Oggi: 10 Giugno 2026
27 Maggio 2026
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Libano, il viaggio che non riesce a cominciare

Da quattro settimane sono pronto per partire per Beirut. Ma andare in un luogo di guerra significa anche misurare il peso che si scarica su chi ti deve accompagnare, proteggere, aprire porte. Intanto il sud del Libano continua a bruciare.


Valigia pronta, partenza sospesa

Non sono ancora partito. Ed è forse da qui che bisogna cominciare. Non dal fronte, non dalle macerie, non dal rumore secco delle esplosioni, ma da una valigia ferma in una stanza. Da un passaporto controllato troppe volte. Dalle batterie delle macchine fotografiche cariche, dai cavi arrotolati, dai taccuini pronti, da quella piccola liturgia che precede ogni viaggio difficile e che, a un certo punto, smette di essere organizzazione e diventa attesa.

Da almeno tre settimane sono pronto per andare in Libano. Pronto, almeno materialmente. Perché poi c’è il resto. C’è l’ansia. C’è la domanda che ritorna ogni mattina: si parte o non si parte? E soprattutto: chi si mette in pericolo, davvero, quando un giornalista decide di andare a raccontare una guerra?

Il punto non è la paura personale. Quella c’è, sarebbe ridicolo negarlo, ma non è la cosa più importante. La cosa più pesante è la responsabilità che si scarica sugli altri. Su chi vive lì, che chi ti viene a prendere, ti accompagna, ti traduce, ti apre una porta, ti porta in un campo profughi, ti dice dove si può passare e dove no. Su chi conosce il rumore dei droni prima ancora di vederli. Su chi deve decidere se quella strada è ancora una strada o è diventata una trappola. Il giornalista arriva, guarda, ascolta, registra. Poi, se va bene, torna a casa. Chi lo ha aiutato resta.

Il sud del Libano non dorme più

La cronaca, intanto, non aspetta. Il sud del Libano continua a consumarsi sotto una pressione militare che ormai non ha più nulla dell’episodio isolato. Il 27 maggio 2026 l’esercito israeliano ha ordinato nuove evacuazioni nel Libano meridionale, mentre intensificava le operazioni contro Hezbollah; secondo Associated Press, è il primo avviso di questo tipo dall’inizio del cessate il fuoco del 17 aprile. (AP News) Sky TG24 ha riportato nuovi attacchi israeliani nel distretto di Nabatieh e, il giorno precedente, numerosi raid nei distretti di Tiro e Nabatieh e nella zona di Mashgara, nella valle della Bekaa. (Sky TG24)

Tiro non è un nome qualunque. È una città antica, mediterranea, stratificata. È pietra, porto, mare, campi palestinesi, periferie, vite sospese. Ed è anche il luogo verso cui da settimane guardo con la sensazione di chi sa che il racconto, a distanza, non basta più. Perché una guerra raccontata da lontano, dopo un po’, diventa paesaggio televisivo. Entra nei titoli, scorre nei sottopancia, si consuma tra una dichiarazione diplomatica e un aggiornamento sul prezzo del petrolio. Ma una città evacuata non è una notizia. È una madre che deve scegliere cosa mettere in una borsa. È un vecchio che non vuole lasciare casa. È un ragazzo che guarda il telefono e aspetta di capire se il quartiere in cui è nato è ancora un posto in cui si può restare.

Le bombe cortesi

L’avviso diffuso agli abitanti di Tiro e dei campi circostanti ha il linguaggio gelido della guerra contemporanea. Non urla. Non minaccia in modo esplicito. Amministra il terrore. Dice: «L’esercito israeliano non intende colpirvi». Poi ordina di evacuare. Dice: «Per la vostra sicurezza». Poi indica la direzione. A nord del fiume Zahrani. Dice che la presenza vicino a elementi, strutture o mezzi di Hezbollah mette in pericolo la vita dei civili. Poi avverte che ogni edificio usato da Hezbollah per scopi militari può diventare un bersaglio.

È la grammatica delle bombe cortesi. Quelle che prima ti avvisano, poi arrivano. Quelle che trasformano una casa in una coordinata, un quartiere in una mappa, una famiglia in un danno collaterale preventivamente informato. Al Jazeera ha riferito che Israele ha emesso un ordine di sfollamento per Tiro, una delle principali città del Libano, dopo una giornata di attacchi che aveva provocato decine di vittime. (Al Jazeera) Anche fonti regionali hanno riportato l’ordine dell’Idf agli abitanti di Tiro di lasciare l’area, mentre proseguivano gli scontri con Hezbollah. (arabnews.jp)

La parola evacuazione sembra quasi neutra. Ma neutra non è. Evacuare significa interrompere una vita. Significa chiudere una porta senza sapere se la si riaprirà. Significa diventare profughi anche quando una casa ce l’hai ancora, almeno per qualche ora. Significa accettare che qualcun altro, da un centro di comando, da una mappa militare, da uno schermo, abbia deciso che il tuo quartiere non è più un luogo abitato ma uno spazio operativo.

