Oggi: 14 Ottobre 2026
3 Febbraio 2026
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Torino e il manuale della manipolazione

Ordine pubblico, propaganda e scorciatoie autoritarie.
Gli scontri di Torino vanno condannati senza ambiguità. Ma la loro immediata strumentalizzazione politica, le narrazioni costruite a caldo e le misure invocate dal governo raccontano altro: un uso dell’ordine pubblico come clava, la confusione deliberata tra violenza e dissenso e un Paese che rischia di accettare meno diritti in cambio di una sicurezza solo apparente.


La seconda regola di Noam Chomsky sulla manipolazione delle masse dice: «creare un problema, provocare una crisi, e poi offrire la soluzione, affinché l’opinione pubblica l’accetti come male necessario». I fatti violenti di Torino vanno condannati senza tentennamenti. Punto. Ma è curioso — diciamo così — che subito dopo, come se il copione fosse già pronto nel cassetto, arrivino da esponenti del Governo parole come militarizzazione, giro di vite, tolleranza zero, fino ai paragoni fantasiosi con le Brigate Rosse: Gli antagonisti di Torino? Vanno combattuti come le Brigate rosse”. Lo ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto.

Davvero? Sul serio siamo a questo livello? 

Si sa: i dubbi vengono ai fessi come noi. Quelli che hanno studiato. Che sono andati a scuola perché ci credevano. Che magari si sono pure laureati — ostinati cronici — e che continuano a leggere, confrontare, ragionare. Per il resto bastano gli slogan. E tutti dietro. Senza fare domande

La scena perfetta

La scena è perfetta. Forse troppo. Era facile prevederlo: che Giorgia Meloni e i suoi sodali avrebbero usato Torino per invocare una stretta sulla sicurezza era scritto prima ancora che partissero i lacrimogeni. Quello che colpisce è la rapidità chirurgica dell’operazione. Prima la visita agli agenti feriti — gesto legittimo, emotivamente potente. Poi, senza soluzione di continuità, la narrazione ufficiale: la colpa è della sinistra che copre i violenti, dei magistrati che li rimettono in libertà, di un dissenso che diventa automaticamente eversivo. Un salto logico brutale. Una mistificazione istituzionale che non cerca nemmeno più di sembrare credibile.

Le domande che non piacciono

C’è però un dettaglio che la propaganda non riesce a cancellare. Sul web circolano decine di testimonianze di persone presenti in piazza: racconti convergenti, non coordinati, che descrivono una dinamica meno lineare di quella ufficiale. Secondo molti, a un certo punto, la sensazione era chiara: le forze dell’ordine stavano aspettando il momento opportuno per intervenire. Non per contenere. Per colpire. È una percezione. Non una prova. Ma è una percezione diffusa. E ignorarla è un errore politico grave. C’è poi una domanda, semplice e devastante, posta da un ex dirigente di polizia: che cosa ci faceva un agente solo, senza casco, isolato, in mezzo a un gruppo di manifestanti violenti? Non è una domanda polemica. È una domanda tecnica. Perché nei dispositivi di ordine pubblico una cosa così non dovrebbe accadere mai. Se accade, significa che qualcosa nel dispositivo è saltato. Errore di valutazione? Catena di comando? Gestione della linea? Domande legittime. Silenzio totale come risposta.

La costruzione del racconto

Poi ci sono le immagini. Quelle che durano meno della narrazione, ma che ogni tanto la incrinano. Il poliziotto dato per moribondo in alcune ricostruzioni mediatiche appare poco dopo in piedi, con un collare ortopedico che convince poco anche i più distratti. Attenzione: questo non riduce la gravità dell’aggressione. Ma dice molto sulla costruzione emotiva del racconto. Prima l’allarme massimo. Poi la smentita silenziosa. Intanto, però, il messaggio è passato.

La violenza come occasione politica

Qui non siamo davanti a una reazione emotiva. Siamo davanti a un metodo. La chiusura di Askatasuna e del Leoncavallo non è stata una misura neutra. È stata una scelta politica consapevole, anticipatrice, pensata per alzare la tensione. In parallelo, verso CasaPound e l’area neofascista, il metro resta elastico: occupazioni abusive tollerate, manifestazioni illegali lasciate scorrere, quando non protette. Due pesi. Due misure. Una sola direzione.

Dissenso non è ordine pubblico

Le violenze di piazza vanno condannate senza ambiguità. Chi organizza scontri, aggredisce le forze dell’ordine, trasforma una manifestazione in guerriglia non difende alcuna causa. La distrugge. E va perseguito penalmente. Ma proprio per questo serve un’altra chiarezza, che oggi manca: il dissenso non è un problema di ordine pubblico. Quando si usano fermi preventivi, controlli selettivi, misure anticipatorie che colpiscono ambienti, luoghi, reti sociali prima ancora dei reati, si oltrepassa una soglia. Non è prevenzione. È criminalizzazione del conflitto sociale.

La linea che non si nasconde più

La linea autoritaria del governo non è più un sospetto. È un fatto quotidiano. Dal decreto sull’antisemitismo usato come grimaldello normativo, all’idea dell’arresto preventivo prima delle manifestazioni, fino alla normalizzazione di misure “anticipatorie” che colpiscono prima i contesti, poi — forse — i comportamenti. La compressione dei diritti di partecipazione, di manifestazione, di dissenso avanza a piccoli passi, ma con una coerenza inquietante. Ogni giorno un tentativo in più. Ogni giorno un confine spostato un po’ più in là. Non un incidente di percorso. Una visione del potere.

La memoria corta della destra

C’è poi un elemento che nel racconto del governo viene sistematicamente rimosso: la memoria. La destra oggi parla di restrizioni preventive, di violenza “intollerabile” della sinistra, di piazze da neutralizzare prima ancora che parlino. Lo fa dimenticando — o fingendo di dimenticare — che la violenza politica di destra ha segnato in profondità la storia repubblicana, insanguinando le piazze e lasciando morti sul selciato. Un episodio su tutti, che vale più di mille slogan. Il 12 aprile 1973, a Milano, va in scena il cosiddetto giovedì nero. Un corteo neofascista non autorizzato, organizzato dal Movimento Sociale Italiano, sfila nonostante il divieto della Questura. La manifestazione è indetta contro la “violenza rossa”. Finisce nel sangue. L’agente di polizia Antonio Marino muore colpito dall’esplosione di una bomba a mano lanciata dai manifestanti. Tra i promotori e i capi di quel corteo c’era Ignazio La Russa, allora dirigente del Fronte della Gioventù. Non fu l’esecutore materiale dell’omicidio — i responsabili furono Maurizio Murelli e Vittorio Loi — ma la responsabilità politica di quella manifestazione resta un dato storico, non un’opinione. La memoria corta non è una distrazione. È una strategia.

Meno diritti in cambio di più paura

Torino non è un’emergenza. È un test. Un test su quanto siamo disposti ad accettare meno diritti in cambio di più paura. Su quanto siamo pronti a confondere violenza e dissenso pur di sentirci rassicurati. Su quanto uno Stato riesca ancora a reggere il conflitto senza trasformarlo in repressione preventiva. Perché uno Stato democratico non si misura da quanta forza anticipa, ma da quanta libertà riesce ancora a sopportare.

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