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27 Gennaio 2026
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La Memoria non è un brand identitario

La Giornata della Memoria viene sempre più usata come strumento identitario e politico. Tra rimozioni storiche, leggi ambigue e silenzi imposti sul presente, il rischio è trasformare un monito universale in un alibi.

Quando la Memoria diventa bandiera

La Giornata della Memoria nasce per ricordare lo sterminio degli ebrei d’Europa. Non come rito consolatorio, non come certificato morale, ma come esercizio collettivo di responsabilità storica. Un richiamo permanente ai rischi dell’oblio, della disumanizzazione, della complicità.

Eppure, da qualche tempo, una parte della politica italiana — la destra — sembra averne cambiato la funzione. La Memoria non viene negata, ma piegata. Non rimossa, ma selezionata. Diventa un dispositivo identitario, una liturgia che separa, più che un terreno comune che interroga.

Non è un dettaglio. È un segnale.

La Memoria, quando diventa bandiera, smette di essere coscienza e diventa strumento. Si restringe. Si irrigidisce. Viene usata per tracciare confini morali: chi è dentro e chi è fuori, chi può parlare e chi deve tacere.

Il sospetto è legittimo: siamo di fronte a un disperato bisogno di lavarsi la coscienza? O a un’operazione ancora più cinica, in cui la tragedia dell’Olocausto viene brandita per legittimare nuove gerarchie del dolore?

C’è un cortocircuito evidente. La stessa area politica che fatica — quando non rifiuta apertamente — di fare i conti con il fascismo storico, con le leggi razziali, con la responsabilità italiana nella persecuzione degli ebrei, oggi rivendica la Memoria come marchio esclusivo. La difende, ma la svuota. La celebra, ma la sterilizza.

E soprattutto la usa.

La legge sull’antisemitismo e il controllo del dicibile

Questo stesso approccio emerge con chiarezza anche nella proposta di legge presentata per contrastare l’antisemitismo. Un testo che, almeno nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe tutelare una minoranza storicamente perseguitata, ma che nel suo impianto solleva più di un interrogativo politico e giuridico.

La vaghezza delle definizioni, l’estensione elastica delle fattispecie, il rischio concreto di sovrapporre l’odio antiebraico — che va contrastato senza esitazioni — alla critica legittima verso lo Stato di Israele, il suo governo o le sue operazioni militari, costruiscono un terreno scivoloso. Non di tutela, ma di controllo del discorso pubblico.

Quando una legge smette di distinguere tra antisemitismo e dissenso politico, non rafforza la Memoria: la piega. E introduce una gerarchia delle parole, delle cause, delle sofferenze.

In questo schema, i “nuovi ebrei” non sono più una categoria storica da ricordare, ma una funzione politica da occupare. Serve un nemico, come ieri. E oggi, per molti, quel nemico ha un nome preciso: i palestinesi.

Gaza, il tabù del dolore e la gerarchia delle sofferenze

Qui il discorso si fa scivoloso.

Ed è proprio in questo contesto che la proposta di legge sull’antisemitismo rivela la sua funzione più problematica: non solo contrastare l’odio, ma delimitare il perimetro del dicibile. Perché se criticare una guerra, denunciare le vittime civili, parlare della sofferenza dei palestinesi diventa automaticamente sospetto, allora la Memoria non è più uno strumento di vigilanza morale, ma un dispositivo di immunità politica.

Secondo una narrazione sempre più diffusa, la sofferenza sembra essere diventata un’esclusiva storica del popolo ebraico. Parlare della tragedia dei civili di Gaza — dei bambini, delle famiglie, dei corpi sotto le macerie — viene presentato come un’offesa alla memoria degli ebrei sterminati nei lager nazisti. Come se il dolore fosse a somma zero. Come se riconoscere una tragedia contemporanea cancellasse una tragedia storica.

È una forzatura pericolosa.

Affiancare la sofferenza dei palestinesi alla tragedia dei campi di concentramento, tenendo conto delle doverose e necessarie proporzioni storiche, non significa equiparare. Significa riconoscere che il dolore umano non è proprietà esclusiva di un popolo, né può essere recintato da un tabù politico.

Trasformare l’Olocausto in un metro unico e invalicabile, che impedisce di nominare ogni altra tragedia contemporanea, è spesso il riflesso di una povertà di argomenti. Quando manca il confronto sul presente, si brandisce il passato come silenziatore morale.

La Memoria dell’Olocausto non chiede silenzi, chiede coerenza. Non impone cecità morale, impone vigilanza. Se diventa un’arma per zittire ogni critica, allora tradisce se stessa.

Ricordare Auschwitz non significa sospendere il giudizio sul presente. Significa, al contrario, esercitarlo con più rigore. Perché la lezione della Shoah non è l’eccezionalità del male, ma la sua possibilità. Sempre.

Quando una parte politica usa la Memoria per costruire un’identità e non una responsabilità, il rischio è evidente: trasformare un monito universale in un alibi. E fare della storia non uno specchio, ma uno scudo.

La Memoria non serve a sentirsi dalla parte giusta. Serve a non smettere di interrogarsi.

Il resto è propaganda.

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