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17 Luglio 2025
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Quando ci chiederanno di Gaza

Un giorno, qualcuno ci chiederà dove fossimo mentre migliaia di palestinesi morivano sotto le bombe. Come abbiamo potuto accettare che la risposta a un crimine fosse una punizione collettiva senza fine. E cosa abbiamo fatto, mentre la comunità internazionale guardava altrove. Non basterà dire che non sapevamo.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, quando l’Armata Rossa varcò i cancelli dei campi di concentramento nazisti situati in Polonia, la realtà che si trovarono davanti fu talmente brutale da sfidare ogni immaginazione. Il primo grande campo ad essere liberato fu Majdanek, nei pressi di Lublino, il 23 luglio 1944. Poco dopo toccò a Sobibór e Belzec, ma il momento più emblematico arrivò il 27 gennaio 1945, con la liberazione di Auschwitz-Birkenau, il più grande campo di sterminio, divenuto il simbolo dell’Olocausto.

Tra le tante domande che i soldati sovietici e gli osservatori internazionali si posero davanti a quell’orrore sistematico, ce n’era una che pesava più delle altre: com’era possibile che chi viveva nelle città e nei villaggi vicini non sapesse nulla?Che non avesse sentito gli odori, le urla, il fumo, i convogli ferroviari? Che non avesse mai chiesto?

La questione non era solo logistica, ma morale. Perché se l’esistenza di quei campi era visibile, udibile, persino palpabile nel paesaggio — come ad Auschwitz, a pochi chilometri dal centro abitato di Oświęcim — allora il silenzio che li circondava era qualcosa di più di una semplice ignoranza: era complicità sociale, rimozione collettiva, paura trasformata in abitudine.

E quella domanda — lo sapevano? — non ha mai smesso di echeggiare nella memoria europea. Non riguarda solo il passato. Riguarda ogni volta che l’indifferenza si fa sistema, che l’evidenza viene ignorata, che la normalità si costruisce sopra l’abisso.

L’ombra lunga del 7 ottobre

Fra qualche decennio, quando gli storici — o forse i nostri stessi nipoti — si troveranno a studiare la storia di Gaza e della Cisgiordania, si porranno una domanda semplice, terribile, inevitabile: com’è stato possibile?
Com’è stato possibile che uno Stato dotato di un esercito tra i più potenti al mondo, con una delle intelligence più sofisticate e capillari mai esistite, non abbia impedito la strage del 7 ottobre? Ma, soprattutto, com’è stato possibile che la risposta a quell’atto criminale sia stata una rappresaglia lunga due anni, che ha portato alla morte di oltre 60.000 palestinesi, per lo più donne e bambini, uccisi nelle loro case, nei campi profughi, mentre erano in fila per acqua o per un pezzo di pane, mentre ricevevano cure negli ospedali ormai ridotti a macerie?

A quel punto, ci si chiederà anche: il “diritto di esistere” di Israele può davvero essere concepito come opposto — o addirittura superiore — al diritto alla vita del popolo palestinese?
Questa sarà, con ogni probabilità, la domanda centrale. E davanti alle migliaia di pagine di cronaca, ai discorsi ufficiali, agli editoriali di questi ultimi settant’anni, spiegare cosa sia successo — e soprattutto cosa non è stato fatto — sarà difficile, forse impossibile.

Perché ci si accorgerà che l’Occidente ha barattato la propria coscienza con il silenzio, che gran parte della comunità internazionale, in particolare quella europea, ha assistito con occhi bassi e parole vuote, schiacciata dal peso della propria storia: secoli di persecuzioni antiebraiche, culminati nella Shoah, hanno prodotto una responsabilità che, in molti casi, è stata interpretata come un’adesione incondizionata alla politica dello Stato d’Israele, qualunque essa fosse.

