Eh sì, potremmo davvero chiamarla così: la benzina del popolo.
Il nome ha qualcosa di antico, quasi da cooperativa operaia del dopoguerra. E invece siamo nel 2026, a Valle Castellana, piccolo comune montano del Teramano con poco più di ottocento abitanti distribuiti in quasi quaranta frazioni.
Qui l’unico distributore di carburante rischiava di chiudere. Per il mercato era un calcolo perfettamente razionale: pochi clienti, pochi litri venduti, margini insufficienti. Per gli abitanti, invece, significava percorrere una ventina di chilometri soltanto per fare il pieno.
Il privato vedeva un’attività poco redditizia. Il Comune vedeva un servizio necessario.
Ed è precisamente dentro questa differenza che si nasconde tutta la storia.
Il Comune diventa benzinaio
Le ricostruzioni giornalistiche fanno risalire l’origine dell’iniziativa al 2018, quando cominciò a profilarsi il rischio della chiusura. Gli atti amministrativi permettono però di essere più precisi: dal 20 marzo 2022 il Comune è diventato locatario del terreno e del distributore attraverso un contratto della durata di sei anni, rinnovabile per altri sei.
Valle Castellana, dunque, non ha comprato la pompa. L’ha presa in affitto e ha assunto direttamente la gestione dell’impianto. Per il 2026 il canone è di poco superiore ai cinquemila euro. L’amministrazione acquista il carburante, controlla i serbatoi, sostiene i costi di esercizio e gestisce gli incassi. Tutto questo è documentato negli atti pubblicati dal Comune.
Oggi la benzina viene venduta intorno a 1,75 euro al litro, quasi al prezzo di costo. Il risparmio rispetto ai distributori privati della zona oscilla tra i 10 e i 20 centesimi al litro: fino a dieci euro su un pieno da cinquanta litri. Una differenza sufficiente ad attirare automobilisti anche dai territori vicini. E a trasformare una piccola soluzione amministrativa in un caso nazionale. (Sky TG24)
Il mercato sa fare i conti. Non sa occuparsi delle comunità
Non c’è nulla di scandaloso nel comportamento del precedente gestore privato. Un’impresa esiste per produrre un utile. Se i clienti sono pochi, i costi elevati e i margini insufficienti, chiude.
Il problema nasce quando pretendiamo che la logica del profitto coincida sempre con l’interesse collettivo.
Non coincide.
Il mercato sa stabilire se una pompa di benzina sia redditizia. Non sa calcolare quanto costi a un anziano percorrere quaranta chilometri tra andata e ritorno per fare rifornimento. Non sa misurare il peso di quel viaggio su una famiglia con un reddito basso. Non attribuisce un valore alla permanenza delle persone nelle aree interne, alla tenuta di una comunità, alla possibilità di continuare a vivere in un paese senza dover dipendere completamente da una città lontana.
Non è una colpa. Semplicemente non è il suo mestiere.
Dovrebbe essere quello dello Stato.
Pubblico o privato è la domanda sbagliata
Per decenni ci è stato spiegato che il privato fosse per natura più efficiente, rapido e moderno, mentre il pubblico sarebbe stato inevitabilmente lento, costoso e soffocato dalla burocrazia.
Qualche volta era vero. Molte imprese pubbliche hanno accumulato debiti, clientele, sprechi e occupazioni politiche. Negarlo sarebbe ridicolo.
Ma da questa constatazione siamo passati a un dogma: se il pubblico è inefficiente, allora il privato è sempre migliore.
È una scorciatoia ideologica, non un principio economico.
A Valle Castellana non esisteva una concorrenza tra distributori. Esisteva un unico impianto, destinato alla chiusura. Un economista lo definirebbe un caso di monopolio naturale in un territorio montano isolato. In parole più semplici: il mercato non riusciva a garantire un servizio perché non c’era abbastanza mercato.
Il Comune non ha sconfitto il privato. Ha occupato lo spazio che il privato aveva deciso di lasciare vuoto.
La povertà non è un dettaglio statistico
Questa storia assume un significato ancora più forte in un Paese nel quale milioni di persone devono controllare anche pochi centesimi al litro.
Secondo l’Istat, in Italia oltre 5,7 milioni di individui vivono in povertà assoluta: il 9,8 per cento dei residenti. La quota di popolazione a rischio di povertà è invece del 18,6 per cento, mentre quella a rischio di povertà o esclusione sociale raggiunge il 22,6 per cento. Più di un italiano su cinque. (Istat)
In un’area interna l’automobile non è sempre una scelta. Spesso è l’unico mezzo per raggiungere un ospedale, una scuola, un ufficio pubblico o il luogo di lavoro. Il prezzo del carburante diventa quindi il costo di accesso a diritti che, almeno sulla carta, dovrebbero essere uguali per tutti.
Per questo i dieci centesimi risparmiati a Valle Castellana non sono una promozione commerciale. Sono politica sociale.
Dopo le privatizzazioni, una domanda rimasta senza risposta
All’inizio degli anni Novanta la presenza pubblica nell’economia italiana era enorme. Circa l’80 per cento del sistema bancario e il 45 per cento dell’industria e dei servizi erano direttamente o indirettamente nelle mani dello Stato. Poi arrivarono la crisi finanziaria, il debito pubblico, le regole europee sugli aiuti di Stato e una lunga stagione di privatizzazioni. (Camera dei deputati)
Alcune dismissioni furono necessarie. Altre sembrarono soprattutto il modo più rapido per fare cassa. In molti casi si vendettero imprese, reti e competenze senza costruire una vera concorrenza. Il monopolio non scomparve: cambiò proprietario.
E soprattutto si diffuse un’idea: lo Stato non avrebbe più dovuto produrre, gestire o intervenire, ma soltanto stabilire regole e controllarne l’applicazione.
Valle Castellana ci ricorda che lo Stato non può essere soltanto l’arbitro di una partita alla quale, in alcune zone del Paese, nessuno vuole più partecipare.
A volte deve entrare in campo.
Lo Stato con il volto di un Comune
Naturalmente una pompa di benzina in un paese di ottocento abitanti non è un modello trasferibile automaticamente a tutta l’Italia. Non dimostra che ogni distributore debba diventare comunale, che le imprese private siano inutili o che si debba ricostruire l’Iri in miniatura davanti a ogni municipio.
Dimostra qualcosa di molto più semplice.
Il mercato è uno strumento, non una religione. Funziona dove esistono domanda, concorrenza e possibilità di profitto. Dove queste condizioni mancano, spetta alla politica decidere se un servizio debba scomparire oppure essere comunque garantito.
Lo Stato, in questa storia, non ha il volto distante di un ministero romano. Ha quello di un piccolo Comune abruzzese che firma un contratto d’affitto, compra benzina, controlla un serbatoio e impedisce ai propri cittadini di percorrere venti chilometri per fare rifornimento.
Qualcuno lo chiamerà socialismo. Qualcun altro, con una punta di disprezzo, statalismo.
Si potrebbe chiamare semplicemente buon senso.
La benzina del popolo non ci dice che il pubblico sia sempre migliore del privato. Ci dice che, quando il profitto non basta a tenere in vita una comunità, la politica deve ricordarsi per quale ragione esiste.
Il mercato può chiudere un distributore.
Lo Stato non può chiudere un territorio.