L’isola che non c’è
Ci deve essere qualcosa nelle isole che affascina questo governo.
Forse il mare. Forse la distanza. Forse quella rassicurante sensazione che, una volta attraversato un braccio d’acqua, anche i problemi sembrino più lontani.
Prima è stata l’Albania.
Migranti raccolti nel Mediterraneo e portati nei centri costruiti oltre Adriatico, secondo un modello che Giorgia Meloni ha trasformato in uno dei simboli della propria politica sull’immigrazione.
Adesso è la Sardegna.
Non per i migranti. Per i detenuti al 41-bis. Cambiano completamente i soggetti, naturalmente. Sarebbe assurdo assimilarli. Ma il metodo politico presenta una curiosa somiglianza: prendere ciò che si ritiene difficile da gestire e concentrarlo altrove. Lontano. Meglio ancora se su un’isola.
Il nuovo polo del carcere duro
Nel fine settimana tra il 5 e il 6 settembre sono arrivati nel carcere di Uta, vicino a Cagliari, 88 detenuti sottoposti al regime del 41-bis. Sono stati trasferiti da Viterbo, Terni, Milano, Roma, Spoleto e L’Aquila. Le sezioni di massima sicurezza di Viterbo e Terni sono state addirittura svuotate.
E non è finita.
Il piano del ministero della Giustizia prevede di riorganizzare completamente la geografia italiana del carcere duro, concentrando i detenuti in sette strutture.
La Sardegna avrà il ruolo principale. A regime dovrebbero essere circa 240-250 i detenuti al 41-bis ospitati nell’isola, distribuiti tra Bancali, Badu ’e Carros e Uta. Su una popolazione complessiva nazionale che oscilla tra 740 e 750 detenuti. Un terzo. Oggi, dopo gli ultimi trasferimenti, nell’isola ce ne sono già 183. (La Nuova Sardegna)
Non tutti, dunque. Ma abbastanza da trasformare la Sardegna nel principale polo italiano del 41-bis.
Perché proprio un’isola?
La spiegazione del governo è semplice. L’insularità offre maggiori garanzie di isolamento. Nel caso di detenuti sottoposti al 41-bis, cioè persone che lo Stato vuole separare il più possibile dalle organizzazioni criminali di appartenenza, non è un argomento privo di logica. Il regime speciale esiste precisamente per impedire ai capi mafiosi di continuare a impartire ordini, mantenere relazioni e governare le organizzazioni criminali dall’interno del carcere.
Il problema, quindi, non è mettere in discussione il 41-bis. È un’altra cosa.
Perché una sola regione deve assumersi una quota così sproporzionata dell’intero sistema nazionale?
E soprattutto: perché la scelta viene presa praticamente senza confrontarsi con quella regione?
«La Cayenna d’Italia»
La presidente della Sardegna Alessandra Todde sostiene di aver chiesto ripetutamente spiegazioni al ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Il 4 agosto gli ha scritto formalmente chiedendo gli atti e i criteri utilizzati per scegliere la Sardegna. Secondo Todde non ha ricevuto risposta. Quando sono arrivati i primi detenuti a Uta, la governatrice ha usato parole durissime:
«Il governo tratta la Sardegna come la Cayenna d’Italia».
E ha accusato Nordio di avere compiuto una scelta «unilaterale e arrogante». (ANSA.it) Il riferimento alla Cayenna non è casuale. Per decenni l’idea stessa dell’isola è stata associata alle colonie penali. Un luogo lontano. Difficile da raggiungere. Facile da controllare. Comodo soprattutto per chi vive altrove.
La Sardegna questa storia la conosce bene. L’Asinara è stata per anni uno dei simboli italiani del carcere di massima sicurezza. E oggi quell’antica geografia sembra tornare, con modalità naturalmente differenti, ma con una filosofia sorprendentemente simile.
L’insularità: svantaggio o comodità?
Qui emerge anche una certa ironia istituzionale. La Repubblica italiana ha riconosciuto in Costituzione lo svantaggio derivante dall’insularità. L’articolo 119 stabilisce che lo Stato deve riconoscere «le peculiarità delle Isole» e promuovere misure necessarie a rimuovere gli svantaggi che ne derivano.
L’insularità dovrebbe quindi essere qualcosa da compensare.
Ma quando serve per concentrare il carcere duro diventa improvvisamente un vantaggio logistico. La Sardegna è lontana? Problema quando bisogna costruire infrastrutture. Problema quando bisogna garantire collegamenti. Problema quando bisogna sviluppare servizi. Ma straordinaria opportunità quando bisogna isolare centinaia di detenuti. Una forma curiosa di perequazione territoriale.
Prima l’Albania
È qui che viene in mente l’Albania. Anche in quel caso il governo Meloni ha costruito la propria politica attorno a un principio geografico molto semplice: spostare altrove. I centri di Shengjin e Gjader sono stati concepiti per trasferire fuori dal territorio italiano parte dei migranti intercettati in mare, prima per esaminare le richieste di asilo e poi, dopo numerosi contenziosi giudiziari, anche come strutture destinate ai rimpatri.
Il governo continua a rivendicare quel modello.
