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28 Gennaio 2026
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La destra scheda i professori di sinistra

Quando la denuncia politica diventa delazione: la scuola sotto ricatto ideologico

Un questionario per individuare i “professori di sinistra” non è una provocazione studentesca, ma un segnale politico. Dietro il linguaggio della denuncia si profila una pratica di controllo ideologico che mette in discussione la libertà di insegnamento e il ruolo della scuola in una democrazia.


In questi giorni fa discutere l’iniziativa di alcuni studenti, aderenti ad Azione Studentesca, organizzazione giovanile legata a Fratelli d’Italia, che in un liceo di Pordenone hanno diffuso un questionario per “segnalare” gli insegnanti ritenuti colpevoli di fare propaganda di sinistra.

La domanda è diretta, il metodo ancora di più: indicare nomi, comportamenti, orientamenti. Non un confronto pubblico, non una critica argomentata, ma una raccolta di segnalazioni. Una schedatura.

Liquidare l’episodio come folklore giovanile sarebbe un errore. Qui non siamo davanti a un eccesso di zelo studentesco, ma a un’idea precisa di scuola e di potere: la trasformazione della denuncia politica in delazione, del dissenso in sospetto.

La differenza storica: il dissenso come valore repubblicano

C’è un punto decisivo che segna una differenza netta con la sinistra e, più in generale, con la cultura politica dell’Italia repubblicana del secondo dopoguerra.

Dopo il 1945, in un Paese uscito dal fascismo, la scelta — faticosa e tutt’altro che indolore — è stata quella di ricondurre il conflitto politico dentro un alveo legale e costituzionale. Anche nei momenti più duri dello scontro ideologico, la politica democratica ha evitato di trasformare l’avversario in un nemico da schedare, sorvegliare, epurare.

La scuola, l’università, i luoghi della cultura sono stati considerati spazi di confronto, non di controllo. Non per ingenuità, ma per memoria storica: chi ha conosciuto il confino, la censura, la repressione del pensiero sa che la sorveglianza ideologica è sempre il primo passo verso l’autoritarismo.

Oggi, con la destra al potere, quella lezione sembra rimossa. Anzi, affiora un impulso opposto: regolare i conti con decenni di marginalità culturale vissuti — o percepiti — come una punizione. Non integrare il dissenso, ma farlo pagare. Non contrastare le idee, ma colpire chi le esprime.

Dalla libertà di insegnamento al sospetto permanente

Chiedere agli studenti di segnalare i “professori di sinistra” significa introdurre nella scuola una logica estranea alla democrazia: quella del sospetto permanente. L’insegnante non è più un professionista tutelato dalla Costituzione, ma un soggetto da controllare. L’aula non è più uno spazio critico, ma un territorio da bonificare. La libertà di insegnamento non è un privilegio corporativo. È una garanzia per gli studenti, prima ancora che per i docenti. Serve a formare cittadini capaci di distinguere, discutere, dissentire. Svuotarla significa ridurre la scuola a un luogo di addestramento, non di educazione.

Una domanda scomoda

Dopo ottant’anni di democrazia, siamo sicuri — soprattutto coloro che oggi guardano con nostalgia a quel periodo storico — che ciò che propone la nuova destra piacerebbe davvero a chi lo invoca? Siamo certi che chi inneggia a quei valori saprebbe vivere sotto una nuova forma di neodemocrazia, fatta di sospetto, conformismo e controllo del dissenso?

La storia insegna che i regimi non chiedono consenso solo agli oppositori, ma obbedienza anche ai propri sostenitori. Che la riduzione delle libertà non colpisce “gli altri”, ma prima o poi chiunque. È una domanda che vale per tutti, perché quando il perimetro del dicibile si restringe, non resta spazio nemmeno per chi applaude.

Una deriva che riguarda tutti

Quello che accade a Pordenone non riguarda solo una scuola, né solo una parte politica. Riguarda l’idea stessa di democrazia che vogliamo difendere.

Quando la denuncia sostituisce il confronto, quando la schedatura prende il posto del dibattito, quando il pensiero critico viene trattato come una minaccia, non siamo più nel terreno del pluralismo. Siamo a un passo dall’epurazione culturale.

La storia italiana dovrebbe renderci prudenti. E invece sembra tornare, sotto nuove forme, una vecchia tentazione: controllare le idee per governare la società.

È sempre così che comincia. Non con i divieti espliciti, ma con le liste. Non con la censura dichiarata, ma con il sospetto organizzato.

E la scuola, ancora una volta, è il primo fronte.

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