La logica della punizione collettiva

Può un esercito dire «non intendiamo colpirvi» e, nello stesso momento, rendere impossibile restare dove si è nati, dove si lavora, dove si seppelliscono i morti? È una logica antica e terribile: colpire una moltitudine per punire alcuni. Una logica che la storia europea conosce fin troppo bene, perché nelle rappresaglie naziste contro i civili c’era esattamente questo principio: trasformare un’intera comunità in ostaggio, rendere collettiva la pena, cancellare la distinzione tra responsabilità individuale e punizione di massa.

Certo, ogni paragone storico va maneggiato con prudenza. I contesti non sono mai identici, le guerre non si sovrappongono come fotografie trasparenti. Ma le logiche, quelle sì, talvolta ritornano. Ritornano quando la presenza di un’organizzazione armata diventa la giustificazione per mettere in fuga un’intera popolazione. Ritornano quando la sicurezza di uno Stato viene invocata come formula assoluta, capace di sospendere ogni altra domanda. Ritornano quando i civili vengono avvisati prima di essere travolti, come se l’avviso bastasse ad assolvere chi colpisce.

Non si tratta di santificare nessuno. Il Libano è un Paese complesso, attraversato da milizie, fragilità istituzionali, memorie irrisolte, presenze armate, equilibri settari, interferenze straniere. Hezbollah non è un dettaglio, non è una nota a margine, non è un’invenzione propagandistica. Reuters ha scritto che il cessate il fuoco ha ridotto, ma non fermato, gli attacchi, mentre Hezbollah ha dichiarato di voler continuare a combattere le truppe israeliane in Libano e Israele sostiene di voler colpire le minacce di Hezbollah. (Reuters) Ma il punto è un altro: può l’esistenza di Hezbollah trasformare intere città in bersagli potenziali? Può una popolazione civile vivere in uno stato permanente di espulsione annunciata? È una logica antica e terribile: colpire una moltitudine per punire alcuni. Una logica che la storia europea conosce fin troppo bene, perché nelle rappresaglie naziste contro i civili c’era esattamente questo principio: trasformare un’intera comunità in ostaggio, rendere collettiva la pena, cancellare la distinzione tra responsabilità individuale e punizione di massa.

Quando la cronaca diventa coscienza

È qui che la cronaca diventa coscienza. Perché il racconto ufficiale è sempre lo stesso: sicurezza, difesa, risposta, necessità militare. Parole legittime, certo. Ma parole che, ripetute abbastanza a lungo, possono diventare un anestetico. Israele dice di colpire Hezbollah. Hezbollah dice di resistere a Israele. I governi parlano di tregue. Le diplomazie cercano formule. Intanto le persone scappano.

E quando le persone scappano, la geopolitica smette di essere una materia da convegno e torna a essere ciò che è sempre stata: il modo in cui le decisioni dei potenti entrano nelle cucine, nei letti, nelle scuole, nelle tasche, nei cassetti delle famiglie. Il Guardian ha riportato che nel quadro dell’escalation in Medio Oriente, gli attacchi israeliani in Libano hanno provocato almeno 31 morti, compresi civili, mentre l’esercito israeliano ha ordinato evacuazioni a Tiro e ampliato le operazioni oltre la zona precedentemente dichiarata di sicurezza. (The Guardian)

Forse questo viaggio comincia proprio prima della partenza. Comincia nell’esitazione. Nella consapevolezza che raccontare una guerra non è un atto eroico, non è una posa, non è una medaglia da appuntarsi addosso. È un patto. Con chi legge, perché merita di sapere. Con chi ti accompagna, perché non deve diventare invisibile. Con chi vive lì, perché non può essere ridotto a sfondo esotico del dolore. E anche con se stessi, perché la prima persona ha senso solo se non diventa protagonismo.

Il dovere di andare, il pudore di raccontare

Io non vado in Libano per mettere me dentro la guerra. Vado, se riuscirò ad andare, per togliere la guerra dall’astrazione. Perché certe cose, se non le vedi, finiscono per diventare sopportabili. E quando diventano sopportabili, il passo successivo è ancora più pericoloso: diventano normali.

Da tre settimane sono pronto. La valigia è lì. Il passaporto anche. L’attrezzatura pure. Ma oggi, prima ancora di partire, so già che il racconto dovrà cominciare da questa soglia: dalla difficoltà di andare, dalla paura di pesare sugli altri, dal pudore necessario davanti a chi non ha scelto di stare dentro la storia ma ci è finito in mezzo.

Tiro, i campi palestinesi, il sud del Libano non sono un teatro. Non sono una scena. Sono luoghi abitati da persone che, mentre noi discutiamo di linee rosse e accordi saltati, ricevono un messaggio sul telefono e scoprono che la loro casa è diventata una zona da lasciare.

E allora sì, bisogna andarci. Ma bisogna andarci sapendo che il primo dovere non è raccontare il coraggio di chi parte. È raccontare la solitudine di chi resta.

Mentre chiudo questo articolo il mio contatto mi scrive: “dobbiamo spostarci ancora più a nord, devo prendere la mia famiglia e andare. Questo avviso mi è appena arrivato sul cellulare, devo andare, mi faccio vivo quando posso“.

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