Oggi: 19 Maggio 2026
18 Gennaio 2026
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Sicurezza a parole, tagli nei fatti: il governo senza bussola sulla microcriminalità

Per anni la destra ha costruito consenso sulla paura. Oggi che governa non sa cosa fare. Slogan finiti, risorse tagliate, nessuna strategia.
Testo alternativo
Abanoub Youssef il 19enne accoltellato a morte dal compagno di scuola.


Dalle baby gang ai “maranza”, la violenza urbana cresce mentre l’esecutivo risponde solo con annunci e inasprimenti di pena. Intanto vengono ridotte le risorse a scuola, servizi sociali e forze dell’ordine. La sicurezza resta propaganda.

L’emergenza che tutti vedono

Eccola, l’emergenza microcriminalità. Quotidiana, diffusa, ormai strutturale nelle grandi città. Scippi, rapine, aggressioni, baby gang: un bollettino che si aggiorna ogni giorno. Eppure il governo sembra non avere una strategia, né una visione, né una risposta credibile. È paradossale, se non fosse drammatico.

La destra che protestava contro se stessa

Per anni la Lega di Matteo Salvvi e l’intera destra hanno costruito consenso sulla paura. Sicurezza come parola d’ordine, reati predatori attribuiti agli «extracomunitari». Slogan semplici, soluzioni urlate: blocchi navali, deportazioni, hotspot come panacea universale.

Lo facevano quando erano all’opposizione. Ma lo facevano anche quando erano al governo. Con i Cinque Stelle al potere, Salvini scendeva in piazza contro se stesso. Un cortocircuito politico senza precedenti: protestare contro il proprio esecutivo. Ma il copione era già scritto: la sinistra favorisce gli sbarchi, migliaia di sbandati invadono le città.

Quando il copione si rompe

Quel racconto intercettava un disagio reale. Ma oggi che la destra governa, mostra tutte le sue falle. Perché la violenza che cresce non è riconducibile solo all’immigrazione. Anzi. Le bande di “maranza” – ragazzi italiani di terza o quarta generazione – sono la prova che il problema è più profondo: sociale, culturale, educativo. E allora? Silenzio. O quasi.

Le balle di ieri

Le ricette di ieri si rivelano per quello che erano: slogan. Balle. Balle cosmiche. L’unica risposta rimasta è l’inasprimento delle pene. Una scorciatoia, facile da annunciare e difficilissima da applicare. Questa è la situazione.

La Spezia, l’ennesima occasione politica

I fatti terribili di La Spezia diventano subito un’arma politica. La destra cavalca l’onda, la Lega rilancia la stretta securitaria. Salvini dice: «Quando ero ragazzino io nessuno a 12 o 14 anni andava in giro col coltello, menava il controllore o non si fermava all’alt della polizia. Influisce aver fatto entrare troppi immigrati che non hanno voglia di integrarsi, molti problemi vengono dalle cosiddette seconde generazioni».

Una narrazione già sentita, che però non regge. Perché se il problema sono le “seconde generazioni”, significa che il fallimento è interno. Italiano. Di sistema.

Il nuovo spauracchio: i “maranza”

Ora il nemico pubblico numero uno ha un nome: “maranza”. Per il Carroccio è l’emergenza assoluta. Nicola Molteni, sottosegretario agli Interni, parla di «principale fenomeno di allarme sociale» e rilancia: «Serve anticipare le norme sul divieto dei coltelli ai minori».

Tradotto: nuovo decreto sicurezza. Dentro c’è di tutto: ammonimento del questore per ragazzi tra i 12 e i 14 anni, multa da 200 a 1.000 euro ai genitori. Punire. Sempre. Peccato che tutto questo avvenga mentre i dati mostrano una riduzione generale dei reati negli ultimi anni. Ma la percezione conta più della realtà.

