Se la giustizia va “riequilibrata”, perché ridurre anche chi controlla la spesa pubblica?
Il punto di partenza: una domanda che non torna:
Se la riforma della giustizia, a detta dei suoi promotori, serve a riequilibrare accusa e difesa nel processo penale, una domanda si impone da sola: perché ridimensionare anche la Corte dei conti?
Qui non c’è un imputato da garantire. Non c’è un pubblico ministero da bilanciare. C’è solo un organo costituzionale che svolge una funzione essenziale e scomoda: “controllare come vengono spesi i soldi pubblici“. Cioè i soldi dei cittadini.
La funzione della Corte dei conti: controllo, responsabilità, democrazia
La Corte dei conti non è un orpello tecnico. È una magistratura prevista dalla Costituzione con un compito preciso: vigilare sulla finanza pubblica, valutare l’efficacia dell’azione amministrativa, accertare la responsabilità contabile di amministratori e dirigenti.
In altre parole, incide direttamente sul sistema politico. Non sulle sue intenzioni. Sui suoi atti. Su come governa. Su come spende.
Ed è proprio per questo che oggi viene percepita come un problema.
La narrazione della “paura della firma”
Da mesi il racconto è sempre lo stesso: amministratori paralizzati, dirigenti che non decidono, scelte bloccate dal timore delle responsabilità. La famigerata “paura della firma”.
Una narrazione martellante, funzionale a preparare il terreno a interventi che vanno tutti nella stessa direzione: “ridurre il controllo“.
Si restringe l’ambito del danno erariale. Si limita la responsabilità. Si tenta di confinare la Corte dei conti a un ruolo sempre più consultivo, sempre meno giurisdizionale.
Il passaggio chiave: chi sbaglia paga poco, il resto lo paga il cittadino
C’è però un elemento che chiarisce più di ogni altro la direzione intrapresa. Nelle proposte avanzate dalla destra, “in caso di condanna al risarcimento“, l’amministratore o il dirigente pubblico risponderebbe “solo per una quota limitata del danno“, in alcuni casi “inferiore a un terzo“. Il resto verrebbe assorbito dalla collettività.
Tradotto: chi decide male paga poco. Chi paga davvero è il cittadino.
Non è un dettaglio tecnico. È un cambio di paradigma. La responsabilità personale diventa marginale, il danno viene socializzato, l’errore nella gestione delle risorse pubbliche diventa un rischio calcolato.
Il disegno complessivo: meno controlli, più discrezionalità
A questo punto il quadro si ricompone.
Da un lato, la magistratura ordinaria viene accusata di essere troppo incisiva quando indaga. La risposta è la separazione delle carriere, la frammentazione dell’autogoverno, il ridimensionamento del potere requirente.
Dall’altro, la Corte dei conti viene accusata di frenare l’azione amministrativa. E anche qui la risposta è la stessa: limitare, alleggerire, rendere il controllo meno efficace.
Il filo rosso è evidente. “Non si elimina il controllo. Lo si rende innocuo.“
Costituzione contro narrazione
La Costituzione racconta un’altra storia. Racconta di un sistema di contrappesi pensato proprio per evitare che il potere politico agisca senza responsabilità. Racconta di magistrature autonome non per privilegio, ma per garanzia democratica.
Quando un governo interviene contemporaneamente sulla magistratura ordinaria e su quella contabile, riducendone autonomia e capacità di incidere, non sta modernizzando lo Stato. Sta “spostando l’equilibrio“ a proprio favore.
La domanda finale
Se la giustizia va riequilibrata, perché riequilibrare anche il controllo sulla spesa pubblica?
Perché limitare la responsabilità personale di chi gestisce i soldi di tutti? Forse perché il vero obiettivo non è garantire i cittadini. Ma rendere più leggero il peso del controllo su chi governa.