Oggi: 9 Ottobre 2026
Il licenziamento di Margherita Napoletano solleva interrogativi sulla libertà sindacale e sul potere dei grandi gruppi sanitari privati. Immagine creata con IA a puro scopo illutrativo.
26 Luglio 2026
6 mins read

Il San Raffaele e la sanità che non tollera più il dissenso

Il licenziamento della sindacalista Margherita Napoletano non è soltanto una vertenza di lavoro. È il sintomo di un sistema lombardo nel quale alcuni colossi sanitari sono diventati tanto potenti da confondere il servizio pubblico con il proprio interesse aziendale.

C’è un momento preciso nel quale un ospedale smette di essere soltanto un ospedale.

Accade quando cresce tanto da diventare un centro di potere economico, scientifico, accademico e politico. Quando gestisce migliaia di lavoratori, muove enormi quantità di denaro pubblico e privato, orienta la ricerca, forma medici, influenza le decisioni regionali e finisce per considerare ogni critica non come un contributo, ma come un’insubordinazione.

Il San Raffaele di Milano quel momento lo ha superato da tempo.

È una delle strutture sanitarie più importanti d’Italia, un centro di eccellenza riconosciuto, capace di curare patologie complesse e di produrre ricerca ad altissimo livello. Negarlo sarebbe sciocco. Ma proprio perché è così grande, prestigioso e strettamente legato al Servizio sanitario regionale, dovrebbe accettare controlli, domande e denunce più di qualunque altra struttura.

Non meno.

E invece, il 24 luglio 2026, Margherita Napoletano, storica delegata sindacale e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, è stata licenziata con effetto immediato.

Un licenziamento e due verità

La vicenda dovrà naturalmente essere chiarita nelle sedi opportune.

La contestazione formale riguarderebbe un tirocinio scolastico svolto nell’aula sindacale, al quale avrebbe partecipato una studentessa minorenne. Secondo la CUB, però, quella motivazione sarebbe soltanto il vestito amministrativo cucito attorno a una decisione maturata per ragioni molto diverse.

La Napoletano aveva denunciato pubblicamente carenze di personale e criticità legate all’impiego di infermieri esterni. Aveva contribuito a portare dentro il San Raffaele le telecamere la stampa. Aveva raccontato ciò che, secondo il sindacato, stava accadendo nei reparti, a cominciare dalla crisi esplosa nel padiglione Iceberg.

La mancanza di infermieri interni aveva spinto l’ospedale ad affidare parte del servizio a una cooperativa esterna. Ne erano seguite disfunzioni tanto gravi da richiedere l’intervento dell’Ats, che aveva accertato carenze nella formazione, nella verifica delle competenze e nella tracciabilità delle terapie.

Poi è arrivata la contestazione disciplinare. Infine, il licenziamento.

La successione temporale non costituisce da sola una prova di ritorsione. Ma è sufficiente per porre una domanda che Regione Lombardia non può liquidare come una faccenda privata tra un’azienda e una dipendente: una rappresentante sindacale può denunciare carenze organizzative senza rischiare il posto di lavoro?

Quando si parla di sanità accreditata, infatti, non è in gioco soltanto il destino professionale di una lavoratrice. Ci sono la sicurezza dei pazienti, le condizioni degli operatori e l’impiego di risorse pubbliche.

Il gigante della sanità privata

Il San Raffaele non è una piccola clinica privata che opera esclusivamente sul mercato.

È un IRCCS, un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, con circa 1.200 posti letto e migliaia di dipendenti. Fa parte del Gruppo San Donato, la più grande realtà ospedaliera privata italiana, che per il 2024 ha dichiarato ricavi consolidati pari a 2 miliardi e 570 milioni di euro.

Numeri che descrivono un’impresa gigantesca.

Una parte decisiva della sua attività, però, viene svolta in regime di accreditamento, utilizzando denaro proveniente dal sistema sanitario pubblico.

Qui sta il punto politico.

Il privato lombardo rivendica la libertà d’impresa quando deve organizzare il lavoro, scegliere il personale, contenere i costi o esercitare il proprio potere disciplinare. Torna invece a essere parte del servizio pubblico quando deve ricevere accreditamenti, rimborsi e finanziamenti regionali.

Privato nei rapporti di forza. Pubblico nei flussi di denaro.

È il miracolo lombardo.

Il modello che trasforma la cura in mercato

Da trent’anni la politica regionale racconta che pubblico e privato sono perfettamente equivalenti, purché offrano una prestazione sanitaria.

Non è vero.

Una struttura pubblica ha il dovere di garantire anche ciò che rende poco, costa molto o non produce margini: pronto soccorso, medicina territoriale, cronicità, prevenzione e assistenza nei quartieri più fragili.

Il privato accreditato, invece, tende inevitabilmente a concentrare la propria attività dove le prestazioni sono meglio remunerate e l’organizzazione può essere resa più efficiente dal punto di vista aziendale.

Non è una colpa morale. È la logica dell’impresa.

La colpa politica consiste nell’avere costruito un sistema che finge di non vedere questa differenza.

Da Formigoni in avanti, la politica lombarda ha ridisegnato in profondità il ruolo della sanità privata, presentandola come sinonimo di qualità ed efficienza. Il risultato è stato un rapporto di forza sempre più sbilanciato, nel quale l’interesse pubblico ha finito spesso per arretrare davanti a quello dei grandi gruppi privati.

