Il pensiero delegato alla tribù
Il black bloc che scaglia una bomba carta contro la polizia, l’ultrà che organizza un agguato ai tifosi avversari, il militante che trasforma una manifestazione in un campo di battaglia hanno almeno una cosa in comune: non pensano.
Non significa che siano stupidi o incapaci di ragionare. Significa qualcosa di persino più grave: hanno rinunciato volontariamente a farlo. Hanno delegato il proprio giudizio al gruppo, alla curva, al collettivo, alla fazione. Non decidono più come individui, ma reagiscono come membri di una tribù.
Il fanatismo è esattamente questo: un pensiero preso in appalto da qualcun altro.
Il volto coperto non serve soltanto a evitare il riconoscimento. È anche una dichiarazione simbolica: io non sono più io. Sono il gruppo. Non rispondo delle mie azioni perché obbedisco a una causa che considero superiore. E quando una causa viene proclamata superiore all’uomo, prima o poi qualche uomo finisce a terra.
Una causa non assolve la violenza
Le ragioni possono essere molto diverse. Talvolta persino nobili.
Chiedere verità sulla morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia è necessario. Pretendere che siano accertate tutte le responsabilità è un dovere democratico. Ma incendiare automobili, lanciare bombe carta e aggredire agenti non avvicina la verità di un solo centimetro. La allontana.
La manifestazione di Bologna era cominciata pacificamente; una parte dei partecipanti si è poi diretta verso la Prefettura e la Questura, dando vita agli scontri. La stessa famiglia di Fakir ha preso le distanze dalle violenze. Un particolare che dovrebbe bastare a comprendere quanto quei gesti non abbiano reso giustizia alla vittima: hanno semplicemente usato il suo nome.
Lo stesso è accaduto in Val di Susa. Migliaia di persone hanno manifestato contro la Tav; poi gruppi di incappucciati hanno assaltato i cantieri, lanciato pietre e bombe carta, provocato feriti e danni. Confondere quelle migliaia di manifestanti con i violenti sarebbe disonesto. Ma sarebbe altrettanto disonesto fingere che la violenza non sia avvenuta o considerarla una comprensibile appendice della protesta.
Una battaglia politica non diventa sbagliata perché qualcuno la conduce con la violenza. Ma chi usa la violenza sottrae credibilità alla battaglia, ne oscura le ragioni e finisce per consegnarla alla propaganda dell’avversario.
Non difende la causa. La prende in ostaggio.
La violenza cerca soltanto un pretesto
Il tifoso fanatico non attraversa una città per discutere di calcio. Non gli interessano la tattica, la qualità del gioco o il risultato. La partita è soltanto l’occasione fissata sul calendario per incontrare un nemico già scelto.
Allo stesso modo, il violento che si infiltra in una manifestazione non vuole convincere nessuno. Non porta argomenti: porta oggetti da scagliare. Non cerca interlocutori: cerca bersagli. La rivendicazione politica diventa una sciarpa da annodare al collo prima dello scontro.
Cambiano i colori, le bandiere e le parole d’ordine. Il meccanismo rimane identico. Noi siamo il bene, gli altri il male. Noi abbiamo sempre ragione, loro sempre torto. Se uno dei nostri sbaglia, viene giustificato. Se uno dei loro ha ragione, viene comunque condannato.
È la logica della curva trasferita nella politica.
Anche la politica è diventata una tifoseria
Giordano Bruno Guerri, rispondendo a un articolo di Michele Serra, ha scritto che il fanatismo non ha pensiero e che la politica contemporanea, invece di guidare il popolo, lo insegue verso il basso. È una diagnosi difficile da contestare. la Repubblica
Il problema, infatti, non riguarda soltanto chi incendia un’automobile o si presenta a un appuntamento armato di spranghe. Riguarda anche chi, seduto in Parlamento o davanti a una telecamera, offre a quelle tifoserie una giustificazione preventiva.
A destra si proclama l’innocenza degli agenti prima che le indagini abbiano stabilito come siano andati i fatti. Si trasforma Mario Roggero, condannato per avere inseguito e ucciso due rapinatori in fuga, in un eroe della sicurezza. A sinistra, invece, c’è chi fatica a condannare senza esitazioni le violenze commesse durante una manifestazione, come se riconoscerle significasse rinnegare le ragioni della protesta.
È la stessa rinuncia al pensiero. Cambia soltanto la maglia.
Naturalmente le responsabilità non sono tutte uguali. Lo Stato, proprio perché esercita legittimamente la forza, ha obblighi superiori a quelli di qualunque cittadino. Ogni possibile abuso deve essere accertato con rigore. Ma chiedere la verità sulla morte di Fakir non impone di chiudere gli occhi davanti alle violenze di Bologna. Così come condannare quelle violenze non significa assolvere preventivamente chi partecipò al fermo.
Le due verità possono convivere. Solo il fanatico ha bisogno che una cancelli l’altra.
Il dubbio come forma di coraggio
Il fanatico teme il dubbio perché il dubbio lo costringe a tornare individuo. Lo obbliga a separarsi, almeno per un momento, dal branco e a domandarsi se ciò che sta facendo sia davvero giusto.
Pensare significa accettare che il proprio campo possa avere torto e che l’avversario possa, qualche volta, avere ragione. Significa distinguere una protesta da un’aggressione, la giustizia dalla vendetta, la forza dello Stato dal suo abuso, la passione sportiva dalla guerra fra bande.
È faticoso. Richiede studio, responsabilità e perfino una certa solitudine. Molto più semplice gridare uno slogan insieme agli altri, indossare un cappuccio e convincersi che la colpa sia sempre dall’altra parte della barricata.
I social hanno reso questa regressione ancora più conveniente. Premiano la rabbia, la semplificazione e le sentenze istantanee. Il dubbio non diventa virale. Un ragionamento complesso difficilmente entra in trenta secondi. Un insulto, invece, funziona benissimo.
Così abbiamo smesso di discutere e abbiamo cominciato a schierarci. Non cerchiamo più di capire che cosa sia accaduto: vogliamo sapere immediatamente da che parte stare. Prima scegliamo la tribù, poi adattiamo i fatti.
La prima barricata è nella testa
Una democrazia non muore soltanto quando viene assaltato un Parlamento. Comincia a morire quando le persone rinunciano al giudizio individuale, quando l’identità conta più dei fatti e l’appartenenza diventa un lasciapassare morale.
Il fanatico non è chi crede molto in qualcosa. È chi non ammette più che quel qualcosa possa essere discusso. Non cerca la verità perché ritiene di possederla già. Non vuole convincere l’avversario: vuole zittirlo, umiliarlo o eliminarlo.
Per questo il fanatismo non ha pensiero. Ha ordini, slogan, simboli, divise e nemici. Può indossare una maglia da calcio, un passamontagna o l’abito impeccabile di un parlamentare. Ma pretende sempre la stessa cosa: che l’individuo smetta di pensare e cominci a obbedire.
Prima ancora delle barricate nelle strade, dovremmo preoccuparci di quelle che abbiamo costruito dentro la testa. Sono le più difficili da abbattere.