La novità non è che gli Stati Uniti abbiano scoperto il petrolio venezuelano. La novità è che non sentano più il bisogno di inventarsi un principio.
Per anni, per decenni, le azioni americane fuori dai propri confini sono state raccontate come tentativi di portare democrazia, libertà, sicurezza e benessere occidentale. Era la formula che accompagnava ogni colpo di Stato sostenuto, ogni invasione, ogni operazione militare: Washington interveniva, naturalmente, per il bene dell’umanità.
Qualche volta ci credevano davvero anche gli americani. Molto più spesso ci credevamo noi.
Noi occidentali, protetti dall’ombrello militare degli Stati Uniti contro l’“Impero del Male” sovietico, abbiamo raramente messo in discussione le intenzioni di chi schierava portaerei, bombardieri ed eserciti. L’Unione Sovietica era una minaccia reale, l’Europa aveva bisogno di protezione e l’Alleanza atlantica non era una finzione. Ma dentro quella protezione c’erano anche interessi economici, controllo delle risorse e potere geopolitico.
Lo abbiamo scoperto lentamente. O forse lo abbiamo sempre saputo, ma trovavamo conveniente non dirlo.
La formula di cortesia
Nel 1953 gli Stati Uniti contribuirono a rovesciare in Iran il governo di Mohammad Mossadeq, che aveva nazionalizzato il petrolio. Nel 1954 la CIA organizzò l’operazione che portò alla caduta del presidente guatemalteco Jacobo Árbenz. Non sono ricostruzioni complottiste: sono fatti contenuti negli stessi documenti storici del Dipartimento di Stato americano sull’Iran e sull’operazione PBSUCCESS in Guatemala.
In Cile, tra il 1970 e il 1973, la CIA finanziò attività clandestine per impedire prima l’insediamento di Salvador Allende e poi destabilizzarne il governo. Lo ha documentato persino la commissione d’inchiesta del Senato statunitense.
Molti anni dopo arrivarono l’Iraq e le armi di distruzione di massa. Armi che non furono trovate, come stabilì lo stesso Iraq Survey Group, ma che erano servite a costruire il consenso necessario per cominciare una guerra.
Gli interessi c’erano sempre stati. C’era però una liturgia da rispettare. Prima delle bombe arrivavano i valori. Prima dei pozzi petroliferi, la democrazia. Prima degli affari, la libertà.
Era ipocrisia, certamente. Ma persino l’ipocrisia impone un limite: costringe il potere a giustificarsi, a fingere di riconoscere l’esistenza di principi superiori alla propria forza.
Con Donald Trump quel pudore è scomparso. E non soltanto quello.
Il colonnello Jessep e i nostri sonni tranquilli
Per molto tempo abbiamo accettato la narrazione americana anche perché ci conveniva. Washington era il colonnello Nathan Jessep di Codice d’onore: l’uomo che faceva la guardia mentre noi dormivamo tranquilli e che, proprio per questo, pretendeva che non facessimo troppe domande su quanto accadeva oltre il muro.
C’era pudore nel dissentire e convenienza nel tacere.
Le amministrazioni statunitensi cambiavano, i rapporti internazionali si modificavano e i dubbi crescevano. Ma la formula rimaneva sostanzialmente intatta. Gli Stati Uniti potevano sbagliare, potevano eccedere, potevano perfino mentire, ma continuavano a presentarsi come garanti di un ordine internazionale fondato su democrazia e diritto.
Trump ha interrotto quella recita.
Non perché le precedenti amministrazioni fossero disinteressate o innocenti, ma perché lui considera superfluo il bisogno di nascondere l’interesse dietro un ideale. Non presenta più l’impero come una medicina. Mostra direttamente il conto.
Maduro non è un alibi
Il 3 gennaio 2026 un’operazione militare statunitense, alla quale parteciparono più di 150 velivoli, portò alla cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Maduro fu trasferito negli Stati Uniti per rispondere delle accuse di narcoterrorismo e traffico di cocaina formulate dalla giustizia americana già nel 2020. Si è dichiarato non colpevole e il processo è stato fissato per giugno 2027. La legalità internazionale dell’operazione è stata duramente contestata alle Nazioni Unite.
Maduro non era un democratico, né uno statista preoccupato della sorte dei venezuelani. Il suo governo ha represso il dissenso, aggravato il collasso economico del Paese e contribuito alla fuga di milioni di persone.
Ma questo non risolve la questione. La rende semmai ancora più semplice.
Un dittatore non possiede un Paese. Proprio per questo, però, neppure chi lo rovescia può ereditarne i pozzi petroliferi.
Washington spiegò che l’operazione non era una guerra contro il Venezuela, ma contro le organizzazioni del narcotraffico. Maduro doveva essere catturato perché accusato di avere trasformato il proprio Paese in una piattaforma per la cocaina diretta verso gli Stati Uniti.
Poche ore dopo la sua cattura, Trump annunciò che le grandi compagnie petrolifere americane sarebbero entrate in Venezuela, avrebbero ricostruito gli impianti e avrebbero cominciato a guadagnare. Non fu una deduzione dei critici: furono le parole dello stesso presidente americano.
