Piccola riflessione: mentre scrivevo questo articolo mi sono chiesto quanto sarebbe stato compreso: se avrebbe davvero aggiunto qualcosa alla discussione oppure se sarebbe stato risucchiato, come spesso accade, nella solita contrapposizione tra destra e sinistra, élite e popolo, istruiti e ignoranti. Poi mi sono ricordato di una cosa molto semplice: non spetta a me insegnare agli italiani chi debbano votare. Non ne avrei il diritto e, probabilmente, neppure la capacità. Posso però porre una domanda diversa, meno comoda e forse più utile: quanto ci informiamo prima di votare? Perché è proprio questa la domanda che la polemica sulle parole di Stefano Bonaccini ha accuratamente evitato.
Mentre scrivevo questo articolo mi sono chiesto: fino a che punto sarebbe stato compreso. Se avrebbe contribuito davvero alla discussione o se sarebbe finito, come spesso accade, dentro la solita contrapposizione: destra contro sinistra, élite contro popolo, istruiti contro ignoranti.
Poi mi sono detto una cosa molto semplice: non tocca a me istruire gli italiani su chi devono votare.
Non ne avrei né il diritto né, probabilmente, la capacità.
Posso però chiedere una cosa diversa: quanto ci informiamo prima di votare? E forse è proprio questa la domanda che la polemica sulle parole di Stefano Bonaccini ha accuratamente evitato. La cosa più interessante di tutta questa storia, infatti, non è quello che ha detto Bonaccini. È quello che è successo dopo.
La lingua batte dove il dente duole
Bonaccini ha sostenuto che il voto alla destra, in Italia e in altri Paesi occidentali, vede una presenza maggioritaria di persone con un livello di istruzione più basso, di chi vive nelle periferie, nelle aree interne e di chi sta peggio economicamente. Poi ha precisato che stava indicando soprattutto un problema della sinistra: il fatto che non riesca più a rappresentare adeguatamente quei ceti.
La risposta è arrivata immediatamente.
Giorgia Meloni ha rilanciato la frase accusando Bonaccini di considerare ignoranti e da compatire gli elettori della destra. La discussione è diventata una questione di rispetto, di classismo, di superiorità culturale. Bonaccini ha replicato che la frase era stata estrapolata da un ragionamento più ampio. (Il Fatto Quotidiano)
E qui c’è il paradosso.
La domanda era: cosa determina il voto?
La risposta è diventata: “Come ti permetti di giudicare chi vota?”
È uno spostamento formidabile. Perché quando una discussione sulla conoscenza viene trasformata in una discussione sull’offesa, non è più necessario rispondere alla domanda originale.
È sufficiente indignarsi.
La cosa che dà più fastidio è che i numeri esistono
Naturalmente dire che esiste una relazione tra livello di istruzione e orientamento politico non significa affermare che chi ha studiato poco sia stupido. Sarebbe una sciocchezza. Ma sarebbe altrettanto sciocco fingere che quella relazione non esista.
L’analisi post-elettorale di Ipsos sulle politiche del 2022 mostra che tra i laureati il PD sfiorava il 25%, mentre Fratelli d’Italia si fermava appena sotto il 20%. All’estremo opposto, il centrodestra risultava molto più forte tra gli elettori con un titolo di studio pari o inferiore alla licenza media. La stessa analisi rilevava inoltre che tra gli studenti il centrodestra complessivamente restava sotto il 20%, mentre tra gli operai Fratelli d’Italia superava un terzo dei consensi.
Il CISE, con un’analisi indipendente del voto 2022, arrivava a una conclusione analoga: l’elettorato di Fratelli d’Italia risultava significativamente più presente tra le persone meno istruite, mentre il nucleo dell’elettorato del partito si collocava soprattutto nella classe media. (cise.luiss.it)
Quindi no.
Non è vero che “chi vota a destra è ignorante”.
Ma è vero che il livello di istruzione è una delle variabili associate al comportamento elettorale.
Ed è proprio qui che la parola “studiare” dovrebbe essere sottratta all’equivoco.
Studiare non significa avere una laurea
Uno può avere tre lauree e votare sulla base di una vignetta. Può avere la terza media e conoscere perfettamente il programma economico del partito che vota.
Il titolo di studio non certifica l’intelligenza politica. “Studiare”, in questo contesto, dovrebbe significare una cosa molto meno nobile e molto più concreta:
informarsi prima di comprare.
Perché il voto è anche questo. Un acquisto. Non nel senso che la democrazia sia un supermercato, ma nel senso che ogni proposta politica ha un costo, qualcuno la finanzia e qualcuno ne riceve i benefici.
