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18 Febbraio 2026
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La Costituzione à la carte

Trent’anni di riscritture e un referendum che chiude il cerchio. Dal 1994 la Carta smette di essere un limite condiviso e diventa terreno di scontro politico. Il referendum sulla giustizia riapre il nodo più delicato: l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

La Costituzione come menu: si prende, si modifica, si riscrive

C’è un filo che attraversa gli ultimi trent’anni della storia italiana. Non sempre visibile. Ma costante.

La Costituzione non è più un confine. È diventata un campo di intervento.
Si prende un principio, lo si ritocca. Si sposta un equilibrio, lo si ridefinisce. Si chiama riforma, ma spesso è una riscrittura.

La destra, più di altri, ha trasformato questo approccio in una linea politica: la Carta come un menu à la carte. Si sceglie cosa cambiare, quando farlo, e soprattutto perché.

Oggi il referendum sulla giustizia e sulla separazione delle carriere si inserisce esattamente in questa traiettoria. Non è un dettaglio tecnico. È un intervento su uno dei cardini dello Stato: il rapporto tra accusa e giudizio, tra magistratura e potere politico.

Non nasce oggi.
Arriva da lontano.

Prima del ’94: la Costituzione come limite, non come leva

Prima del 1994 la Costituzione viene modificata. Più volte. Ma non viene usata.

1963: numero dei parlamentari e durata delle Camere. Un assestamento.
Nello stesso anno nasce il Molise. Un riordino territoriale.
1967: interventi sulla Corte costituzionale.
1989: responsabilità dei ministri, governo Andreotti.
1991 e 1992: scioglimento delle Camere, amnistia e indulto.
1993: immunità parlamentare, nel pieno di Tangentopoli.

Qui accade qualcosa che oggi appare quasi incomprensibile.

Il sistema politico crolla.
I partiti si dissolvono.
La fiducia nelle istituzioni viene travolta.

Eppure la Costituzione resta fuori.

Non diventa bersaglio. Non diventa strumento.
Non viene piegata per risolvere la crisi.

Resta un limite.
Resta un argine.

Le modifiche ci sono, ma sono condivise, tecniche, necessarie.
La politica litiga su tutto. Ma non su quello.

Dopo il 1994: la Costituzione entra nello scontro

Con la fine della Prima Repubblica cambia il linguaggio del potere.

La Costituzione smette di essere il perimetro del gioco.
Diventa la posta in gioco.

Le riforme non sono più aggiustamenti.
Diventano progetti politici.

E soprattutto diventano riconoscibili: hanno un colore, un promotore, un obiettivo.

1999–2001: il regionalismo e l’inizio della frattura

Governi di centro-sinistra.

1999: rafforzamento delle autonomie regionali.
2001: riforma del Titolo V, confermata da referendum.

L’idea è avvicinare lo Stato ai territori.
Il risultato è una lunga stagione di conflitti tra Stato e Regioni.

È il primo intervento che nasce dentro uno scontro politico.
E non da una sintesi condivisa.

2006: la Costituzione come progetto di governo

Centrodestra, governo Berlusconi.

Si prova a riscrivere l’equilibrio dei poteri:
rafforzamento del premier, ridimensionamento del Capo dello Stato, federalismo spinto.

È il primo tentativo organico.
Il referendum lo respinge.

Ma il punto non è il risultato.
È il precedente.

2016: il referendum come plebiscito

Centrosinistra, governo Renzi.

Riforma ampia: superamento del bicameralismo, trasformazione del Senato, revisione del Titolo V.

Il referendum diventa un voto sul governo.
Non sulla riforma.

Il No vince.
E chiude definitivamente il passaggio: la Costituzione entra nella dinamica del consenso.

2020: la riforma simbolica

Spinta iniziale del Movimento 5 Stelle, poi maggioranza trasversale.

Taglio dei parlamentari.

Riforma semplice, immediata, comunicabile.
Passa al referendum.

Non ridisegna lo Stato.
Ma incide sulla rappresentanza.

È la politica che diventa messaggio.

Le modifiche condivise: l’altra linea che resiste

In parallelo, continuano interventi meno visibili, spesso condivisi:

pari opportunità, abolizione della pena di morte, pareggio di bilancio, ambiente in Costituzione, voto ai diciottenni per il Senato.

Qui la Carta torna a essere ciò che era: uno spazio di aggiornamento.
Ma è una linea che non guida più il sistema.

2026: la giustizia e il nodo del potere

Centrodestra, governo Meloni.

La riforma interviene sulla separazione delle carriere dei magistrati.

Non è un dettaglio tecnico.
È un intervento sull’equilibrio tra accusa e giudizio.

La legge costituzionale è approvata.
Si va al referendum.

Ed è qui che il cerchio si chiude.

La linea che unisce tutto

Non è vero che la Costituzione sia stata modificata troppo.

È cambiato il modo.

Prima del 1994: prudenza, condivisione, limite.
Dopo il 1994: identità, scontro, riscrittura.

E soprattutto: referendum come strumento politico.

La Costituzione non è stata demolita.
È stata progressivamente esposta.

A ogni stagione.
A ogni maggioranza.
A ogni esigenza di consenso.

Un articolo alla volta.
Un equilibrio alla volta.

Fino a quando il limite smette di essere un limite.

E diventa una possibilità.

E quando tutto diventa possibile,
la Costituzione non è più una garanzia.

È solo un testo che aspetta di essere cambiato.

Fonti principali
– Senato della Repubblica, Note alla Costituzione
– Normattiva, leggi costituzionali 1963–2022
– Ministero dell’Interno, archivio referendum
– Gazzetta Ufficiale, legge costituzionale 2025 su ordinamento giurisdizionale
– Parlamento italiano, leggi costituzionali su ambiente, pari opportunità, pena di morte

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