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6 Febbraio 2026
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L’italiano e la voglia dell’uomo forte

Nostalgici dell’ordine, allergici alla disciplina.


Tra nuove sigle all’estrema destra e vecchi nomi in cerca di ricollocazione, il dispotismo torna come illusione politica. Ma l’Italia che lo sogna è la stessa che non ne sopporterebbe mai le regole. Un cortocircuito culturale, prima ancora che politico.

La rissa permanente dell’estrema destra

Italiani, popolo di santi, navigatori e nostalgici del fascismo.
O almeno così sembrerebbe, a giudicare dalla rissa permanente che anima l’estrema destra italiana. Un’arena affollata, dove ci si spinge e si sgomita per occupare l’ultimo spazio possibile “più a destra degli altri”, come se fosse un titolo di merito.

L’ultima novità arriva da Roberto Vannacci, fuoriuscito dalla Lega, pronto a fondare l’ennesima formazione identitaria, sovranista, muscolare. Un partito che nasce già con un messaggio chiaro: non siamo abbastanza duri, non siamo abbastanza radicali, non siamo abbastanza autoritari.
E infatti guarda ancora più in là. O meglio: ancora più indietro.

La notizia, raccontata su tutti i giornali, non è solo l’ennesima scissione. È un segnale. Un altro. L’idea che in Italia ci sia spazio politico, consenso, persino entusiasmo per un progetto che flirta apertamente con l’immaginario dell’ordine imposto, della gerarchia, della disciplina calata dall’alto.

Autocrazia immaginata e quella reale

Ed è qui che vale la pena fermarsi. Perché la domanda non è se Vannacci riuscirà o meno a superare una soglia elettorale. La domanda è un’altra, più scomoda: gli italiani sanno davvero cosa stanno evocando quando strizzano l’occhio al fascismo?

Perché c’è qualcosa di profondamente ipocrita — e storicamente ignorante — in questa nostalgia. L’italiano medio è insofferente alle regole. Le aggira. Le interpreta. Le piega. Le viola con orgoglio. Detesta la burocrazia, disprezza l’autorità quando limita il suo spazio personale, mal sopporta controlli, sanzioni, obblighi.
Eppure sogna l’uomo forte. Il pugno duro. Il “ci vorrebbe qualcuno che rimetta tutti in riga”.

Ma “riga” significa disciplina. Vera. Quotidiana. Non quella degli altri. La tua. Significa obbedienza, rinuncia, sottomissione alle regole senza possibilità di appello. Significa accettare che lo Stato entri nella tua vita, nei tuoi comportamenti, nelle tue parole. Sempre. Non solo quando fa comodo.

Il fascismo — quello reale, non quello da talk show — non era folklore, né nostalgia da social network. Era controllo. Era repressione. Era conformismo imposto. Era silenzio. E soprattutto: non tollerava l’individualismo anarchico che oggi caratterizza larga parte degli italiani che lo rimpiangono senza averlo mai conosciuto.

Memoria corta e rimozione collettiva

C’è poi un dato che pesa più di tutti: la debolezza della memoria collettiva.
L’Italia non ha mai fatto davvero i conti con il proprio passato autoritario. Ha archiviato il fascismo come “parentesi”, “errore”, “deriva”, evitando accuratamente di trattarlo per ciò che è stato: un regime che ha distrutto libertà, diritti, pluralismo, responsabilità individuale.

Così oggi il fascismo torna come caricatura. Come scorciatoia. Come promessa vuota di ordine in un paese disordinato.
Un’illusione. E anche piuttosto comoda.

Il mercato dell’usato politico

C’è poi un altro elemento che merita di essere messo a fuoco, senza ipocrisie.
Ogni nuovo partito “più a destra della destra” non nasce solo da un’idea, ma da un reclutamento. E quello che ruota attorno al generale Vannacci ha già i contorni di un casting fin troppo prevedibile.

Si parla di Emanuele Pozzolo, espulso da Fratelli d’Italia dopo una vicenda imbarazzante e politicamente ingestibile. Un nome che non trova più spazio dove stava e che ora potrebbe riciclarsi dove il passato pesa meno e la radicalità fa curriculum.

Poi c’è Aboubakar Soumahoro, ex simbolo, ex bandiera, ex eccezione della sinistra, oggi “attento” alla proposta del generale. Più che attenzione, fiuto: quello per un nuovo spazio mediatico.

E infine Mario Adinolfi, presenza fissa di ogni tentativo di rifondare una destra identitaria, purché ci sia un palco, un microfono, una telecamera.

Il quadro è chiaro: non una classe dirigente in formazione, ma una collezione di trombati della politica, espulsi, marginalizzati, archiviati. Figure senza casa, unite non da una visione comune ma da un bisogno elementare: tornare visibili, tornare rilevanti, tornare a contare qualcosa.

Altro che rivoluzione.
Questa non è la nuova destra. È il rigattiere del consenso.

L’illusione dell’uomo forte

Se domani arrivasse davvero quel regime che molti evocano con leggerezza, gli stessi che oggi lo invocano sarebbero i primi a lamentarsi. I primi a trasgredire. I primi a sentirsi oppressi. I primi a scoprire, troppo tardi, che l’autoritarismo non è un’opzione à la carte.

Non è nostalgia.
È amnesia. E come tutte le amnesie collettive, prima o poi presenta il conto. Perché il punto, alla fine, è questo: l’Italia non rischia il fascismo perché lo desidera davvero. Lo rischia perché non lo prende sul serio.

Lo riduce a slogan. Lo consuma come provocazione.
Lo evoca come soluzione semplice a problemi complessi.

Ma un regime autoritario non è un’opinione. È una pratica.
E non distingue tra chi lo invoca e chi lo subisce.

Quando l’ordine diventa imposizione, quando la disciplina non è più scelta ma obbligo, quando il dissenso smette di essere tollerato, allora non c’è spazio per l’italiano furbo, creativo, anarchico.
C’è solo l’obbediente. O il colpevole.

Chi oggi sogna il fascismo come scorciatoia politica, domani ne sarebbe vittima. E forse è proprio questa inconsapevolezza il tratto più inquietante del nostro tempo.

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