Antonio Tajani ancora il 3 agosto sosteneva la necessità di creare nuovi «centri modello Albania» anche in Paesi africani e di transito. E il 4 settembre Fratelli d’Italia celebrava la diffusione europea dell’idea degli hub di rimpatrio in Paesi terzi. (Ministero degli Affari Esteri)
Anche qui attenzione: un migrante e un boss mafioso al 41-bis non hanno nulla in comune. Le ragioni giuridiche, le condizioni personali e persino le finalità delle due politiche sono completamente diverse.
Il parallelo riguarda la concezione dello spazio. Il problema è qui. La soluzione è metterlo là.
La geografia politica della distanza
È una politica che potremmo chiamare della distanza. Non necessariamente risolve un problema. Lo sposta. A volte anche fisicamente. L’immigrazione non sparisce se il migrante viene portato a Gjader. La criminalità organizzata non sparisce se il boss viene trasferito a Uta. Ma politicamente accade qualcosa di molto efficace: il problema si allontana dallo sguardo.
E la distanza diventa essa stessa parte della soluzione. Non importa soltanto ciò che viene fatto. Importa dove viene fatto. La periferia diventa il luogo dove il centro trasferisce ciò che non vuole avere troppo vicino.
Il problema non sono i detenuti
Ed è necessario chiarire anche questo. La protesta della Sardegna non può essere ridotta alla formula: «non vogliamo i mafiosi». Sarebbe una lettura persino pericolosa. I detenuti appartengono allo Stato italiano. Le carceri sono strutture nazionali. Ogni territorio deve fare la propria parte. La questione è la proporzione. Un terzo dell’intera popolazione nazionale sottoposta al 41-bis concentrata in una regione che rappresenta circa il 2,5 per cento della popolazione italiana. E soprattutto una regione che denuncia da tempo problemi nelle proprie strutture penitenziarie. Uta è già sotto pressione. Bancali presenta criticità analoghe. A Badu ’e Carros centinaia di posti risultano indisponibili per lavori. Al 31 agosto nelle carceri sarde risultavano 2.451 detenuti su una capienza ufficiale di 2.583 posti, ma associazioni locali ricordano che la capienza effettivamente utilizzabile è inferiore proprio a causa dei reparti chiusi. (ANSA.it) E tutto questo richiede agenti. Medici. Infermieri. Mezzi. Trasporti. Sicurezza. Denaro. Non basta trovare una cella.
Decidere sulla Sardegna senza la Sardegna
Ma forse il punto politicamente più interessante è un altro. Il metodo. La Regione sostiene di non essere stata coinvolta. Todde ha denunciato persino che Nordio abbia inaugurato a luglio il nuovo reparto 41-bis di Uta senza una comunicazione preventiva alla presidenza regionale. Successivamente la Regione ha chiesto documentazione e criteri. Dice di non aver ricevuto risposte. (Regione Sardegna) È qui che la questione smette di essere carceraria. E diventa istituzionale. Perché una regione autonoma non è un terreno vuoto sulla carta geografica. Non è una piattaforma logistica. Non è una portaerei naturale ancorata nel Mediterraneo a disposizione del governo di turno. Ha istituzioni. Ha competenze. Ha cittadini. E, almeno in teoria, dovrebbe avere diritto di sapere perché Roma abbia deciso che proprio lì debba essere concentrata una parte così rilevante del sistema penitenziario più delicato d’Italia.
La Sardegna come l’Albania
Ed eccoci al paradosso. Giorgia Meloni ha costruito buona parte della propria narrazione politica sulla difesa della sovranità. I territori. Le nazioni. Le comunità. Il diritto di decidere a casa propria. Poi capita che un territorio non sia governato dalla stessa maggioranza politica. E allora la sovranità sembra diventare improvvisamente molto più elastica. L’Albania serve per portare fuori dall’Italia i migranti. La Sardegna serve per portare lontano dalla Penisola una quota enorme dei detenuti al 41-bis. Il mare, ancora una volta, diventa parte della politica. Una barriera naturale. Un confine. Una distanza. Cambia soltanto da quale parte dell’acqua viene spostato il problema. In Albania fuori dall’Italia. In Sardegna abbastanza lontano dal continente da sembrare quasi la stessa cosa. Naturalmente la Sardegna non è l’Albania. È Italia. Ed è proprio questo il punto. Perché qualche volta viene il sospetto che a Roma se ne ricordino soprattutto quando c’è qualcosa da mandarci.
Un suggerimento, a questo punto
A questo punto, però, il governo potrebbe fare un passo in più. Se la nuova filosofia è che i problemi complessi vadano allontanati, isolati e possibilmente circondati dal mare, tanto vale recuperare qualche vecchio modello della storia italiana. Qualche carcere borbonico. Qualche fortezza napoleonica. Qualche isola dimenticata. Montecristo, magari. O Pianosa. O qualcuna di quelle piccole terre che per secoli sono servite esattamente a questo: tenere lontano dal continente ciò che il continente preferiva non vedere. In fondo il principio sarebbe perfettamente coerente. Prima si decide che un problema è troppo ingombrante. Poi si cerca un’isola. Poi si costruisce una distanza. E infine si chiama strategia. C’è solo un piccolo dettaglio. Siamo nel 2026, non nel 1826. E uno Stato moderno dovrebbe sapere che governare non significa semplicemente scegliere dove mettere ciò che dà fastidio.
Significa assumersene la responsabilità.
Anche quando non c’è abbastanza mare tra Roma e il problema.