Il Mondiale è finito. La Spagna si è cucita sul petto la seconda stella, dopo avere battuto l’Argentina, e tutti possono tornare alle occupazioni abituali: celebrare gli eroi, processare gli sconfitti, discutere di moduli, rigori e palloni entrati oppure no.
Il calcio, naturalmente, non è mai stato soltanto calcio. È denaro, propaganda, diplomazia, affari. In Italia, dove la dietrologia è ormai una disciplina olimpica, qualcuno ha persino trasformato la finale tra Spagna e Argentina in un referendum geopolitico.
Chi tifava Spagna, secondo questa raffinatissima analisi geopolitica da divano, sosteneva in realtà Pedro Sánchez. Chi tifava Argentina appoggiava Javier Milei, le sue motoseghe, la sua politica estera e il sostegno a Israele.
Fantacalcio e fantapolitica sono diventati lo stesso gioco di società.
Tutto molto ridicolo. Ma ancora innocuo.
Perché durante il Mondiale è accaduto qualcosa che non appartiene alle fantasie da bar: il presidente degli Stati Uniti ha telefonato al presidente della FIFA per protestare contro una decisione arbitrale. E poco dopo le conseguenze di quella decisione sono cambiate.
Il VAR della Casa Bianca
Folarin Balogun, attaccante degli Stati Uniti, era stato espulso contro la Bosnia-Erzegovina. Un cartellino rosso comporta normalmente almeno una giornata di squalifica.
Donald Trump ha definito l’espulsione «orribile». Poi ha chiamato Gianni Infantino chiedendo che il caso fosse riesaminato.
La squalifica è stata sospesa e Balogun ha potuto giocare contro il Belgio.
Trump si è attribuito pubblicamente il merito dell’intervento. Infantino ha confermato la telefonata, assicurando però che gli organi disciplinari della FIFA sono indipendenti.
Naturalmente.
Talmente indipendenti che il presidente della nazione ospitante chiama, protesta e subito dopo il provvedimento cambia.
Per anni ci hanno spiegato che il VAR avrebbe reso il calcio più giusto. Non avevano previsto il VAR della Casa Bianca: il presidente guarda la partita, non gradisce la decisione, prende il telefono e chiama chi comanda.
A quel punto non importa più ciò che ha visto l’arbitro. Non importa ciò che stabilisce il regolamento.
Importa chi telefona.
Gli Stati Uniti hanno poi perso 4-1. Una fortuna, soprattutto per la FIFA. Se Balogun avesse segnato il gol decisivo, il torneo si sarebbe trascinato dietro una macchia ancora più evidente.
Ma perdere non assolve nessuno.
Una regola piegata resta una regola piegata anche quando il beneficiario viene eliminato.
La Norvegia rompe il silenzio
La federazione norvegese sta valutando un reclamo formale alla commissione etica della FIFA. La presidente Lise Klaveness ha chiesto a Infantino di riconoscere pubblicamente l’errore e ha parlato di una «china pericolosa» per l’intero calcio mondiale.
Klaveness non è una dirigente qualsiasi. È un’ex calciatrice, avvocata e giudice. Una delle poche figure del calcio internazionale che sembrano ancora distinguere la diplomazia dall’obbedienza.
La Norvegia aveva già sostenuto una denuncia contro Infantino per la sua vicinanza politica a Trump e per il premio per la pace assegnato al presidente americano durante il sorteggio del Mondiale.
Ora il caso Balogun rende quella vicinanza qualcosa di più di una fotografia imbarazzante.
Il problema, infatti, non è che Trump abbia chiamato. Trump considera da sempre ogni istituzione un servizio accessorio della propria volontà. Se perde un’elezione, l’elezione è truccata. Se una sentenza non gli piace, il giudice è corrotto. Se un calciatore americano viene espulso, si telefona al presidente della FIFA.
Il problema è che Infantino abbia risposto.
E che, dopo quella telefonata, qualcosa sia davvero cambiato.
La neutralità secondo la FIFA
La FIFA ha una straordinaria capacità di dichiararsi neutrale mentre si inchina davanti a ogni potere disponibile.
È neutrale quando assegna tornei a regimi autoritari. È neutrale quando costruisce relazioni privilegiate con governi e capi di Stato. È neutrale persino quando il presidente del Paese ospitante interviene su una squalifica.
Una neutralità prodigiosa: finisce sempre dalla parte del più forte.
Il precedente, adesso, esiste. Qualsiasi governo potente sa di poter provare la stessa strada. Oggi un cartellino rosso. Domani un sorteggio, una sede, una sanzione, un’inchiesta o la protesta politica di un calciatore.
La china scivolosa denunciata dalla Norvegia non è davanti alla FIFA.
La FIFA ha già cominciato a percorrerla.
Dalla FIFA alle Nazioni Unite
A rendere il rapporto tra Trump e Infantino ancora più opaco c’è poi un dettaglio che dettaglio non è.
Secondo indiscrezioni pubblicate dal New York Post, Trump starebbe pensando a Infantino come possibile futuro segretario generale delle Nazioni Unite.
Non esiste ancora una candidatura ufficiale. Ma l’ipotesi racconta bene la qualità del rapporto tra i due.
Un capo di Stato telefona al presidente della FIFA per contestare una squalifica. Quello stesso capo di Stato ne sponsorizzerebbe contemporaneamente l’ascesa verso uno degli incarichi internazionali più prestigiosi del mondo.
Una coincidenza può essere soltanto una coincidenza. Ma quando una decisione cambia dopo la telefonata dell’uomo che immagina per te un futuro all’ONU, invocare l’indipendenza degli organi disciplinari suona meno come una spiegazione e più come una battuta.
Trump chiama. Infantino ascolta. La squalifica viene sospesa. E la FIFA non pubblica una ricostruzione trasparente del procedimento seguito.
Il Mondiale è finito. La Spagna ha alzato la coppa, i tifosi hanno festeggiato e la FIFA può già preparare il prossimo gigantesco spettacolo globale.
Resta però una domanda, molto più importante di qualsiasi discussione arbitrale.
Dopo avere consentito al potere politico di entrare fin dentro una decisione disciplinare, Gianni Infantino può ancora restare al suo posto?