Oggi: 18 Luglio 2026
15 Gennaio 2026
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Ponte sullo Stretto: la farsa italiana che non si ferma

Tra bocciature della Corte dei conti, decreti commissariali e tamponi politici: la più grande opera d’Italia rischia di restare uno spettacolo di annunci

Il caso del Ponte sullo Stretto è diventato la metafora perfetta dell’inadeguatezza italiana nel gestire grandi opere: tra annunci sfarzosi, scadenze spostate e promesse rinnovate, la realtà balza agli occhi con un verdetto tanto netto quanto imbarazzante. La Corte dei conti ha detto No alla registrazione della delibera CIPESS, smontando l’intero impianto procedurale. E oggi il governo prova a correre ai ripari con un decreto commissariale: una toppa su un buco che continua ad allargarsi.

Questa non è più solo una questione tecnica. È una farsa all’italiana, recitata in pubblico, mentre dietro le quinte la struttura amministrativa vacilla.

Il No della Corte: non un dettaglio, ma una bocciatura completa

La Corte dei conti ha affrontato il dossier con criteri rigorosi, come ci si aspetta da un organismo di controllo chiamato a tutelare il buon uso delle risorse pubbliche. Ed è emerso un quadro imbarazzante:

  • La relazione IROPI, pretesa base giuridica per superare il parere negativo sulla Valutazione di incidenza ambientale, è priva di data e sottoscrizione — elementi basilari di imputabilità amministrativa. (Corte dei conti, SCCLEG/19/2025/PREV);
  • Non esiste una analisi delle alternative al ponte con valutazioni tecniche autonome: i documenti si limitano a riportare quanto dichiarato dal proponente senza alcun approfondimento serio. (Ibidem);
  • La risposta italiana alla lettera della Commissione europea — che chiedeva chiarimenti su impatti e rispetto delle norme — è risultata un semplice copia-incolla dei pareri già esistenti, senza nuovi elementi sostanziali. (Ibidem e fonti stampa);

Questi non sono tecnicismi: sono i mattoni che reggono o fanno crollare un progetto multimiliardario. E qui, purtroppo, i mattoni sono crepati.

Contratti storici riesumati senza gara: una violazione dell’Europa

La Corte è ancora più netta sulla materia degli appalti. I contratti originari del 2003–2006 erano pensati per un’opera finanziata in parte da capitali privati. Oggi invece il modello è completamente rovesciato: finanziamento pubblico al 100%.
Per la normativa europea — in particolare l’art. 72 della direttiva Appalti — un cambiamento così radicale avrebbe inevitabilmente attratto nuovi concorrenti e imposto una nuova procedura competitiva. (Corte dei conti, SCCLEG/19/2025/PREV). E invece quel passaggio cruciale è stato liquidato con un semplice aggiornamento, senza gara, senza verifica, senza trasparenza.

È come pretendere di aggiornare il motore di un aereo in volo: può pure suonare ambizioso, ma la legge dice che non si può fare. E la Corte lo ha detto.

Il governo corre ai ripari: commissario unico e chiarimenti procedurali

A quel punto, l’esecutivo si è trovato con le spalle al muro. Dopo la sonora bocciatura dei magistrati contabili, la risposta dell’esecutivo non è stata un ripensamento del progetto, ma la nominazione di un commissario unico per l’opera, figura che ha il compito di riorientare — si spera — l’intero iter amministrativo.
Si parla di Pietro Ciucci, già amministratore delegato di Stretto di Messina, come possibile commissario incaricato di “mettere ordine” e rispondere alle richieste della Corte con chiarimenti procedurali inseriti nel decreto sui commissari per le opere pubbliche. (La Repubblica, 15 gennaio 2026)

Il problema è che questa mossa somiglia più a un tampone politico che a una soluzione strutturale. Affidare a una singola figura la correzione di un percorso che ha ignorato ripetutamente norme europee e principi di trasparenza non risolve il nodo di fondo: non sono i nomi a determinare la legittimità delle azioni, ma le procedure e i contenuti dei dossier.

Una governance in affanno: annunci e realtà che non si incontrano

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un rituale quasi coreografico:

  • si annuncia un cronoprogramma,
  • si celebrano conferenze stampa,
  • si spostano date di inizio lavori,
  • si rilasciano dichiarazioni di certezza assoluta.

Eppure, quando il progetto è finito sotto la lente di un organo di controllo imparziale, emerge un quadro di superficialità: documenti senza firme, analisi incompiute, contratti riadattati senza gara, dialogo con Bruxelles gestito con risposte inefficaci.

È il riassunto di una incapacità di tradurre visione in rigore amministrativo.

La pezza che non tiene

La nomina di un commissario unico può avere senso in una fase avanzata e coerente di un progetto chiaro. Ma qui non siamo in quella fase. Siamo nella situazione in cui un progetto multimiliardario è stato giudicato non conforme, e la risposta politica è di centralizzare la gestione anziché sanare le falle.

È un po’ come installare un super-allenatore in una squadra i cui giocatori continuano a ignorare schemi e regole di gioco: non si cambia il risultato finché non si cambiano le fondamenta.

Conclusione: non si sana un buco con una toppa

La storia del Ponte sullo Stretto rischia di restare nella memoria collettiva come l’epopea dell’incompiuto. Non per mancanza di visione, ma per mancanza di rigore e di rispetto delle regole che il Paese — membro di un sistema giuridico europeo — ha il dovere di osservare.

La politica può nominare commissari, promettere tempi certi, evocare miracoli infrastrutturali. Ma finché non affronta i rilievi — reali, documentati e giuridicamente fondati — la narrativa resterà una farsa, e il progetto un simbolo di inefficienza.

Perché non si costruisce un’opera storica con slogan, decreti tampone e annunci di facciata.
Si costruisce con rigore, trasparenza e conformità alle regole.

E su quei fondamentali, al momento, il ponte continua a vacillare.

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