili vengono considerate un espediente per scardinare la famiglia e plasmare il senso comune. Futuro Nazionale propone di ricondurre alcuni diritti delle coppie alla sfera individuale, lasciando il matrimonio come unico istituto pubblico di coppia, perché soltanto la procreazione avrebbe rilevanza sociale.
Tradotto dal latino immaginario del programma: potete amarvi, ma lo Stato preferisce non saperlo. Potete assistervi in ospedale, regolare un’eredità o indicarvi come persone di riferimento; ciò che non dovete pretendere è che la vostra unione abbia la stessa dignità pubblica di quella approvata dal generale.
Le adozioni ordinarie sarebbero riservate alle coppie formate da un uomo e una donna. Le persone omosessuali e i single vengono ricondotti al rango di adulti formalmente liberi ma istituzionalmente sospetti: abbastanza maturi per pagare le tasse, non sempre abbastanza affidabili per costruire una famiglia.
Anche l’aborto «non è un diritto». Le associazioni pro-vita dovrebbero entrare nei consultori, la pillola RU-486 non potrebbe essere somministrata in regime ambulatoriale o domiciliare e il concepito diventerebbe titolare di interessi giuridicamente tutelati.
Il passaggio più rivelatore riguarda i benefici economici riconosciuti durante la gravidanza. Il programma propone che, in caso di aborto volontario, le risorse già ottenute debbano essere restituite, così da impedire — sono parole del documento — «gravidanze strategiche» finalizzate a ricevere denaro pubblico prima di «sopprimere» il bambino.
Qui il Medioevo protesta per diffamazione. Siamo davanti a qualcosa di più contemporaneo: il sospetto amministrativo trasformato in ideologia. La donna non è una cittadina capace di decidere; è una potenziale truffatrice da sorvegliare attraverso bonus, battiti fetali, moduli e ricevute.
Una scheda elettorale per ogni figlio
Il programma propone di valutare il voto plurimo dei genitori in rappresentanza dei figli minorenni. Per realizzarlo bisognerebbe modificare l’articolo 48 della Costituzione e consegnare alla famiglia un numero di schede proporzionato ai figli, dividendole tra padre e madre. Se i figli fossero dispari, la scheda aggiuntiva verrebbe attribuita a turno.
Non è satira. È scritto a pagina 87.
Il principio repubblicano «una persona, un voto» diventerebbe «una famiglia, più voti». La maternità e la paternità non sarebbero soltanto esperienze umane o responsabilità sociali, ma moltiplicatori di potere politico. Un cittadino senza figli varrebbe uno. Una coppia prolifica potrebbe presentarsi al seggio con un piccolo pacchetto di maggioranza.
Resta da capire chi voterebbe per il neonato che piange, chi per l’adolescente che considera i genitori due reperti archeologici e chi dovrebbe controllare che la madre non scelga un partito diverso da quello indicato dal capofamiglia. Probabilmente verrà istituito un apposito ministero. Del resto, il programma ne prevede già uno «della Vita, della Famiglia naturale e dell’Identità».
Il patriarcato che protegge le donne da loro stesse
Futuro Nazionale rifiuta la categoria giuridica e politica del femminicidio, descrive il femminismo come un’ideologia che fomenta la contrapposizione tra uomini e donne e propone di difendere il «patriarcato mediterraneo»: un modello fondato, secondo il testo, sulla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e proteggere le donne.
È una costruzione perfetta. Prima si nega che esista una violenza legata al possesso e al dominio maschile. Poi si affida la sicurezza delle donne agli uomini forti. Infine si chiama tutto questo protezione.
La donna vannacciana è molto rispettata. Talmente rispettata che qualcuno deve decidere quale famiglia possa formare, se possa interrompere una gravidanza, quali farmaci possa ricevere e da quale maschio forte debba essere difesa. La parità viene sostituita dalla cavalleria: meno autonomia, ma vuoi mettere la cortesia di vedersi aprire la porta?
Non è un ritorno alla tradizione. È la trasformazione della disuguaglianza in galateo.
A scuola, tutti sull’attenti
Nelle scuole superiori dovrebbero entrare moduli di educazione alla difesa e alla sicurezza nazionale. I giovani potrebbero partecipare volontariamente a campi e attività esterne di formazione militare con valenza civica. L’obiettivo dichiarato è far conoscere le Forze armate e attirare «i migliori giovani con i caratteri adeguati».
Non c’è nulla di scandaloso nell’insegnare il ruolo costituzionale della Difesa o nel promuovere la protezione civile. Il problema è il contesto. Quando la stessa architettura politica divide le famiglie in naturali e innaturali, i contenuti in leciti e illeciti, gli stranieri in assimilabili e da «remigrare», l’educazione militare non appare più come cultura delle istituzioni. Somiglia alla pedagogia dell’obbedienza.