È come se, per espiare le proprie colpe, l’Europa avesse finito per legittimare tutto: dalla confisca delle terre alla colonizzazione militare, dal muro di separazione alle punizioni collettive.
Come se un trauma — l’Olocausto — potesse giustificare l’inflizione di un altro dolore, silenzioso, sistematico, quotidiano.

Naturalmente, qualcuno si scandalizzerà per questo accostamento. Accusare di sacrilegio chi mette in relazione la tragedia della Shoah con la sofferenza dei palestinesi è ormai riflesso condizionato. Ma la storia non è una competizione tra vittime. È un dovere di verità.

E intanto, nel nostro presente, si continua a litigare sul vocabolario, sulle parole da usare per descrivere ciò che vediamo passare ogni giorno nei telegiornali: bambini intrappolati sotto le macerie, madri disperate, convogli umanitari colpiti, ospedali circondati dai carri armati.
Genocidio? Pulizia etnica? Sterminio? Ogni parola è pesata, sterilizzata, evitata. Come se nominarlo davvero rendesse tutto più colpevole. Come se la realtà, senza nome, potesse essere ignorata.

Ma la storia, quella vera, non ha bisogno di autorizzazioni. Prima o poi, chiederà conto. Anche del nostro silenzio.

La democrazia e l’orrore

Ospedali colpiti, convogli umanitari bombardati, famiglie sterminate: come ha potuto uno Stato democratico arrivare a tanto?

Un giorno — fra dieci, vent’anni forse — capiterà a molti di noi, soprattutto ai più giovani, di dover rispondere.
Qualcuno ci chiederà dove eravamo mentre una democrazia, “l’unica democrazia del Medio Oriente”, bombardava ospedali, scuole, convogli umanitari. Ci domanderanno come sia stato possibile che uno Stato, fondato sulla memoria dell’orrore, abbia potuto perpetrarne uno nuovo contro una popolazione civile, disarmata, affamata, in trappola.

Ci ricorderanno che il 7 ottobre fu il giorno in cui Hamas, organizzazione terroristica, ha colpito brutalmente Israele. Ma ci chiederanno anche come abbiamo potuto accettare che la risposta a quella strage fosse una guerra punitiva senza fine, che ha causato decine di migliaia di morti — in gran parte donne e bambini — sotto le macerie di Gaza.

Il doppio gioco di Netanyahu

E allora sarà difficile spiegare che Hamas stessa, per anni, è stata tollerata, indirettamente foraggiata, lasciata crescere proprio da chi oggi la addita come nemico assoluto.
Difficile negare che il Likud di Netanyahu, pur dichiarandosi da sempre acerrimo avversario di Hamas, abbia in più occasioni favorito il suo rafforzamento a Gaza, in funzione di controbilanciamento politico e strategico dell’Autorità Nazionale Palestinese, più incline al dialogo e alla diplomazia.

Lo hanno detto analisti, confermato inchieste, documentato fonti israeliane. Hamas è stata l’utile nemico, il pretesto perfetto per giustificare l’assedio, per impedire ogni soluzione politica, per congelare la prospettiva di uno Stato palestinese.

L’Europa che balbetta, il mondo che tace

E la comunità internazionale?
Ha guardato, ha deplorato, ha esitato. L’Europa ha balbettato. Gli Stati Uniti hanno sostenuto. I governi arabi si sono girati dall’altra parte. E nel frattempo, intere generazioni palestinesi sono cresciute sotto le bombe o tra le rovine.

Israele non si fermerà da sola. Si fermerà solo quando qualcuno, fuori dai suoi confini, avrà il coraggio di imporglielo. Fino ad allora, continuerà a raccontarsi come vittima, anche mentre esercita il ruolo del carnefice.

E allora, quando tutto questo sarà storia e non più cronaca, cosa risponderemo alle generazioni che ci chiederanno conto della mattanza palestinese?
Che non sapevamo? Che era troppo complicato? Che avevamo paura di usare le parole giuste?

O, più semplicemente, che abbiamo preferito voltare lo sguardo?

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