L’ennesima coltellata

Come se non bastasse, nelle ultime ore arriva un altro episodio strabiliante: un nuovo accoltellamento a scuola, ancora una volta tra giovanissimi. L’emergenza violenza giovanile è ormai fuori controllo. Non più casi isolati, non più eccezioni. È una catena che si ripete. Cortili scolastici che diventano ring, aule trasformate in scenari di rissa, coltelli che circolano con una facilità disarmante. Qui non c’entrano gli sbarchi, non c’entrano le frontiere, non c’entra l’immigrazione. C’entrano il disagio, l’abbandono, la totale assenza di presìdi educativi. C’entra una generazione lasciata senza riferimenti, c’entra una scuola impoverita, privata di strumenti, di personale, di supporto psicologico. E mentre la violenza dilaga anche tra i banchi, il governo continua a parlare solo di repressione: più pene, più sanzioni, più multe ai genitori. Ma nessuna parola sugli educatori, nessuna parola sui servizi sociali, nessuna parola su come prevenire prima che accada l’irreparabile. Si interviene sempre dopo, quando il sangue è già per terra, quando è troppo tardi. Ed è questo il vero scandalo.

La rabbia di chi resta

La famiglia di Abanoub Youssef è furiosa: «Atif girava sempre armato, andava fermato prima». Parole pesanti, che chiamano in causa prevenzione, controllo, presenza dello Stato. Non solo repressione.

Le voci critiche

Il ministro Paolo Zangrillo prova a spostare il focus: «Dobbiamo far comprendere ai ragazzi il valore della vita». Filiberto Zaratti (Avs) è netto: «È cinico strumentalizzare la cronaca per giustificare nuove norme restrittive. La repressione non garantisce sicurezza. Servono politiche sociali». Andrea Orlando, spezzino, aggiunge: «Dopo il Covid è cresciuta la violenza. Sono aumentate le dipendenze tra i giovani».

Basandomi sull’intervista alla procuratrice Patrizia Imperato pubblicata oggi su la Repubblica (che richiama la necessità di investire su politiche sociali e risorse per i minori, perché “senza fondi al sociale è inutile la repressione”) aggiungiamo un’integrazione che rafforza la parte già presente nel tuo articolo, collegandola ai tagli alle risorse e alla microcriminalità giovanile. (la Repubblica)

La voce di chi lavora con i minori

A ribadire ciò che emerge dalla cronaca e dai dati c’è anche chi ogni giorno si confronta con il fenomeno dall’interno del sistema giudiziario: la procuratrice per i minori Patrizia Imperato, che in un’intervista ha lanciato un monito netto allo Stato. Secondo Imperato, parlare di sicurezza solo in termini di repressione è inutile se non si accompagnano quegli sforzi a politiche sociali incisive e diffuse. Lo Stato deve farsi carico di più assistenti, insegnanti e sostegno educativo, perché la violenza giovanile non si arresta con più pene se aumenta il vuoto sociale in cui crescono i ragazzi. (la Repubblica)

Questa testimonianza dall’interno della magistratura minorile conferma un punto che l’articolo ha già evidenziato: i tagli a scuola, servizi sociali e politiche giovanili non solo alimentano il disagio, ma svuotano di efficacia qualunque misura repressiva. Senza investimenti umani e strutturali — nelle scuole, nei quartieri, nei percorsi per le famiglie e per chi lavora con i ragazzi — si rischia di delegare alle forze dell’ordine un compito che nessuna divisa potrà mai risolvere da sola. (la Repubblica)

I tagli che nessuno vuole nominare

C’è un capitolo che il governo evita accuratamente: quello delle risorse. Perché la sicurezza costa, richiede investimenti strutturali. E invece l’esecutivo ha fatto l’opposto. Ha tagliato.

Scuola, servizi sociali, politiche giovanili. Meno educatori, meno psicologi scolastici, meno progetti nei quartieri difficili. Risultato: ragazzi lasciati soli, famiglie abbandonate, periferie senza Stato. Poi ci si stupisce se la strada diventa l’unico riferimento, se il branco sostituisce la comunità.

Spiccioli alle divise Sicurezza a costo zero

E le forze dell’ordine? Retorica a fiumi: «Siamo con voi», «eroi in divisa». Ma quando si tratta di soldi veri arrivano le briciole. Spiccioli. Organici ridotti, mezzi vecchi, turni massacranti. Si chiede alla polizia di risolvere problemi sociali col manganello, di tappare falle enormi con risorse ridicole. È una presa in giro.

La verità è semplice: questo governo vuole la sicurezza a costo zero. Annunci roboanti, decreti simbolici, sanzioni da prima pagina. Ma nessuna strategia seria, nessun investimento strutturale. Perché prevenire costa. Punire fa propaganda.

