Lo scioglimento per infiltrazioni mafiose del “Comune italiano a più alta densità di potere politico” – quello che esprime contemporaneamente la seconda carica dello Stato e la seconda della Regione Sicilia – arriva al termine del lavoro della Commissione di accesso antimafia, nominata mesi fa dall’allora prefetta di Catania, Maria Carmela Librizzi.
Quando la Sicilia diventa serbatoio: la politica delle rendite e il cilicio del consenso
C’è un dettaglio negli articoli locali di queste ore sullo scioglimento del Comune di Paterno che scorre troppo in fretta, quasi fosse un rumore di fondo. Si parla di Paternò come del «comune italiano a più alta densità di potere politico», si elencano cariche, ascese rapidissime, fedeltà premiate e genealogie istituzionali. Ma lo scioglimento per mafia – evento storico e simbolico – non si comprende se non lo si inserisce nel quadro più vasto: quello di una Sicilia dove troppi partiti, per troppo tempo, hanno trovato non una comunità da rappresentare, ma un giacimento da sfruttare.
Il caso Paternò non è un incidente locale né la semplice cronaca di un sindaco travolto da un’inchiesta. È l’ennesima crepa in un sistema che ha trasformato l’isola in un mercato del consenso, dove la politica, invece di arginare la zona grigia, l’ha alimentata scientemente.
Clientele, non consenso. Fedeltà, non partecipazione. Ricatto, non rappresentanza
È questo il terreno che permette ai clan di radicarsi, non l’inverso. La mafia prospera quando la politica smette di essere servizio e diventa gestione, controllo, distribuzione: delle “mancette”, delle consulenze, delle assunzioni, dei micro-privilegi che anestetizzano il corpo sociale e lo consegnano, inerme, a chi sa promettere più in fretta e chiedere meno spiegazioni.
Il paradosso del potere: tanto in alto, così in basso
Che Paternò possa sfoggiare due delle seconde cariche istituzionali – dello Stato e della Regione – non è un dettaglio folkloristico: è la prova lampante di un protagonismo politico che non si traduce in crescita, in servizi, in visione.
Come può un comune che conta così tante “entrature” sopportare tassi di dispersione scolastica da record? Come può convivere l’iper-rappresentanza istituzionale con l’assenza di un ospedale funzionante?
Come può un territorio così “ricco di potere” rassegnarsi a una baraccopoli come Ciappe Bianche?
La risposta non sta nella geografia. Sta nel metodo
In Sicilia, e a Paternò ancora di più, il potere non scorre dall’alto verso il territorio: scorre dal territorio verso chi, a Roma o a Palermo, da quel territorio trae forza elettorale, reti, fedeltà. È un patto antico: tu mi sostieni, io ti garantisco. Non sviluppo, non diritti: “garanzie”, appoggi, posti, deroghe.
È qui che nasce la zona grigia.
L’inciucio come sistema
Le cronache originale evidenziano il “trasversalismo” del sindaco Naso. Ma lo fa come se fosse un’anomalia, una dissonanza. In realtà è la regola: la Sicilia è da decenni il laboratorio politico dove i confini ideologici evaporano, lasciando spazio soltanto a equilibri utili, a reti di influenza che attraversano schieramenti diversi come fossero porte girevoli. Non conta la coerenza, conta l’utilità. Non conta la linea politica, conta il circuito relazionale. Non conta l’interesse pubblico, conta chi può portare pacchetti di voti o smuovere centri di potere.
È questa permeabilità che apre varchi ai clan: non la “coppola” o la lupara, ma la fitta trama di intermediazioni dove nessuno comanda davvero e tutti si garantiscono a vicenda.
Un sistema dove l’ironia popolare di «muoviti fermo» diventa istruzione operativa.
La responsabilità collettiva della politica
Il quotidiano catanese La Sicilia punta il dito contro la comunità “narcotizzata” e contro una società civile troppo spesso adattata al ribasso. È un giudizio che contiene verità, ma manca della sua premessa: “chi ha narcotizzato chi“?
La Sicilia non si sveglia un mattino e decide di arrendersi.
La Sicilia viene portata, lentamente, a credere che la denuncia non serva, che il voto non incida, che la ribellione culturale sia solo un’eco strozzata.
Quando l’unico ospedale è un “postificio” per raccomandati, è la politica che ha rinunciato alla propria funzione.
Quando le scuole si svuotano, non è il destino: è la conseguenza diretta di un sistema che non investe in futuro perché vive di presente permanente.
Quando gli aranceti non sono più un’eccellenza ma un terreno di sfruttamento, è la politica agricola – nazionale e regionale – ad aver abdicato.
Il problema non è che a Paternò “vincono sempre loro”.
Il problema è “chi ha deciso, scientemente, di lasciargli campo libero”“.
Paternò come specchio, non come eccezione
La caricatura finale del “ranocchio nella friggitrice” di cui parla il quotidiano catanese è efficace, ma rischia di ridurre a metafora ciò che è invece una dinamica politica strutturale. Paternò non è una fiaba gotica né un incidente di percorso: è uno specchio fedele della Sicilia trasformata in terreno di scambio, dove la modernità arriva solo quando è funzionale al controllo.
Se oggi un comune così rappresentativo viene sciolto per mafia, la domanda non è perché.
La domanda è: “chi ha costruito le condizioni perché ciò accadesse“?
E la risposta conduce dritto alla politica – quella che ha preferito usare l’isola come serbatoio elettorale invece che come terra da liberare.
Finché non si spezzerà questo meccanismo, finché il potere non tornerà a essere servizio e non rendita, la favola continuerà a ripetersi. E non ci sarà principessa che tenga: perché qui, da troppo tempo, nessuno viene a baciare il ranocchio.