Dal berlusconismo in poi la destra ha scelto la comunicazione al posto dell’elaborazione culturale. Opinionisti scambiati per intellettuali, giornalisti ridotti a cornice, ministri trasformati in influencer. Veneziani isolato perché ha osato dire la verità. E una “battaglia culturale” che resta solo uno slogan buono per i comizi.
Dal berlusconismo al talk show permanente
Quando la politica rinuncia al pensiero e investe tutto sull’audience
La questione culturale a destra. Quando un tema riaffiora con insistenza, c’è sempre una spiegazione: o è un problema reale, oppure è un falso problema, sopravvalutato. Nel caso della qualità degli intellettuali di destra e della produzione culturale che nasce in quell’area, il dubbio non viene solo dagli avversari. È sollevato anche da esponenti interni. E quando le critiche arrivano da casa propria, il problema smette di essere una caricatura polemica. Diventa un fatto.
Non è una questione di nomi. O, almeno, non solo. Non basta elencare qualche firma, rivendicare una biblioteca, rispolverare un canone. Il punto è un altro: la capacità di incidere. Di produrre idee che pesino nel dibattito pubblico. Di costruire egemonia, per dirla in termini gramsciani. Perché la cultura non è un salotto. È un campo di battaglia.
La destra, storicamente, ha preferito rifugiarsi nella denuncia. Lamentare l’occupazione degli spazi da parte della sinistra. Parlare di “pensiero unico”. Gridare al complotto. Tutto vero, in parte. Ma insufficiente. Perché chi si limita a denunciare rinuncia a costruire. E chi rinuncia a costruire accetta, di fatto, di restare minoranza.
C’è poi un equivoco di fondo: scambiare la cultura con l’identità. Difendere simboli, tradizioni, radici. Operazione legittima, ma non basta. La cultura è produzione, non conservazione. È conflitto, non nostalgia. È rischio, non rassicurazione. E su questo terreno la destra spesso arretra, preferendo il conforto del già noto.
Il risultato? Una galassia frammentata. Riviste che parlano a se stesse. Think tank senza pubblico. Intellettuali che predicano ai convertiti. Manca il salto. Manca l’ambizione di parlare a tutti, non solo ai propri.
E allora la domanda resta, scomoda: la destra vuole davvero una battaglia culturale? O preferisce usarla come alibi? Come scudo. Come giustificazione delle proprie sconfitte.
I giullari del palinsesto
Bocchino, Sallusti, Capezzone: interpreti di un copione scritto altrove
Italo Bocchino, Alessandro Sallusti, Daniele Capezzone. Tre nomi, un copione. Presenze fisse nei talk show, polemisti professionisti, combattenti da studio televisivo. Non intellettuali, ma interpreti. Non produttori di pensiero, ma amplificatori di linee altrui. Giullari di un potere mediatico che non controllano, ma servono.
La loro funzione è chiara: animare il dibattito, alzare i toni, polarizzare. Non costruire, ma incendiare. Non spiegare, ma semplificare fino alla caricatura. Il modello è quello del combattente da arena, non del pensatore. Serve la battuta pronta, non l’argomento. Lo slogan, non l’analisi.
Sallusti dirige, ma non orienta. Bocchino commenta, ma non elabora. Capezzone provoca, ma non lascia traccia. Tutti e tre occupano spazio. Molto spazio. Ma è uno spazio vuoto. Non sedimenta. Non crea filoni. Non genera discepoli. Domani saranno sostituibili. Come tutti i personaggi da palinsesto.
E qui sta il nodo: la destra ha scambiato i suoi opinionisti per i suoi intellettuali. Ha confuso la visibilità con il pensiero. La presenza in prima serata con l’autorevolezza culturale. Un errore fatale. Perché la televisione consuma, non costruisce. Brucia figure in pochi anni. Non crea scuole, crea maschere. Questi personaggi non parlano per la destra. Parlano nella destra. Dentro uno schema deciso da altri. Gli editori, i format, le logiche di audience. Il potere vero è altrove. Loro sono esecutori. Funzionari del conflitto permanente. Servono a tenere alto il rumore di fondo. Nulla di più.
