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1 Settembre 2026
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L’Italia prima, purché sia sola

Lega e Vannacci festeggiano il no islandese ai negoziati con l’Unione come una rivolta contro Bruxelles. Ma l’Italia è un Paese fondatore, la terza economia dell’UE e una potenza manifatturiera profondamente integrata nel mercato unico. Trasformare l’Europa in un bersaglio elettorale significa indebolire il nostro interesse nazionale.

1 settembre 2026

Ogni volta che da qualche parte in Europa qualcuno dice no a Bruxelles, in Italia si stappa una bottiglia. A stapparla sono quasi sempre gli stessi: Lega, nazionalisti e sovranisti di varia gradazione. Poco importa che cosa sia stato davvero votato. Basta un “no”, possibilmente pronunciato in una lingua nordica, e diventa la prova definitiva che l’Unione sta crollando.

Il merluzzo diventa una battaglia di civiltà

In Islanda il 52,8 per cento degli elettori ha respinto la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione europea. Il 47,2 per cento ha votato a favore. Uno scarto netto, ma non un plebiscito. E, soprattutto, non era un referendum per uscire dall’Europa, né per abbandonare l’Unione: l’Islanda non ne fa parte. Si votava soltanto sulla possibilità di tornare al tavolo delle trattative interrotte nel 2013.

Il Paese continuerà a partecipare allo Spazio economico europeo, ad avere accesso al mercato unico e a far parte dell’area Schengen. In altre parole, manterrà gran parte dei vantaggi dell’integrazione senza assumere tutti gli obblighi dell’adesione. Sul voto hanno pesato soprattutto la pesca, le quote, il controllo delle risorse marine e il timore delle comunità rurali di perdere potere su un settore decisivo per l’economia nazionale.

In Italia, però, la complessità è durata il tempo di un titolo. La Lega ha domandato: «Se un progetto è così vincente ed efficace, perché viene bocciato dai cittadini?». Roberto Vannacci ha annunciato che «anche l’Islanda dice no all’Europa», sostenendo che gli islandesi non vogliono rinunciare alla propria identità, alle tradizioni e allo stile di vita. Susanna Ceccardi ha parlato di una scelta di sovranità e indipendenza. Da Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini ha usato toni più cauti, invitando Bruxelles a riflettere sul rispetto della sovranità e della sussidiarietà.

Così un negoziato sulle quote di pesca diventa una battaglia di civiltà. Il merluzzo si trasforma in identità nazionale, un capitolo negoziale prende l’aria di una nuova Lepanto e un Paese che rimane dentro il mercato unico viene presentato come il pioniere della liberazione da Bruxelles. È il sovranismo nella sua forma più comoda: non deve amministrare le conseguenze, gli basta incassare l’applauso.

L’Italia non è un’isola ai margini del continente

Il problema comincia quando quella rappresentazione viene trasferita all’Italia. Perché l’Italia non è l’Islanda. Non per dignità, cultura o diritto a decidere, naturalmente, ma per storia, dimensioni, struttura economica e posizione geopolitica.

L’Italia non è una cliente scontenta dell’Unione europea: è una delle proprietarie della casa. Fu tra i sei Paesi fondatori della Comunità europea del carbone e dell’acciaio e firmò i Trattati di Roma del 1957. L’integrazione europea non è arrivata dopo la ricostruzione italiana: è stata uno degli strumenti con cui la ricostruzione, la modernizzazione e l’apertura internazionale del Paese sono diventate possibili.

Oggi l’Italia è la terza economia dell’Unione. Secondo Eurostat, nel 2025 le quattro maggiori economie — Germania, Francia, Italia e Spagna — hanno prodotto insieme quasi il 59 per cento del PIL europeo. Sul versante industriale, l’Italia rappresenta il 14 per cento della produzione venduta dell’UE, seconda soltanto alla Germania. Circa metà delle nostre esportazioni di merci è destinata agli altri Paesi dell’Unione.

Ma persino questi numeri raccontano solo una parte della storia. Un componente prodotto in Lombardia può essere montato su un macchinario tedesco, finanziato da una banca francese, assicurato nei Paesi Bassi e venduto in Spagna senza incontrare dogane, cambi valutari o ventisette sistemi regolatori incompatibili. L’Europa non comincia al Brennero: entra ogni mattina dai cancelli delle fabbriche italiane.

Presentare Bruxelles come un potere estraneo significa dimenticare che l’Italia partecipa alla formazione delle regole europee attraverso il Consiglio, il Parlamento, la Commissione e la Banca centrale europea. Possiamo farlo bene o male, con autorevolezza oppure arrivando tardi e lamentandoci dopo. Ma non siamo sotto amministrazione condominiale: siamo seduti nell’assemblea. Il vero problema è quanto sappiamo far pesare i nostri millesimi.

La sovranità che si paga alla cassa

La sovranità è una cosa seria. Significa disporre degli strumenti per difendere gli interessi del Paese, non collezionare fotografie con la bandiera sullo sfondo. Nel mondo delle catene produttive, dei mercati finanziari e delle potenze continentali, la sovranità non coincide con la solitudine. Spesso è vero il contrario: si è più sovrani quando si partecipa alla decisione comune, non quando la si subisce dall’esterno.

L’Italia chiude il 2025 con un debito pubblico pari al 137,1 per cento del PIL, il secondo rapporto più alto dell’Unione. Ha bisogno di finanziare quel debito, attrarre investimenti, proteggere le proprie esportazioni e procurarsi energia e materie prime. In una simile condizione, ogni perdita di credibilità e di capacità negoziale non è un gesto romantico: presenta un conto. E il conto non arriva ai comizianti, ma alle imprese, ai risparmiatori e ai contribuenti.