Il conto da pagare

La microcriminalità non nasce dal nulla. Non è una questione etnica. È marginalità, disagio, mancanza di prospettive. Quartieri lasciati soli, scuole impoverite, servizi sociali ridotti all’osso.

La destra oggi governa. Non può più urlare. Deve decidere, investire, assumersi responsabilità. Soprattutto deve smettere di raccontare favole. Perché la sicurezza non si costruisce con gli slogan, ma con politiche serie, complesse, scomode. E di questo, per ora, non c’è traccia.

2 Comments Lascia un commento

  1. Questo articolo parte da un’impostazione ideologica e non da una lettura onesta dei fatti. Si insiste nel raccontare che il governo “non sa cosa fare”, che naviga a vista, che usa solo slogan, ma poi si evita accuratamente di guardare i numeri quando non tornano comodi. Perché se circa il 35% dei reati viene commesso da poco più dell’8% della popolazione immigrata, e se dentro quel dato pesa in modo determinante la componente degli irregolari, allora non stiamo parlando di percezioni o paure costruite. Stiamo parlando di realtà. Fingere che questo non conti, o liquidarlo come propaganda, significa prendere in giro chi vive certe zone delle città, chi rientra a casa la sera con l’ansia, chi vede cambiare il proprio quartiere senza che nessuno intervenga. Non è una questione ideologica, è una questione di numeri. E prima di accusare gli altri di fare allarmismo, bisognerebbe almeno avere l’onestà di leggerli fino in fondo.

    C’è poi questa narrazione un po’ confusa, sempre uguale, per cui repressione e prevenzione sarebbero alternative, come se una escludesse l’altra. Ma nella vita vera le cose non funzionano così, e chi lo sostiene dimostra di ragionare più per schemi che per realtà. Senza regole chiare e senza il rispetto delle stesse, qualunque politica sociale rischia di restare sospesa, teorica, buona solo nei convegni. Si parla di inclusione, di educazione, di percorsi, e va benissimo, ma intanto esiste una quota di criminalità che nasce dall’illegalità stessa, dal non avere documenti, dal non dover rispondere a nessuno, dal sapere che spesso non succede nulla. Continuare a far finta che questo non esista non è progresso, è rimozione. E la gente questo scollamento lo vede, lo percepisce, lo vive sulla propria pelle.

    C’è infine un altro punto che l’articolo ignora del tutto, ed è forse il più scomodo di tutti. I dati ufficiali diffusi dal Viminale dicono che i reati complessivi sono in calo. Non lo dice la destra, lo dicono i numeri. Ma nello stesso tempo cresce in modo preoccupante la criminalità minorile. Ed è proprio su questo fronte che per anni una certa sinistra ha costruito una difesa ideologica totale: “sono ragazzi”, “non vanno repressi”, “il carcere non serve mai”. Intanto però aumentano le aggressioni, i coltelli, le baby gang, i reati commessi da giovanissimi che sanno benissimo di essere quasi intoccabili. Qui non c’entra la propaganda, c’entra un vuoto enorme di responsabilità. Perché tutelare i minori non significa lasciarli fare tutto, significa intervenire prima che diventino un problema per sé stessi e per gli altri. Negarlo ancora oggi, davanti ai dati, significa continuare a raccontarsi una storia che non regge più, mentre fuori la realtà va da tutt’altra parte.

    • Grazie per il tuo intervento: affrontare questi temi significa guardare ai numeri reali e non alle percezioni. Leggendo meglio e con attenzione, molte obiezioni non ti sarebbero sorte.
      Facciamo allora chiarezza con dati e interpretazioni corrette, senza semplificazioni.

      1) Incidenza dei reati commessi da persone immigrate
      È vero che in alcuni anni e in alcuni territori la quota di reati attribuita a persone straniere è superiore alla loro quota demografica. I dati del Ministero dell’Interno e dell’ISTAT mostrano infatti che, complessivamente, circa il 25-30% dei reati rilevati dalle forze di polizia è commesso da persone straniere (variando per regione e tipo di reato). La cifra del 35% citata da molti commenti è spesso riferita a specifiche categorie di reato o a periodi ristretti, e non rappresenta una tendenza stabile per tutti i reati. In altri anni il peso percentuale è stato inferiore o equivalente alla quota di popolazione straniera residente.
      In ogni caso va chiarito un elemento fondamentale: un valore percentuale più alto non dice nulla sulle cause, né sulla relazione con immigrazione irregolare. La letteratura criminologica internazionale indica che la condizione socio-economica è uno dei principali predittori di comportamento criminale, molto più del fatto di essere residente regolarmente o meno. Povertà, marginalità, esclusione sociale e assenza di prospettive spiegano meglio la devianza.

