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13 Marzo 2026
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Separazione delle carriere. La riforma che non risolve i problemi della giustizia

Il delitto di Messina, un braccialetto elettronico che non c’era e il paradosso di una riforma sostenuta anche da politici con vicende giudiziarie personali. La domanda resta semplice: separare le carriere dei magistrati risolverà davvero i problemi della giustizia italiana?

Un braccialetto che non c’era

Se c’è qualcosa che potrebbe aiutare gli indecisi a capire cosa votare al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, quanto accaduto nelle scorse ore a Messina è un esempio tragicamente emblematico. Una donna uccisa con decine di coltellate. Fermato l’ex compagno. Era ai domiciliari. Il braccialetto elettronico che avrebbe dovuto controllarlo non c’era. Non era disponibile. Una frase burocratica che pesa come una condanna: non era disponibile. Forse avrebbe potuto salvare la vita a Daniela Zinnanti, cinquantenne messinese. Ma non era disponibile. Eppure il dibattito politico di queste settimane sembra concentrarsi altrove. Non sulla mancanza di strumenti, non sulla cronica carenza di risorse nei tribunali, non sull’organizzazione della giustizia. Il centro della discussione è diventato un altro: separare le carriere tra pubblici ministeri e giudici.

Il cuore della riforma

Esponenti del governo, tra cui il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, hanno rievocato casi storici come quello di Garlasco per sostenere che l’attuale commistione tra chi accusa e chi giudica potrebbe aver influenzato negativamente alcuni processi. Secondo questa tesi, la separazione delle carriere servirebbe a garantire maggiore equilibrio e imparzialità. Ma davvero è questo il cuore del problema? Prendiamo un altro esempio che negli ultimi mesi è stato spesso evocato dalla politica: il mancato funzionamento del centro di espulsione per migranti costruito dall’Italia in Albania. Anche in quel caso la responsabilità è stata scaricata sui magistrati. Come se ogni intoppo amministrativo, ogni ritardo, ogni fallimento del sistema potesse essere ricondotto alla magistratura.

Una riforma che divide anche i suoi sostenitori

L’elenco dei “guasti della giustizia”, secondo i sostenitori del sì alla riforma, sarebbe lungo. E la separazione delle carriere dovrebbe essere la chiave per risolverli. Ma la prima crepa in questa narrazione arriva proprio da chi quella riforma la sostiene. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha più volte spiegato che la separazione delle carriere non inciderà direttamente sui procedimenti giudiziari. Non renderà i processi più veloci. Non ridurrà automaticamente gli errori giudiziari. Non migliorerà la macchina della giustizia nel suo funzionamento quotidiano. Ancora più esplicita è stata la presidente della Commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, quando ha dichiarato che solo un ignorante potrebbe pensare che la riforma risolva i problemi concreti dei tribunali. Se persino tra i sostenitori della riforma non c’è accordo sui suoi effetti, è inevitabile porsi una domanda: questa riforma serve davvero alla giustizia oppure serve alla politica?

Il sospetto di una resa dei conti

Il sospetto è che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso. Una resa dei conti tra una parte della politica e la magistratura. Una lunga storia italiana fatta di conflitti, diffidenze e reciproche accuse. E qui entra in gioco un altro elemento che rende il dibattito ancora più paradossale. Tra i sostenitori più accesi della riforma siedono in Parlamento diversi esponenti con vicende giudiziarie personali. Alcuni con processi in corso, altri con indagini aperte, altri ancora con condanne definitive. Vedi tabella in fondo all’articolo.

Il paradosso politico

Uno dei casi più citati è quello della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli, tra le voci più combattive a favore del sì alla riforma. La sua condanna per peculato nella vicenda dei fondi dei gruppi regionali del Piemonte è diventata definitiva. In altre parole, una parlamentare condannata in via definitiva che interviene nel dibattito pubblico per spiegare come dovrebbe essere riformata la giustizia. Non è un caso isolato. Nel Parlamento della XIX legislatura siedono diversi esponenti coinvolti in procedimenti giudiziari: la ministra Daniela Santanchè è imputata nel processo per falso in bilancio nel caso Visibilia; il sottosegretario Andrea Delmastro è imputato per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito; Matteo Salvini è stato processato e poi assolto definitivamente nel caso Open Arms. Accanto a loro siedono anche parlamentari con condanne definitive, come Umberto Bossi, Claudio Lotito e Antonino Minardo.

Il quadro generale

Secondo diverse ricognizioni giornalistiche realizzate all’inizio della legislatura, circa quaranta parlamentari risultavano avere pendenze giudiziarie tra condanne, processi o indagini. Il fenomeno attraversa quasi tutto l’arco politico, anche se con intensità diverse. È legittimo, naturalmente, che un parlamentare con problemi giudiziari faccia politica. La Costituzione non lo vieta. Ma è altrettanto legittimo chiedersi se proprio queste voci possano essere considerate le più credibili nel momento in cui si propone di riformare la giustizia.

La domanda finale

Alla fine, la domanda torna sempre lì. La giustizia italiana ha problemi reali: tribunali sovraccarichi, carenze di personale, processi lunghissimi, strumenti tecnologici insufficienti. Il caso di Messina lo ricorda con brutalità. Un braccialetto elettronico che non c’era. Davvero qualcuno pensa che separare le carriere dei magistrati avrebbe potuto salvarle la vita? Oppure stiamo discutendo di tutt’altro mentre i problemi veri restano dove sono sempre stati: dentro un sistema giudiziario che la politica, da decenni, non riesce – o non vuole – davvero riformare?

I Parlamentari della XIX Legislatura condannati o imputati.

NomePartitoCamera/SenatoStato giudiziarioReato o contestazione
Augusta MontaruliFratelli d’ItaliaCameraCondanna definitivaPeculato (fondi gruppi regionali Piemonte)
Daniela SantanchèFratelli d’ItaliaSenatoImputataFalso in bilancio (caso Visibilia) e indagine truffa allo Stato
Andrea Delmastro Delle VedoveFratelli d’ItaliaCameraImputatoRivelazione di segreto d’ufficio (caso Cospito)
Umberto BossiLegaCameraCondanna definitivaFinanziamento illecito ai partiti (Enimont) e altri reati minori
Riccardo MolinariLegaCameraImputatoFalsificazione documenti elettorali
Giulio CentemeroLegaCameraImputatoFinanziamento illecito ai partiti
Domenico FurgiueleLegaCameraIndagatoTurbativa d’asta
Claudio LotitoForza ItaliaSenatoCondanna definitivaOmessa alienazione partecipazioni societarie
Antonino MinardoForza ItaliaCameraCondanna definitivaAbuso d’ufficio
Stefano BonacciniPartito DemocraticoParlamento europeoIndagatoAppalti ricostruzione post-alluvione
Matteo RicciPartito DemocraticoParlamento europeoIndagatoGestione società partecipate comunali
Ignazio Marinoarea centrosinistraex SenatoAssolto definitivamenteCaso scontrini Campidoglio
Virginia RaggiMovimento 5 Stelleex ParlamentoAssoltaFalso (nomina Campidoglio)
Filippo NogarinMovimento 5 Stelleex ParlamentoIndagine archiviataGestione rifiuti Livorno
Angelo BonelliAlleanza Verdi SinistraCameraProcedimenti legati a protesteManifestazioni ambientali

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