Ogni complessità riceve una casella. L’omosessuale deve restare fuori dallo schermo. La donna deve diventare madre. Il migrante deve essere rimandato indietro. Il figlio deve produrre un voto. Lo studente deve imparare a stare in riga.
Finalmente un mondo semplice. Basta non chiedersi che fine abbia fatto la libertà.
Il problema non è Vannacci
Sarebbe consolante considerarlo un personaggio folkloristico: il generale col cipiglio, le parole proibite, il patriarcato rispolverato per i nostalgici dell’uomo che non deve chiedere mai. Purtroppo i numeri impediscono di ridere fino in fondo.
Alle elezioni europee del 2024 Vannacci raccolse 532.368 preferenze. Nel luglio 2026 un sondaggio YouTrend attribuiva a Futuro Nazionale il 7,6 per cento, davanti alla Lega e vicino a Forza Italia. Non è una compagnia di rievocazione storica. È un possibile protagonista delle prossime elezioni. (ANSA; Reuters)
La tragedia, dunque, non è Vannacci. Lui non nasconde nulla. Scrive, pubblica e avverte. La tragedia è la domanda politica alla quale sta rispondendo.
Dire che i suoi elettori sono semplicemente ignoranti o incapaci di capire sarebbe comodo, oltre che sbagliato. Un’analisi Ipsos mostra un consenso prevalentemente maschile, ma trasversale per età, più forte nelle fasce economiche basse e medio-basse, tra operai, disoccupati e residenti nei centri piccoli e medi. Oltre un terzo del suo elettorato proviene dall’astensione. (Ipsos)
È gente che spesso non si sente protetta. La politica non ha saputo offrire sicurezza economica, lavoro stabile, servizi, prospettive. Vannacci sostituisce quella protezione sociale con una protezione identitaria: non posso garantirti che vivrai meglio, ma posso dirti chi deve vivere peggio; non posso semplificare il mondo, ma posso indicarti chi incolpare; non posso restituirti potere, ma posso offrirti qualcuno a cui obbedire.
Il virus mutante
Qualche anno fa Andrea Camilleri trovò una definizione molto più utile di tante dispute accademiche. Nell’aprile del 2019, intervistato da Giuseppe Rolli per Servizio Pubblico, rispose a chi sosteneva che non si potesse parlare di fascismo in assenza di una dittatura: «Il fascismo è un virus mutante. Può anche non essere una dittatura, ma essere una mentalità». Aggiunse poi la frase più scomoda: quella mentalità può perfino essere eletta democraticamente. (Intervista ad Andrea Camilleri)
È la lente che aiuta a leggere Vannacci senza rifugiarsi né nell’allarmismo automatico né nell’alibi rassicurante secondo cui, finché esistono le elezioni, tutto sarebbe democratico per definizione. La mentalità viene prima del regime. Comincia quando la pluralità è raccontata come disordine, il dissenso come sabotaggio, l’uguaglianza come concessione, la libertà come minaccia ai bambini e il capo come scorciatoia dalla fatica di pensare.
Vannacci non annuncia la chiusura del Parlamento. Propone qualcosa di più adatto al nostro tempo: addestrare la democrazia al comando usando la democrazia stessa. Con programmi, talk show, sondaggi, applausi e schede elettorali. Il virus non ha bisogno di sfondare il portone delle istituzioni. Gli basta entrarci mostrando il tesserino.
È questo il suo vero talento. Non spiega la complessità: la mette sull’attenti.
Un Paese in posizione di riposo
Ma davvero l’Italia, un Paese del G7, una delle grandi economie europee, una nazione che ha costruito una parte decisiva della propria identità moderna sui diritti, sulla cultura e sul ripudio dell’autoritarismo, merita un programma simile?
La domanda è mal posta. I Paesi non meritano i propri leader: li producono, li scelgono e qualche volta li subiscono dopo averli scelti.
La Repubblica italiana non nacque per riportare ordine dopo un eccesso di libertà. Nacque dalle macerie di un regime che aveva trasformato l’obbedienza in virtù, la guerra in destino e il dissenso in tradimento. Il voto eguale, la parità, la libertà di espressione e la neutralità religiosa dello Stato non sono capricci moderni. Sono la risposta storica a ciò che accade quando un uomo, un partito o una divisa pretendono di stabilire quale sia l’unico modo corretto di essere italiani.
Vannacci non arriva dal Medioevo. Il Medioevo, almeno, ci ha lasciato università, comuni, cattedrali e pensatori capaci di discutere perfino con Dio. Questo programma è un prodotto modernissimo: autoritarismo da algoritmo, nostalgia confezionata per i social, paura trasformata in appartenenza.
E non arriva neppure da una caserma.
Arriva dalle urne.
Se continuerà a crescere non sarà perché un generale avrà ordinato all’Italia di tornare indietro. Sarà perché una parte dell’Italia, con il petto gonfio e la coscienza in congedo, avrà risposto:
Comandi.