La fiamma, il giuramento e la memoria corta

Il presidente del Senato celebra il Msi e cerca ancora un lato “umano” del fascismo. Ma lo fa grazie a quella democrazia che il fascismo aveva cancellato.
29 Dicembre 2025
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Ottant’anni dopo la caduta della dittatura, Ignazio La Russa continua a inseguire simboli, frammenti e narrazioni utili a rendere meno sciagurata la stagione fascista. Un paradosso istituzionale: chi ha giurato sulla Costituzione antifascista può parlare liberamente solo perché quel regime è stato sconfitto. E proprio per questo non dovrebbe cercare di riabilitarlo, nemmeno a piccole dosi.

C’è qualcosa di commovente, quasi poetico, nell’ostinazione con cui Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica, continua a cercare un frammento di luce nella stagione più buia della nostra storia recente. Ottant’anni dopo. Con calma. Senza fretta. Come se prima o poi, rovistando bene, qualcosa di positivo dovesse pur saltar fuori.

Ignazio La Russa, presidente del Senato della Repubblica Italiana, ha deciso che il 26 dicembre non doveva essere ricordato solo per le luminarie natalizie o per l’ultimo panettone avanzato in frigo. No: ha scelto di celebrare la nascita del Movimento Sociale Italiano, quel partito fondato nel 1946 da reduci dichiarati della Repubblica Sociale Italiana, con una fiamma tricolore che – secondo qualcuno – allude alla fiamma posta sulla tomba di Benito Mussolini. 

Nel suo video social, La Russa, la seconda carica dello Stato in ordine di protocollo, in maglione blu e senza cravatta, ci regala una lezione di storia riveduta e corretta. Quegli uomini “sconfitti dalla storia”, ci dice, non volevano tornare indietro, ma guardavano al futuro, come se fossimo di fronte a un gruppo di esploratori di nuovi mondi piuttosto che a ex combattenti di un regime violentemente sconfitto.

La famosa fiamma tricolore, simbolo che per decenni ha rappresentato una continuità politica e culturale con il fascismo, diventa improvvisamente un’icona sentimentale. Non più una brace ideologica, ma una candela accesa sul comodino della storia. Rilassa. Scalda. Rassicura.

Il problema, però, non è l’opinione personale di un militante di lungo corso. Il problema è il ruolo. Perché La Russa non parla da nostalgico qualsiasi. Parla da seconda carica dello Stato. Da uomo che ha giurato sulla Costituzione italiana. Quella Costituzione nata contro il fascismo. Scritta per impedirne il ritorno. Difesa proprio perché il dissenso, sotto il fascismo, non era un diritto ma un reato.

E qui sta il paradosso. La Russa può permettersi di parlare, criticare, reinterpretare la storia solo grazie a quella democrazia che il fascismo aveva cancellato. Se quella stagione che oggi cerca di rendere meno sciagurata fosse durata un po’ di più, non ci sarebbero stati video, post, dichiarazioni. Solo silenzio. O peggio.

È una forma curiosa di revisionismo: non nega i fatti, li accarezza. Non li contesta, li addolcisce. È la storia raccontata con il filtro nostalgia, buona per i social, pessima per le istituzioni.

Il punto, alla fine, è semplice. Non tutto ciò che è stato sconfitto merita comprensione. Non tutto ciò che è passato merita indulgenza. E soprattutto: non tutto ciò che è stato fascismo può essere riletto come una parentesi emotiva.

Perché la memoria non è un soprammobile. È una responsabilità. E chi siede così in alto dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro.

Ma niente. Dopo ottant’anni, il bisogno resta. Trovare una crepa nella condanna storica. Un distinguo. Un “non tutto”. Come se la dittatura, le leggi razziali, la guerra, la repressione, l’assenza di libertà potessero essere compensate da un simbolo “di amore”.

Il vero miracolo qui non è che qualcuno riesca a reinterpretare un passato problematico: è che lo faccia circondato da un albero di Natale e da un Babbo Natale di cartone, trasformando così un simbolo storico controverso in una sorta di decorazione festiva. Perché se il fascismo fosse ancora al potere, non esisterebbe alcuna “libertà di esprimersi”, nessuna democrazia da difendere, nessuna Costituzione da giurare. Eppure, eccoci qui: mentre la Repubblica e le istituzioni che l’hanno combattuto e costruito guardano – ancora – a chi cerca motivi per giustificare quella sciagurata stagione.

E allora, signor presidente del Senato, un consiglio da cronista e cittadino: se proprio vuole raccontare il passato, guardiamo i fatti, non solo gli hashtag. Perché non c’è nessuna fiamma di amore e resilienza che possa illuminare le ombre di una dittatura; c’è solo la responsabilità di riconoscerle per quelle che furono

1 Comment Lascia un commento

  1. Ottimo pezzo, equilibrato, direi anche moderato , se la parola non fosse troppe volte abusata , ma totalmente condiviso e condivisibile perché basato su fatti incontestabili che pongono nella giusta luce -il ridicolo- il personaggio La Russa . Grazie

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