C’è poi un dettaglio che il racconto sovranista tende a lasciare sotto il tappeto. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano vale circa 194 miliardi di euro tra sovvenzioni e prestiti europei. Non è beneficenza e non cancella i difetti dell’Unione. È però la dimostrazione concreta che l’interdipendenza europea non è una formula per convegni: finanzia ferrovie, digitalizzazione, scuole, sanità e investimenti. La stessa Europa descritta come una matrigna diventa improvvisamente una madre premurosa quando bisogna inaugurare un cantiere.

La lezione britannica che nessuno vuole leggere

Il Regno Unito era nella posizione migliore per tentare la strada dell’uscita. Ha un’economia nominalmente più grande di quella italiana, una moneta propria, la City di Londra, un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’ONU, un arsenale nucleare e una rete di relazioni globali costruita in secoli di impero. Se qualcuno poteva permettersi di trasformare la sovranità in distanza dall’Unione, erano i britannici.

Brexit non ha fatto scomparire il Regno Unito e non ha trasformato Londra in un deserto. Ha però mostrato che gli slogan finiscono e i moduli doganali restano. L’Office for Budget Responsibility britannico stima che, nel lungo periodo, l’intensità degli scambi sarà inferiore del 15 per cento rispetto a quella che si sarebbe avuta restando nell’UE e che la produttività potenziale risulterà più bassa del 4 per cento.

È il prezzo di una decisione democratica, e i britannici avevano tutto il diritto di prenderla. Ma proprio per questo quel prezzo dovrebbe essere raccontato. La sovranità non è gratuita: può essere scelta, purché non venga venduta come un pasto offerto dalla casa. Sul famoso autobus della Brexit erano dipinti i milioni promessi alla sanità. Alla frontiera, qualche anno dopo, sono arrivati soprattutto certificati, controlli e dichiarazioni.

Il consenso oggi, il conto domani

Il sovranismo elettorale funziona perché incassa subito e paga tardi. Una frase contro Bruxelles produce consenso in pochi secondi; spiegare come funzionano il mercato unico, le filiere produttive, la politica monetaria e il debito richiede tempo, competenza e perfino una certa pazienza. Qualità che raramente entrano in un video di trenta secondi.

La destra sovranista italiana pratica così una curiosa forma di doppia contabilità. Quando arrivano le risorse europee, il merito è del governo. Quando arrivano vincoli, controlli o compromessi, la colpa è dell’Europa. Quando Bruxelles protegge le denominazioni italiane, apre mercati o finanzia infrastrutture, è un dettaglio tecnico. Quando chiede di rispettare una regola sottoscritta anche dall’Italia, torna a essere l’impero straniero.

Criticare l’Unione è non soltanto legittimo, ma necessario. L’Europa è lenta, spesso burocratica, incompleta sul piano politico, fragile sulla difesa, divisa sull’immigrazione e incapace di trasformare il proprio peso economico in forza geopolitica. L’europeismo non può diventare un catechismo e Bruxelles non merita indulgenze plenarie. Ma una cosa è voler cambiare l’Unione dall’interno; un’altra è delegittimarla ogni giorno per guadagnare un punto nei sondaggi.

Il paradosso è che chi proclama di voler difendere l’interesse nazionale finisce per ridurre la capacità dell’Italia di farlo. Un Paese fondatore dovrebbe costruire alleanze, proporre regole, guidare compromessi. Non applaudire ogni porta che si chiude a Bruxelles sperando che il rumore copra l’assenza di una strategia.

L’Italia prima. Ma ultima nella fila

La geografia non partecipa alle elezioni. L’Italia resta nel cuore del Mediterraneo e dell’Europa, esposta alle rotte commerciali, ai flussi migratori, alle crisi energetiche e alle tensioni che arrivano dall’Est e dal Sud. Può affrontarle con il peso di un continente oppure con la forza relativa di un Paese di meno di sessanta milioni di abitanti. La seconda opzione suona più virile dal palco. Al tavolo delle trattative, molto meno.

L’Italia contemporanea è anche il risultato della posizione politica che ha scelto dopo la guerra: Occidente, democrazia, integrazione europea. Quella scelta non ha risolto i nostri problemi e non ci ha impedito di crearne di nuovi. Ma ci ha dato mercati, stabilità monetaria, capacità negoziale e un posto tra coloro che scrivono le regole.

Sacrificare tutto questo sull’altare del consenso immediato non è patriottismo. È liquidazione dell’interesse nazionale con il nastro tricolore. E il rischio finale è perfino ironico: gridare “prima l’Italia” così a lungo da ritrovarla fuori dalla stanza, ultima nella fila, in attesa di applicare decisioni prese dagli altri.

Quello che non dice la destra sovranista

Alla fine, il trucco è tutto qui. La destra sovranista ha bisogno di agitare lo spettro della libertà perduta e della sovranità sequestrata, ma si guarda bene dal trasformare la propaganda in politica. Il blocco navale resta una scritta sul manifesto; il rimpatrio forzato di milioni di immigrati, una fantasia logistica e giuridica; l’isolamento finanziario dell’Italia, un lusso che un Paese indebitato non può permettersi. Sono politiche perfette proprio perché irrealizzabili: non devono risolvere nulla, devono produrre paura, confusione e mobilitazione permanente. Bonaccini ha detto che chi vota questa destra ha studiato poco. Non è una questione di lauree: basterebbe studiare ciò che si vota. Si scoprirebbe che la sovranità promessa è di cartone. Il conto, naturalmente, arriverebbe in euro.

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