C’è un filo invisibile che unisce la voce rotta della senatrice a vita Liliana Segre e il grido di dolore dello scrittore israeliano David Grossman. Due coscienze morali, due testimoni della Storia che, pur provenendo da esperienze radicalmente diverse, si ritrovano oggi sulla soglia dell’indicibile: la possibilità che Israele, lo Stato rifugio nato sulle ceneri dell’Olocausto, stia infliggendo ad altri ciò che a suo tempo ha subito — pur con proporzioni diverse — non può essere derubricata da chi si rifugia nel conteggio dei morti per stabilire la gravità morale di un crimine. Le tragedie non si pesano con la bilancia dei numeri, ma con quella della coscienza. E la coscienza, oggi, non può non tremare.
Grossman: «L’Occupazione ci ha corrotti». Segre: «Israele sprofonda nell’abominio»
Liliana Segre non pronuncia la parola “genocidio”. Ne teme la banalizzazione, l’uso strumentale, l’effetto boomerang. Ma il dolore è tutto lì, in quelle frasi colme di amarezza: «È veramente straziante per me vedere Israele sprofondato in un simile abominio». Il linguaggio si fa esitante, perché ogni parola pesa. Perché per una sopravvissuta ad Auschwitz, il solo dover ammettere che “mai più” non è bastato, è una sconfitta che lacera nel profondo. È il fallimento non solo di un principio morale, ma di una promessa storica: che la Shoah avrebbe insegnato qualcosa. Che l’esperienza della vittima avrebbe impedito la trasformazione in carnefice.
David Grossman, invece, quella parola la dice. La dice con il cuore spezzato, con rabbia e impotenza: «Per anni ho rifiutato di utilizzarla. Ma adesso non posso trattenermi. Genocidio». È una parola-valanga, confessa. Una parola che, una volta detta, travolge tutto. Eppure la dice. Perché non può più ignorare ciò che vede: fame, morte, umiliazione, devastazione. E lo fa non per accusare Israele da fuori, ma da dentro. Con l’amore e la disperazione di chi ha visto l’ideale crollare sotto il peso dell’occupazione militare, del potere assoluto, della paura che corrompe.
Segre e Grossman non sono due voci opposte
Sono due facce dello stesso dolore. Ma mentre Grossman, intellettuale laico e radicale, ha scelto di sporcarsi le mani e il linguaggio, Segre resta sulla soglia, bloccata in una contraddizione lacerante. Da un lato la sua intransigenza morale, la memoria della Shoah, la consapevolezza del male assoluto. Dall’altro, la realtà di Gaza, che ogni giorno rende più difficile continuare a non vedere.
Ecco allora la frattura: l’impossibilità, per Segre, di dare un nome definitivo a quanto accade. Non perché non lo riconosca, ma perché dirlo significherebbe riconoscere il tradimento di ciò che lei stessa incarna: la testimone dell’orrore che non ha saputo impedire che quell’orrore, seppur in altra forma, si ripetesse. È il paradosso che pesa su ogni sopravvissuto quando il carnefice di oggi ha il volto, la lingua, la storia della vittima di ieri.
Grossman non ha questa eredità, o almeno non nella stessa forma. Ha invece l’urgenza di rompere l’omertà del suo Paese, di dire che l’Occupazione del ’67 è la maledizione d’Israele. Che il potere corrompe, e che Israele, forte militarmente, ha perso se stesso moralmente.
Gaza, la parola proibita e il fallimento dell’etica ebraica della responsabilità
Entrambi parlano di due Stati. Entrambi vogliono pace, giustizia, diritti. Ma c’è una differenza profonda: Grossman chiede agli israeliani di guardarsi allo specchio. Segre chiede all’Europa di non usare quello specchio per vendicarsi della sua colpa.
In mezzo, Gaza. Che muore. Che affama. Che brucia.
E la parola proibita, genocidio, scivola fra le righe come un’ombra inevitabile. Non perché sia una verità assoluta, ma perché è il segno che la nostra coscienza collettiva si è spezzata. E che forse, ancora una volta, abbiamo smesso di ascoltare i giusti.