La Corte dei conti ha bloccato la delibera CIPESS sul Ponte sullo Stretto con un verdetto durissimo: dossier lacunoso, istruttoria assente, procedure europee violate. La relazione IROPI non ha firma né data; le alternative non sono state valutate; i contratti del 2006 vengono riesumati ignorando vent’anni di norme. Non è un incidente tecnico: è la fotografia di un potere politico convinto che basti dichiarare un’opera “strategica” per renderla automaticamente legittima. La Corte dimostra che non è così.
Un atto d’accusa
Il No della Corte dei conti al Ponte sullo Stretto non è un incidente di percorso: è uno schiaffo istituzionale. La fine di un’illusione raccontata come modernità, ma costruita con carta velina, omissioni e un’arroganza procedurale difficile da ignorare.
Perché il documento della Corte è un atto d’accusa, non una nota tecnica. E dice una cosa semplice: il Ponte, così com’è stato presentato, non sta in piedi. Né sul terreno né nelle carte.
Una relazione senza firma e senza vergogna
La pietra angolare dell’intera operazione è la relazione IROPI, quella che avrebbe dovuto ribaltare il parere negativo della Valutazione di incidenza sulle tre aree Natura 2000.
E qui arriva il primo tonfo: la Corte scopre che il documento è privo di data e di sottoscrizione.
Testuale: “mancante di qualsiasi elemento identificativo quali data e sottoscrizione” .
Stiamo parlando dell’atto che dovrebbe giustificare una deroga alla più stringente tutela ambientale europea. Presentato come se bastasse un timbro immaginario per convincere Bruxelles che tutto va bene.
Non serve essere giuristi per capire che un atto senza firma è un atto senza padrone. E che uno Stato che si presenta così a un organo di controllo fa una figura indegna di un Paese civile.
Nessuna alternativa valutata E allora dov’è la serietà?
La direttiva Habitat è chiarissima: prima di invocare i “motivi imperativi di interesse pubblico”, devi dimostrare che non esistono alternative.
E cosa trova la Corte?
Che questa analisi semplicemente non c’è.
Il parere VIA-VAS 19/2024 si limita a riportare ciò che la SdM ha scritto nei suoi formulari. Nessuna analisi autonoma. Nessun confronto tecnico. E la relazione IROPI, quando arriva a toccare il tema, lo liquida con una frase “estremamente sintetica e assiomatica” secondo la Corte: solo il ponte minimizzerebbe gli impatti. Punto. Nessuna dimostrazione. Nessun dato. Nessuna metodologia.
È come chiedere un condono edilizio spiegando che “la casa è bella”.
L’Europa chiede chiarimenti L’Italia risponde con un copia-incolla
La Corte cita la lettera del 15 settembre 2025 della Commissione europea, che non è una formalità diplomatica: è una richiesta pressante di chiarimenti su impatti, metodo, legalità della procedura.
E il MASE risponde con… una replica che “riproduce” i pareri pregressi, senza aggiungere nulla. Nessun nuovo elemento. Nessuna integrazione. Nessuna risposta sostanziale.
In pratica: l’Europa chiede, l’Italia copia e incolla.
È così che si pretende di costruire “l’opera del secolo”?
La resurrezione dei contratti morti e la violazione delle regole di concorrenza
Poi c’è il capitolo più tagliente: i contratti del 2006.
Quelli nati quando il Ponte doveva essere finanziato per il 60% da privati, come voluto dalla delibera CIPE 66/2003 e previsto dalla convenzione del 2003.
Oggi invece l’opera è finanziata al 100% dallo Stato. Una mutazione genetica.
E qui la Corte è durissima: queste modifiche avrebbero attratto nuovi concorrenti, e quindi avrebbero imposto una nuova gara, come prevede l’art. 72 della direttiva Appalti.
Non un’opinione: una violazione netta.
Il CIPESS? Non ha fatto alcuna istruttoria, nessuna verifica, nessun approfondimento. Ha preso atto del PEF e basta.
Blindato dal desiderio politico di arrivare in fretta, ha dimenticato un dettaglio: la legalità.
Il ponte è diventato un feticcio La Corte riporta tutti coi piedi per terra
Il Governo racconta il Ponte come un simbolo di progresso. Peccato che nelle carte — quelle vere, quelle analizzate dalla Corte — ci siano:
- atti senza firma,
- istruttorie mancanti,
- alternative non valutate,
- regole europee ignorate,
- contratti riesumati contro la normativa,
- un dialogo con Bruxelles fatto di risposte evasive.
Non è ostruzionismo. Non è politica.
È banale legalità.
La verità è questa: il Ponte non è stato bocciato È stato smascherato.
Non è la Corte dei conti a fermare il Ponte.
È l’improvvisazione.
È la superficialità.
È la presunzione che, in Italia, grandi opere e regole debbano viaggiare su binari diversi.
Il Ponte sullo Stretto potrà anche essere un sogno.
Ma la Corte ci ricorda che i sogni, quando costano miliardi di soldi pubblici, hanno bisogno di fondamenta solide, documenti validi e procedure legittime.
Qui non c’era nulla di tutto questo.
E allora sì: il No non solo era prevedibile. Era inevitabile.
E, per chi crede ancora nello Stato di diritto, persino salutare.