La guerra alla droga non era ancora cominciata e il petrolio aveva già trovato la propria destinazione.
Tredici miliardi senza un rendiconto
Da gennaio gli Stati Uniti controllano di fatto le esportazioni petrolifere venezuelane. Il greggio viene venduto attraverso autorizzazioni americane e i ricavi sono depositati in conti sottoposti al controllo del Tesoro statunitense.
Un ordine esecutivo firmato da Trump stabilisce che quelle somme restano formalmente proprietà sovrana del Venezuela, ma possono essere utilizzate soltanto secondo modalità autorizzate da Washington e per perseguire gli obiettivi di politica estera americana. È scritto nel documento della Casa Bianca.
Le cifre circolate in questi mesi richiedono attenzione. I 18,2 miliardi di dollari citati in alcune ricostruzioni non sono il valore del petrolio esportato dopo la cattura di Maduro: rappresentano l’intero ricavo delle esportazioni venezuelane del 2025, come comunicato dalla Banca centrale del Venezuela.
A luglio, invece, il Financial Times stimava che gli Stati Uniti avessero raccolto circa 13 miliardi di dollari dalle vendite successive alla rimozione di Maduro. Washington e Caracas hanno fornito versioni discordanti sulle somme effettivamente restituite o spese in Venezuela. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di avere trasferito integralmente i primi 500 milioni di dollari, ma non esiste ancora un rendiconto pubblico completo che permetta di ricostruire dove siano finiti tutti i ricavi.
Il punto non è soltanto chi abbia materialmente incassato il denaro. Il punto è chi decida come utilizzarlo.
E la risposta, al momento, non è il popolo venezuelano.
Sessantacinque miliardi di barili
Il passaggio definitivo è arrivato alla fine di agosto. Trump ha annunciato un accordo che garantirebbe agli Stati Uniti il controllo maggioritario su un progetto destinato a sfruttare giacimenti contenenti oltre 65 miliardi di barili di petrolio venezuelano.
Secondo il presidente americano, l’operazione più che raddoppierà le riserve petrolifere degli Stati Uniti e contribuirà ad abbassare il prezzo della benzina per gli americani. Non ha parlato principalmente di democrazia venezuelana, di elezioni o di ricostruzione delle istituzioni. Ha parlato di riserve americane e di prezzi americani.
Il governo provvisorio di Delcy Rodríguez sostiene che il Venezuela conserverà la sovranità sulle proprie risorse e che il nuovo accordo potrà attirare cento miliardi di dollari di investimenti e produrre 209 miliardi di entrate fiscali. Ma i dettagli giuridici e finanziari dell’intesa restano poco chiari, come rileva anche Reuters.
Può darsi che gli investimenti americani riescano a rianimare un’industria petrolifera distrutta da anni di corruzione, cattiva gestione, sanzioni e mancanza di manutenzione. Ma un possibile beneficio economico non cancella la domanda fondamentale: con quale libertà un governo insediatosi dopo un’operazione militare straniera può concedere a quella stessa potenza il controllo maggioritario delle risorse del Paese?
E soprattutto: che fine ha fatto il narcotraffico?
Maduro è in carcere, ma l’apparato chavista è rimasto in gran parte al proprio posto. Washington collabora con Delcy Rodríguez, che di Maduro era vicepresidente. Le elezioni immediate sono state accantonate, mentre gli accordi petroliferi hanno proceduto con una rapidità impressionante.
Se l’obiettivo era la democrazia, perché il petrolio è arrivato prima del voto? Se il problema era la droga, perché la soluzione passa dal controllo di 65 miliardi di barili? Se era un’operazione giudiziaria, perché si è trasformata in un accordo energetico destinato a favorire le compagnie e i consumatori americani?
La forza come unico diritto
La questione venezuelana non riguarda soltanto il Venezuela. Riguarda il principio che si sta affermando.
Se una potenza militare può entrare in un Paese, catturarne il presidente e assumere il controllo delle sue principali risorse, allora diventa difficile spiegare perché un’altra potenza non possa fare lo stesso con un proprio vicino.
L’Occidente ha costruito la propria risposta all’invasione russa dell’Ucraina sul rispetto della sovranità nazionale, dei confini e del diritto internazionale. Se Washington stabilisce che la forza può diventare un titolo di proprietà, consegna a Mosca e a Pechino il migliore argomento possibile per giustificare le loro future aggressioni.
Trump non ha inventato l’imperialismo americano. Quello non se n’era mai andato. Ha semplicemente eliminato la formula di cortesia.
La novità non è il petrolio. È la sincerità brutale con cui viene rivendicato.
Maduro sarà processato per narcotraffico nel 2027. Il petrolio, invece, ha già ricevuto la sua sentenza: controllato da Washington, venduto con l’autorizzazione di Washington e amministrato secondo gli interessi di Washington.
La guerra alla droga è rimasta nell’atto d’accusa. La democrazia, per il momento, può aspettare.
Il petrolio no.