Ci sono popoli che la storia chiama quando serve combattere. E poi dimentica quando la guerra finisce. I curdi sono uno di questi.
Oltre trenta milioni di persone divise tra Iraq, Siria, Turchia e Iran. Un popolo senza Stato che da più di un secolo compare nei momenti decisivi della geopolitica mediorientale. Combatte, resiste, paga il prezzo più alto. Poi torna nell’ombra delle promesse non mantenute. La loro storia è un ciclo che si ripete.
A quindici chilometri dall’ISIS
Settembre 2015. Valle del Ninive, Iraq settentrionale. Villaggio di Alqosh.
Le valigie sono già pronte. Non è una metafora. Sono davvero accanto alla porta di casa. Una accanto all’altra, come se dovessero partire per un viaggio. In realtà servono per una fuga. Il villaggio cristiano di Alqosh vive sospeso in un silenzio innaturale. Lo Stato Islamico è arrivato a quindici chilometri. Basta salire su una collina per capire quanto sia fragile quella distanza. Da sud arrivano notizie di villaggi svuotati, chiese incendiate, famiglie costrette a scappare nella notte. Mosul è caduta. Le milizie dell’ISIS avanzano come una macchia nera sulla mappa dell’Iraq.
Ad Alqosh tutti sanno che potrebbe toccare a loro. Per questo le valigie restano vicino alla porta. Per questo le macchine sono parcheggiate con il muso verso la strada. Tra il villaggio e l’avanzata dello Stato Islamico esiste una sola linea di difesa.
I curdi.
Un popolo di oltre trenta milioni di persone senza uno Stato, diviso tra Iraq, Siria, Turchia e Iran. Un popolo che torna sempre utile nei momenti cruciali della storia. Combatte, resiste, paga il prezzo più alto. Poi, quando la tempesta passa, viene dimenticato.
Ottomila chilometri per raccontare la paura
Quando arrivo ad Alqosh non sono lì per caso.
Sono partito da Milano con un’auto carica di attrezzatura. Un viaggio lungo ottomila chilometri fino a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Da lì verso la piana di Ninive. Viaggiare in macchina non era una scelta romantica. Era una necessità.

le Campane di Alqosh

Se il fronte fosse crollato improvvisamente, l’auto sarebbe stata l’unica possibilità di scappare. In quelle settimane nessuno si fidava davvero della stabilità delle linee difensive. Pochi mesi prima l’esercito iracheno si era letteralmente dissolto davanti all’avanzata dello Stato Islamico. Intere divisioni erano sparite nel giro di ore, lasciando città e villaggi alla mercé dei combattenti vestiti di nero. Una fuga che aveva aperto la strada alla conquista di Mosul.
Il mio obiettivo era documentare un’altra pagina di quella storia. Il documentario che stavo realizzando raccontava l’angoscia di migliaia di cristiani della piana di Ninive. Comunità antichissime, tra le prime della storia del cristianesimo, improvvisamente di nuovo sospese tra resistenza e fuga. Ancora una volta in balia della storia.
I Peshmerga sulla linea del fronte
Sulle alture che dominano la piana di Ninive si muovono i combattenti curdi.
I Peshmerga.





Non hanno l’equipaggiamento degli eserciti occidentali. Molte armi sono vecchie di decenni. Ma conoscono quel territorio metro per metro. E soprattutto sanno cosa significa perdere una casa. La loro storia è fatta di repressioni, deportazioni e massacri. In Iraq, negli anni Ottanta, il regime di Saddam Hussein condusse contro di loro la campagna di sterminio conosciuta come operazione Anfal. Quando l’ISIS avanza tra il 2014 e il 2015 sono loro a fermarlo su molti fronti. Proteggono Erbil. Difendono i corridoi di fuga per gli yazidi sul monte Sinjar. E tengono la linea davanti ai villaggi cristiani della piana di Ninive.
Ancora una volta diventano indispensabili.
Un secolo di promesse mancate
La promessa di uno Stato curdo nasce nel 1920 con il Trattato di Sèvres, dopo la caduta dell’Impero Ottomano. Tre anni dopo quella promessa viene cancellata dal Trattato di Losanna. Il Kurdistan sparisce dalla mappa politica.
Da allora la storia dei curdi è una sequenza di alleanze temporanee e illusioni geopolitiche. Negli anni Novanta gli Stati Uniti proteggono il Kurdistan iracheno con una no-fly zone dopo la guerra del Golfo. Nel 2003 i curdi diventano alleati fondamentali nell’invasione dell’Iraq. Nel 2014 sono ancora loro a combattere in prima linea contro l’ISIS. Ogni volta vengono celebrati come partner indispensabili. Ogni volta, terminata l’emergenza, tornano a essere un problema diplomatico.
I curdi tornano nella partita
Appena poche ore dopo la notizia dell’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran degli ayatollah, un’altra voce ha cominciato a circolare nelle cancellerie e nei media internazionali: anche i curdi potrebbero entrare nella partita.
Secondo indiscrezioni diplomatiche, Washington avrebbe riaperto i contatti con gruppi curdi attivi lungo il confine tra Iraq e Iran, valutando il loro possibile ruolo in un fronte terrestre contro Teheran. L’ipotesi non è nuova. I curdi, con la loro esperienza di guerriglia e la conoscenza delle montagne che separano Iran e Iraq, sono da sempre considerati combattenti difficili da piegare. Quando la geopolitica ha bisogno di uomini sul terreno, qualcuno torna sempre a ricordarsene.
È già accaduto molte volte.
Per questo, osservando la storia dei curdi, si intravede anche un’ombra che riguarda il futuro del Medio Oriente. I curdi sono oggi ciò che i palestinesi potrebbero diventare domani: un popolo senza terra, disperso tra confini che non ha scelto e potenze che decidono per lui.
Tra sopravvivenza e oblio
Quando lasciamo Alqosh nel 2015 il fronte è ancora stabile. I Peshmerga tengono la linea e l’ISIS non riesce ad avanzare. Le valigie restano accanto alle porte ancora per mesi. In Medio Oriente la sicurezza non è mai definitiva. È sempre provvisoria. Come il destino dei curdi. Nel 2015 difendevano un villaggio cristiano dall’ISIS.
Oggi qualcuno li immagina di nuovo in prima linea contro l’Iran. La storia cambia scenario. Ma il ruolo dei curdi resta sempre lo stesso.
Combattere le guerre degli altri.