Promesse solenni, emergenze selettive, indignazioni a orologeria. Il governo Meloni reagisce in fretta quando conviene, lentamente quando serve. Nel mezzo, un Paese che scivola, anche culturalmente, verso il basso
Breve agenda 2026 delle priorità della Presidente del Consiglio.
C’è un metodo, prima ancora che una linea politica. Si misura in minuti, in giorni, in settimane. E soprattutto nei silenzi.
Il caso Pucci e l’indignazione istantanea
Scoppia il “caso” Pucci. Un comico si auto-esclude dal Festival di Sanremo. La Presidente del Consiglio impiega 58 minuti per intervenire indignata, a social unificati, in sua difesa. Tempismo perfetto. Reazione immediata. Il messaggio arriva forte e chiaro.
Minneapolis e il silenzio che pesa
Negli Stati Uniti, durante un’operazione attribuita a ICE, muore a Minneapolis un infermiere trentasettenne, Alex Pretti. Le ricostruzioni giornalistiche parlano di un intervento violento e sproporzionato. A distanza di settimane, nessuna parola di condanna da parte di Giorgia Meloni. Nessuna. Quando l’alleato politico è Donald Trump, l’indignazione diventa facoltativa.
Torino, due pesi e due narrazioni
Due agenti feriti durante una manifestazione a Torino. La mattina dopo, visita alle Molinette, selfie, video, dichiarazioni solenni. «È tentato omicidio», tuona la Presidente.
Negli stessi minuti, nella stessa città, a poche decine di metri, il cittadino Claudio Francavilla, sessant’anni, viene manganellato, ridotto a una maschera di sangue, soccorso e poi lasciato per strada. Anche qui, nessuna parola. Nessuna solidarietà. Nessuna visita. Il dolore non è tutto uguale.
Le calamità naturali e il tempo lungo
Sicilia, Calabria e Sardegna colpite dal ciclone Harry. Danni stimati oltre i due miliardi. Niscemi letteralmente spaccata in due da una frana. La Presidente arriva otto giorni dopo, in elicottero. Il governo stanzia 100 milioni. Una cifra che dice molto più di mille comunicati.
Olimpiadi, ICE e la polemica comoda
Il Fatto Quotidiano rivela la presenza dell’ICE alle Olimpiadi. La notizia viene confermata. Dieci giorni dopo, Meloni liquida tutto come «polemica strumentale». Aggiunge che chi protesta «è nemico dell’Italia». Il lessico è sempre lo stesso: delegittimare, semplificare, dividere.
Le priorità spiegate bene
Eccole, le famose priorità. Le urgenze. Le tempistiche. Gli interessi. I tempi di reazione. Non servono interpretazioni sofisticate. Basta guardare l’orologio.
La cultura che scende
In questo schema, anche la qualità media del dibattito pubblico scivola verso il basso. Non per caso. Quando tutto diventa tifoseria, quando l’indignazione è selettiva e la complessità è un fastidio, il Paese si abitua al meno. Meno parole giuste. Meno responsabilità. Meno verità. E alla fine, meno democrazia. Questa non è l’agenda di una Presidente del Consiglio degli italiani. È l’agenda di una capopolo.
«La situazione è seria, ma non grave»
C’è un motivo strutturale se Giorgia Meloni può permettersi tutto questo. Il suo elettorato non distingue lo spread da una minaccia inventata, la pressione fiscale dalla base imponibile, una promessa realizzabile da una sloganata buona per un reel. Non lo distingue spesso neppure lei, come dimostrano le continue confusioni economiche infilate nei discorsi ufficiali. Molte promesse erano irrealizzabili in partenza, favole raccontate sapendo che nessuno avrebbe chiesto conto del finale. «Basta un click e avrete mille euro sul conto corrente» non era un programma, era un trucco da piazza digitale. Ma come lo spieghi a chi vive immerso nei social, nella televisione di Stato e in quella commerciale che ripetono all’infinito la musica del pifferaio magico? Meloni ha intercettato i bisogni di un elettorato fragile, esposto alle fandonie dei predicatori di partito, ai comici da proteggere politicamente per poter lavorare, a ministri della Cultura che uno studente al primo anno saprebbe smentire. Qualcuno lo disse con lucidità chirurgica: «La situazione è seria, ma non grave», parole di Ennio Flaiano. Qui il problema è che ormai è grave. E continuiamo a far finta di niente.