Il futuro a rate dei nostri figli: Italia, cronaca di un debito annunciato

Dal neoliberismo inconsapevole alla geopolitica del possesso. Come abbiamo scambiato i valori con il prezzo delle cose e perché oggi imitiamo l’America senza averne la forza.
10 Gennaio 2026
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Dal boom degli anni Ottanta al debito permanente. Come abbiamo confuso libertà con consumo e smarrito il senso del bene comune.

Oggi proviamo a fare una cosa semplice e difficilissima allo stesso tempo: capire dove siamo. E soprattutto dove stiamo andando.

L’Italia ha abbracciato il neoliberismo senza saperlo.
Senza strumenti. Senza anticorpi.

Come chi entra in mare aperto convinto di saper nuotare, salvo scoprire troppo tardi che la corrente è più forte di lui.

La bugia dell’indebitamento libero

Il neoliberismo – un capitalismo più sofisticato, più pervasivo, più subdolo – ci ha raccontato una favola moderna: indebitarsi è libertà. Comprare oggi ciò che non possiamo permetterci diventa una scelta. Un diritto. Un gesto di autonomia.

Ma davvero lo è?

Oggi facciamo i conti con una società governata dal denaro.
Solo dal denaro. Valiamo per quanto consumiamo. Esistiamo se mostriamo. Contiamo se appariamo.

Quando contavano le persone, non i conti

Eppure ce lo ricordiamo quando tutto è cambiato. Ce lo ricordiamo eccome.

C’era un tempo – non così lontano – in cui in famiglia non si parlava solo di soldi. Non si misurava il valore delle persone in base al conto in banca.
Non si ostentava ricchezza, reale o presunta. Le nostre vite erano guidate dagli stessi principi che avevano guidato quelle dei nostri genitori: studio, lavoro, impegno sociale, famiglia. E poi tradizioni. Cultura. Valori condivisi. Parole che oggi suonano quasi antiquate. Scomode.
Fuori moda.

Gli anni Ottanta e la svolta

Poi arrivarono gli anni Ottanta. Lo spartiacque. Arrivarono l’edonismo reaganiano, la deregulation, la liberalizzazione selvaggia, il thatcherismo.
Arrivò la televisione commerciale. Il trionfo dell’apparenza. L’idea che contasse non essere, ma sembrare. Cominciammo ad assomigliare agli americani. Ma senza i loro soldi. Senza il loro sistema. Fu allora che il seme venne piantato.

Comprare come identità

Dagli Ottanta ai Novanta la corsa accelera. Ci proiettiamo senza paracadute nell’epoca del neoliberismo. Un capitalismo che non ti impone, ti seduce.
Non ti costringe, ti convince. Ti dice: scegli. Ti dice: compra. Ti dice: se non puoi permettertelo oggi, pagherai domani.

La libertà di indebitarsi diventa libertà di scelta.
Il mutuo eterno. La rata infinita. La carta di credito come estensione dell’identità.

Consumatori per vocazione

Ma era davvero questo che volevamo?

Volevamo una società dove tutto ha un prezzo e niente ha valore?
Volevamo misurare la felicità in metri quadri, cilindrata, brand?
Volevamo diventare consumatori prima che cittadini?

Oggi raccogliamo ciò che abbiamo seminato. Una generazione schiacciata dai debiti. Un lavoro precario. Un futuro a rate. Un Paese sull’orlo della bancarotta. Il neoliberismo non ha solo cambiato l’economia.
Ha cambiato le nostre teste. I nostri desideri. Le nostre priorità.

E forse la vera domanda non è dove stiamo andando.
Ma quando abbiamo smesso di chiederci dove volevamo andare.

Trump e la Groenlandia: tutto si compra

La cronaca dei nostri giorni ci restituisce un’immagine perfetta di questo mondo: un presidente che vuole «comprarsi» un pezzo di pianeta.

Donald Trump rilancia l’idea di acquistare la Groenlandia. Non di influenzarla. Non di stringere alleanze. Di possederla. Un territorio sovrano trattato come un asset strategico. Una merce. Un bene negoziabile. C’è un particolare che smaschera l’ipocrisia di questa operazione.
Gli Stati Uniti già oggi possono usare militarmente la Groenlandia come vogliono. Senza limiti reali. Senza ostacoli. Quindi basta smettere di fingere. Se fosse davvero una questione di sicurezza nazionale, il problema sarebbe già risolto.
Ma al neoliberismo questo non basta. Non basta controllare.
Non basta influenzare. Serve possedere. Serve il titolo di proprietà.
Serve mettere il timbro. Serve trasformare un territorio in patrimonio privato di Stato.

Qui non c’entra la difesa. C’entra il profitto. Non sicurezza nazionale. Arricchimento nazionale. È l’avidità che detta la linea.
È il mercato che scrive la politica estera. È il capitalismo che non si accontenta di dominare: vuole intestarsi il pianeta.

Il mercato conquista la politica

Non è più geopolitica. È compravendita. Pagare per convincere. Offrire soldi come strumento diplomatico. Ridurre popoli e territori a voci di bilancio. È il mercato che arriva alla politica. È il capitalismo che diventa dominio. Terra, risorse, potere. Il messaggio è chiaro: tutto ha un prezzo.
Anche un pezzo di mondo. E questa logica non si ferma ai confini internazionali. Scende. Penetra. Arriva nelle nostre vite.

L’Italia del debito eterno

Ed eccola, la piccola Italia.

Con il suo debito gigantesco, che cresce come una montagna che fingiamo di non vedere. Con una classe dirigente che parla di «sviluppo» ma intende tutt’altro.

Sviluppo per pochi

Perché oggi sviluppo non significa più migliorare la condizione umana. Non significa scuola. Sanità. Lavoro dignitoso. Servizi pubblici. Non significa comunità più forti. Città più vivibili. Futuro condiviso.

No.

Sviluppo oggi significa arricchimento di pochi. Speculazione. Rendita.
Profitti concentrati in sempre meno mani. Abbiamo scambiato i valori.
Li abbiamo rovesciati come un guanto. Non conta più cosa costruisci per gli altri. Conta quanto riesci a portare a casa per te. Non conta il bene comune.
Conta il successo individuale. Non importa se il sistema produce scarti, diseguaglianze, povertà. L’importante è «farcela».

Sogni americani, realtà italiana

E in questo, sì, vogliamo proprio fare come gli americani.
Copiarne i modelli. I miti. Le illusioni. Il self-made man.
La competizione feroce. L’idea che se sei povero è colpa tua.
Che se resti indietro non meriti di essere aiutato.

Ma senza il loro mercato. Senza le loro dimensioni. Senza la loro forza economica. Copiamo il peggio, senza avere il meglio.

Cosa abbiamo perso per strada

E così restiamo sospesi.
Inermi di fronte al debito. Inermi di fronte alla precarietà. Inermi di fronte a un futuro che non promette più nulla. Forse il punto non è tornare indietro. Ma capire quando abbiamo smesso di andare avanti insieme. Perché una società che misura tutto in denaro finisce per perdere ciò che non ha prezzo.
E quando te ne accorgi, spesso, è già troppo tardi.

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