      In altri termini: non esiste un nesso causale automatico tra immigrazione e criminalità. Non puoi isolare quel dato dal contesto sociale in cui si verifica.
      2) Calano i reati complessivi ma aumentano alcuni specifici
      I dati ufficiali del Viminale e dell’ISTAT confermano che i reati totali in Italia, in molte categorie, sono in calo costante da anni. Questo è un fatto documentabile e non di parte.
      Ma è altrettanto vero — come osservi — che alcune forme di violenza, soprattutto quella giovanile e legata alle baby gang e agli accoltellamenti tra minori, sono in crescita in molte città. Questo non contraddice il calo generale dei reati: indica piuttosto che la dinamica criminale sta cambiando, con fenomeni più gravi e concentrati tra i giovani.
      Ecco il punto: non sono fenomeni separati, ma segnali di un problema sociale più profondo.
      3) Repressione e prevenzione non sono alternative
      Qui siamo d’accordo, e questo è ciò che molti dati e le migliori pratiche internazionali confermano: repressione e prevenzione devono andare di pari passo.
      Limitarsi a inasprire le pene o a introdurre nuove norme senza rafforzare contestualmente la prevenzione — quindi interventi educativi, supporto psicologico, politiche giovanili, lavoro sociale di strada — significa ignorare ciò che molte evidenze empiriche mostrano: la deterrenza penale ha un effetto limitato se il tessuto sociale è fragile.
      È un falso dilemma sostenere che sia o l’una o l’altra: serve entrambe, ma non si può puntare soltanto sulla repressione e ignorare investimenti nelle condizioni che riducono la probabilità che un giovane entri in un circuito di violenza.
      4) Immigrazione irregolare e criminalità
      La correlazione statistica tra irregolarità e reati è stata spesso citata, ma va interpretata con cautela. L’irregolarità è un indicatore di vulnerabilità: persone senza documenti vivono condizioni di esclusione che possono aumentare la probabilità di cadere in fenomeni illegali, ma ciò non significa che l’irregolarità sia di per sé causa di criminalità.
      La comunità scientifica sottolinea da anni che non sono gli immigrati in quanto tali a generare criminalità, ma piuttosto la condizione di esclusione sociale e occupazionale in cui spesso si trovano.
      5) Il ruolo dei servizi sociali e delle politiche giovanili
      Questo è il punto che non può essere ignorato dai numeri: i servizi sociali, le scuole con risorse adeguate, i progetti giovanili e le reti di prevenzione hanno un impatto diretto sulla riduzione della delinquenza giovanile. Dove questi servizi sono forti, i fattori di rischio diminuiscono.
      Una visione di sicurezza che non tenga conto di questo aspetto, cioè di ciò che riduce la criminalità prima che avvenga, non è solida e non è sostenuta dai dati internazionali.
      6) Conclusione: la realtà dei numeri non contraddice, ma amplia la lettura
      I numeri non smentiscono che: esiste una percentuale di reati commessi da persone straniere; esiste un aumento di violenza giovanile in alcune aree urbane; i reati complessivi sono in calo.
      Ma questi dati non spiegano da soli il fenomeno, non indicano cause, e non forniscono risposte efficaci se non vengono inseriti in un’analisi più ampia dei fattori sociali, economici, organizzativi e istituzionali.
      Pretendere che i numeri risolvano un problema sociale complesso è un’illusione. I numeri descrivono, ma non spiegano. Per spiegare servono contesto, cause, correlazioni e politiche efficaci — non slogans.
      E proprio qui sta la criticità: una politica della sicurezza che si limita alla repressione senza prevenzione, senza investire nei fattori che riducono il rischio di devianza, non solo è inefficace, ma rischia di peggiorare la situazione che vuole affrontare.
      Attenzione, che la narrazione alla Bocchino fa un pessimo servizio al lettore.

      rs

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