La seconda linea: giornalismo di cornice
Porro, Giordano, Del Debbio e l’informazione che rassicura invece di disturbare
È una destra che ha accettato di essere rappresentata da figure reattive. Sempre contro qualcosa. Mai per qualcosa. Anti-sinistra, anti-Europa, anti-élite. Ma dov’è il progetto? Dov’è la visione? Dov’è l’idea di società che vada oltre il prossimo titolo di giornale?
Nel frattempo, il tempo passa. Le generazioni cambiano. I linguaggi si evolvono. Ma la destra resta inchiodata a questo teatrino. Sempre gli stessi volti. Sempre le stesse frasi. Sempre la stessa liturgia del “ci censurano”, mentre occupano ogni studio televisivo. È una destra che parla molto. Ma dice poco. E soprattutto non insegna nulla. Non forma. Non costruisce quadri. Non investe sul futuro. Vive di rendita mediatica. E come tutte le rendite, prima o poi finiscono.
Veneziani, il colpevole di aver parlato
Il dissenso interno trattato come tradimento
Marcello Veneziani è un vero intellettuale d’area. Con una storia, una formazione, una produzione riconoscibile. E soprattutto con un difetto imperdonabile: dice quello che pensa. Anche quando disturba. Anche quando rompe la linea.
Apriti cielo.
Veneziani diventa un traditore. Un ingrato. Un venduto. Come nella migliore tradizione cameratesca: il dissenso è tollerato solo se silenzioso. Meglio ancora se inesistente. Qui non si discute. Si obbedisce. O si viene espulsi dal recinto.
Il dissenso, il punto di vista diverso, il dibattito che avrebbero potuto nascere dalle osservazioni di Veneziani sono stati letti, a destra, come tradimento. Come delazione. Come una voce stonata da mettere a tacere. Nessuna discussione nel merito, nessun confronto. Solo scomuniche. Del resto, per un governo che chiede di “remare tutti nella stessa direzione” – magistratura compresa – il pensiero autonomo è un lusso che non ci si può permettere. Veneziani diventa così un corpo estraneo, una deviazione pericolosa. Eppure è proprio il dissenso a essere il sale della cultura. Il confronto a generare idee. Il dibattito a tenere viva una democrazia. La reazione scomposta contro Veneziani dice tutto: non tanto su di lui, ma su come la destra concepisce la cultura. Non come spazio di libertà, ma come disciplina di partito.
I ministri della cultura spettacolo
Da Sangiuliano a Giuli: tra gaffe storiche e pose d’antan
A completare il quadro, l’epilogo istituzionale. I ministri della Cultura dell’era Meloni. Prima Gennaro Sangiuliano, il ministro con la smania dell’onnipresenza. Sempre in video, sempre pronto a dire qualcosa. Anche quando sarebbe stato meglio tacere. Memorabile la perla su Dante “padre della cultura di destra”. O l’altra, ancora più surreale, su Cristoforo Colombo ispirato dagli studi di Galileo. Un cortocircuito storico che non è una gaffe, ma un sintomo: l’uso disinvolto della cultura come slogan identitario, non come sapere.
Oggi tocca ad Alessandro Giuli, un gagà catapultato dagli anni Venti a parlare di “cultura italica” con toni da circolo futurista fuori tempo massimo. Più pose che contenuti. Più estetica che sostanza. Anche qui, la conferma: la cultura come costume di scena, non come strumento di governo.
Epilogo
Quando la cultura diventa un accessorio di scena
In definitiva, la destra ha risolto il problema alla radice: invece di formare intellettuali, ha formato personaggi. Costano meno, rendono di più e soprattutto non fanno domande scomode. Del resto, perché leggere un libro quando puoi twittarne il riassunto? Perché studiare un’epoca quando basta una frase ad effetto per attraversarla?
Così la cultura diventa un accessorio di scena, come la pochette nel taschino: non serve, ma fa immagine. E se qualcuno prova a togliersela, viene subito guardato con sospetto. Perché in questo teatro dell’assurdo il vero peccato non è dire sciocchezze, ma sembrare seri.