Così gli ospedali pubblici vengono lasciati alle prese con personale insufficiente, liste d’attesa, strutture obsolete e reparti difficili da sostenere. Intanto i grandi gruppi privati crescono, acquisiscono strutture, allargano il proprio peso economico e diventano interlocutori quasi inevitabili della Regione.

A quel punto non sono più semplici fornitori di prestazioni sanitarie.

Diventano pezzi del governo della sanità.

Quando il controllore dipende dal controllato

Regione Lombardia accredita le strutture, assegna le risorse, stabilisce le regole e dovrebbe vigilare sulla qualità dei servizi.

Ma cosa accade quando i soggetti da controllare diventano tanto grandi da risultare indispensabili al funzionamento dell’intero sistema?

Accade che il rapporto si rovescia.

Il controllore finisce per dipendere dal controllato. La politica regionale non governa più davvero il mercato sanitario: lo accompagna, lo finanzia e spesso ne assume persino il linguaggio.

I pazienti diventano “volumi”, i reparti “unità produttive”, le prestazioni “budget”. Anche il personale rischia di essere considerato una voce di costo da comprimere.

In questo modello, chi denuncia una carenza non segnala un problema da risolvere.

Disturba il funzionamento della macchina.

E chi disturba la macchina diventa il problema.

Segrate non può restare alla finestra

Il San Raffaele non sorge in un luogo astratto. Una parte importante del suo complesso insiste sul territorio di Segrate, ne utilizza le infrastrutture, ne modifica la mobilità, ne condiziona lo sviluppo e rappresenta uno dei principali centri di lavoro e di attrazione dell’intera zona.

Per questo anche Segrate dovrebbe far sentire la propria voce.

Un ospedale di queste dimensioni non ha soltanto rapporti economici e amministrativi con la città che lo ospita. Ha anche un vincolo di responsabilità sociale.

Non può considerare il territorio come una semplice superficie sulla quale costruire padiglioni, laboratori e parcheggi, salvo poi chiudersi dietro le proprie mura quando una vicenda interna assume un evidente rilievo pubblico.

Il Comune non ha il potere di entrare nel merito di un procedimento disciplinare. Ha però pieno diritto di chiedere trasparenza, di esprimere preoccupazione e di ricordare alla direzione del San Raffaele che chi opera con risorse pubbliche e occupa una posizione tanto rilevante nella vita della città deve rendere conto anche alla comunità che lo circonda.

Una motivazione formale tanto controversa non può bastare a mettere alla porta una lavoratrice, una rappresentante sindacale e una cittadina del territorio senza sollevare almeno una domanda nelle istituzioni locali.

Il sindaco, la Giunta e il Consiglio comunale dovrebbero chiedere chiarimenti.

Non per sostituirsi a un giudice, ma per affermare un principio elementare: il San Raffaele non è un’enclave sottratta alla comunità. È parte di Segrate e, proprio per la sua grandezza, ha verso Segrate obblighi di trasparenza, rispetto e solidarietà.

Restare in silenzio significherebbe accettare che il peso economico di un’istituzione sia sufficiente a renderla intoccabile.

Ed è proprio contro questa idea che bisogna reagire.

Il silenzio della Regione

Il licenziamento di Margherita Napoletano riguarda formalmente il rapporto tra il San Raffaele e una propria dipendente.

Politicamente, però, riguarda tutti.

Riguarda Regione Lombardia, che non può continuare a versare risorse pubbliche alle strutture private accreditate senza pretendere standard rigorosi non soltanto nelle cure, ma anche nella tutela dei lavoratori, nella sicurezza e nella libertà sindacale.

Riguarda i Comuni del territorio, Segrate compresa, che convivono quotidianamente con un polo capace di modificare la mobilità, il lavoro, l’economia e gli equilibri dell’intera zona orientale di Milano.

Riguarda soprattutto i cittadini.

Perché una sanità nella quale i lavoratori hanno paura di denunciare un problema è una sanità meno sicura.

La Regione dovrebbe chiedere immediatamente chiarimenti alla direzione dell’ospedale. Dovrebbe verificare le carenze denunciate, la gestione del personale esterno e le circostanze che hanno portato al provvedimento disciplinare.

Dovrebbe ascoltare tutte le parti, senza anticipare sentenze ma anche senza nascondersi dietro l’autonomia aziendale.

Perché l’autonomia non può diventare impunità.

Il diritto di curare, il diritto di parlare

Nessuno mette in discussione il valore scientifico del San Raffaele, la professionalità dei suoi medici o la qualità di molte delle cure offerte.

Ma l’eccellenza clinica non concede un’immunità morale.

Un grande ospedale non è davvero grande soltanto quando dispone di tecnologie avanzate, luminari e laboratori prestigiosi. Lo è quando accetta che un lavoratore possa segnalare un rischio, contestare una scelta, rivolgersi a un giornale o a una trasmissione televisiva senza essere considerato un nemico interno.

Il caso Napoletano dovrà essere giudicato sulla base dei documenti e non degli slogan. Ma già oggi pone una questione che va molto oltre il suo licenziamento.

In Lombardia la sanità privata accreditata è diventata così potente da non dover più rendere conto a nessuno?

E Regione Lombardia governa ancora questo sistema, oppure si limita a pagarlo?

Difendere Margherita Napoletano non significa stabilire in anticipo chi abbia ragione nella vertenza. Significa difendere il diritto dei lavoratori a parlare, dei cittadini a conoscere e della politica a controllare chi utilizza risorse pubbliche.

Una sanità che mette a tacere chi denuncia non protegge la propria reputazione.

Protegge soltanto il proprio potere.

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