A Torino la piazza convocata contro il governo e in difesa di Askatasuna finisce come previsto: scontri, feriti, arresti, immagini utili solo a una parte. Chi sceglie la violenza non indebolisce il potere, lo rafforza. E consegna alla destra l’argomento perfetto per legittimare repressione e autoritarismo.
C’è una parte della società che prova a contrastare le maniere autoritarie e violente del governo di destra con altra violenza, usando esattamente i metodi che dice di voler combattere.
Il risultato è sempre lo stesso.
Non delegittima il potere. Lo rafforza.
Non apre spazi di dissenso. Li chiude. Alla fine, l’esecutivo ha gioco facile. E, paradossalmente, ha ragione. Gli scontri di piazza a Torino consegnano alla storia un’altra pagina di stupidità politica. Non di coraggio. Non di resistenza. Di miopia.
Una giornata scritta in anticipo
Il copione era noto. Annunciato. Quasi rivendicato.
Il “popolo” chiamato in piazza da Askatasuna per protestare contro il governo e per difendere il centro sociale sgomberato lo scorso 18 dicembre risponde presente. Decine di migliaia di persone, una città bloccata, autobus deviati, strade chiuse, interi quartieri paralizzati.
Una Torino blindata. Alle 18, puntuali come un orologio, arrivano gli scontri.
Fuochi d’artificio, petardi, bombe carta da una parte.
Lacrimogeni, cariche, idranti dall’altra.
Una nebbia acida che brucia la gola, barricate improvvisate, cassonetti incendiati sotto i balconi delle case.
Per un’ora e mezzo la città diventa un campo di battaglia.
Il bilancio è quello che ci si aspettava: fermi destinati ad aumentare, agenti feriti, manifestanti in ospedale, immagini violente che rimbalzano ovunque. Un poliziotto isolato preso a calci, pugni e colpito con un martello. Un ragazzo a terra raggiunto da manganellate.
Tutto vero. Tutto gravissimo. Tutto devastante.
Ma soprattutto: tutto inutilmente prevedibile.
La violenza che oscura le ragioni
La piazza era composita. Centri sociali, sindacati di base, associazionismo, movimenti studenteschi, realtà palestinesi e curde. C’erano temi veri, seri, urgenti: scuola, sanità, lavoro, riarmo, guerre, Palestina, Kurdistan.
Questioni che meriterebbero attenzione politica, dibattito pubblico, ascolto. Ma di questo, in serata, non parla più nessuno.
Resta solo la violenza.
Resta il frame perfetto per la destra.
Resta l’alibi per ogni stretta repressiva futura.
Chi pensa che lanciando petardi e bombe carta contro la polizia si stia “alzando il livello del conflitto” non sta facendo opposizione. Sta facendo un favore politico a chi governa. Sta offrendo immagini, titoli, narrazioni che giustificano leggi speciali, manganelli più facili, diritti più deboli.
La confusione tra dissenso e forza
C’è un equivoco che una parte dei movimenti continua a coltivare: l’idea che la violenza sia una forma di radicalità politica.
Non lo è.
È, al contrario, una scorciatoia sterile che sostituisce il consenso con lo scontro fisico, il progetto con l’adrenalina, la costruzione con il caos.
È la negazione stessa del dissenso come pratica democratica.
Quando una madre arriva a chiedersi se serva il permesso per manifestare, siamo davanti a un segnale inquietante. Ma quel segnale non viene corretto incendiando una strada. Viene corretto costruendo consenso, parola, organizzazione, non regalando alla controparte la conferma delle sue peggiori tesi.
Chi esce vincitore
Alla fine della giornata, chi vince davvero?
Non chi manifesta.
Non chi protesta pacificamente.
Non chi porta in piazza rivendicazioni sociali legittime.
Vince il governo.
Vince la retorica dell’ordine.
Vince l’idea che il dissenso sia pericoloso, violento, da contenere. A destro giro arriva la promessa del cherubino capo del governo: “non escludo un provvedimento sicurezza“. Gli scontri di Torino non hanno aperto una crepa nel potere. Hanno solo rafforzato il muro.
E questa, più di ogni manganellata, è la sconfitta più grave.