E se compro qualcosa senza guardare il prezzo, non sono necessariamente stupido. Ma sono certamente poco informato.
Il problema nasce quando il prezzo non lo guarda nessuno
Prendiamo l’Italia reale.
Nel 2024 oltre 5,7 milioni di persone vivevano in condizioni di povertà assoluta: il 9,8% della popolazione. Erano oltre 2,2 milioni le famiglie coinvolte. (Istat)
Nel frattempo, all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora del 7,5% inferiori rispetto all’inizio del 2021, secondo l’OCSE. Era il calo più significativo tra le principali economie dell’organizzazione. (OECD) Questi sono numeri che dovrebbero avere un peso enorme in qualsiasi discussione elettorale. E invece molto spesso la politica riesce a portarci altrove. Immigrazione. Sicurezza. Rave. Gender. Famiglia. Confini. Cultura. Identità. Nemici. Tutto legittimo, discutibile. Tutto democraticamente votabile. Ma intanto il conto continua ad arrivare.
Il punto non è votare per il proprio interesse
Qui c’è una distinzione che la polemica politica tende a cancellare.
Non è affatto obbligatorio votare per il proprio interesse economico.
Una persona povera può votare contro una politica redistributiva perché considera più importante la sicurezza. Può votare contro un aumento della spesa sociale perché considera più importante ridurre il debito, può considerare l’immigrazione il problema principale del Paese. Può ritenere la famiglia, l’identità nazionale o la sicurezza più importanti del proprio reddito. È libera di farlo. E sarebbe persino offensivo sostenere il contrario.
Il problema è un altro.
Se fai questa scelta, devi sapere che stai facendo una scelta.
Devi conoscere il compromesso, devi sapere cosa guadagni e cosa perdi. Devi sapere che ogni politica pubblica favorisce qualcuno, penalizza qualcun altro, sposta risorse, crea incentivi o disincentivi. Altrimenti non stai scegliendo. Stai reagendo.
Immaginiamo due elettori
Il primo possiede tre appartamenti. Ha un reddito elevato. Ha un’azienda. Possiede un SUV da oltre 250 cavalli. Se vota un partito che propone di ridurre la pressione fiscale, alleggerire alcuni vincoli sulle imprese e abolire il superbollo, non c’è nulla di particolarmente misterioso. Ha fatto i conti. Quella politica può convenirgli. Non serve nemmeno che gli piaccia il leader. Può semplicemente considerare conveniente il pacchetto. È un voto razionale.
Il secondo elettore guida invece un Pandino di quindici anni. Vive in affitto. Guadagna 1.500 euro al mese. Non possiede immobili. Non ha un’azienda. Non ha capitali da proteggere. E magari vota lo stesso partito. Anche lui è liberissimo di farlo. Ma qui la domanda diventa interessante.
Ha studiato le conseguenze della propria scelta?
Non gli si chiede di votare diversamente. Gli si chiede di sapere perché vota.
Prendiamo il superbollo
Il superbollo è perfetto proprio perché è una questione piccola. Non risolve il problema della povertà. Non spiega il comportamento elettorale di milioni di italiani. Non è la prova che una maggioranza politica sia “contro i poveri”. Ma racconta molto bene come funziona una priorità politica.
Nel 2023 Lega e Fratelli d’Italia spinsero esplicitamente per l’abolizione dell’addizionale sulle auto oltre i 185 kW, circa 251 cavalli. La richiesta arrivò anche attraverso emendamenti distinti durante l’esame della delega fiscale. Il ministero dell’Economia frenò sulla formulazione esplicita, ma il tema era apertamente sul tavolo politico. (la Repubblica)
Si può essere favorevoli all’abolizione. Si può sostenere che il superbollo sia una tassa inefficiente. Si può sostenere che abbia distorto il mercato dell’auto.
Perfetto.
Ma la domanda resta: perché questa è una battaglia politica che deve interessarmi?
Se possiedo una Porsche, la risposta è abbastanza semplice. Se guido un Pandino, un po’ meno. E non c’è nulla di male nel decidere comunque che quella battaglia sia importante. Ma almeno bisogna sapere che lo si sta decidendo.
Perché la politica preferisce il nemico al bilancio familiare
Il problema è che spiegare un salario reale significa parlare di inflazione, produttività, contratti collettivi, fiscalità, costo dell’energia, competitività. Richiede numeri. Richiede tempo. Richiede attenzione. Spiegare che “il problema sono gli immigrati” richiede invece una frase. Spiegare perché una lista d’attesa sanitaria si allunga è complicato. Mostrare un’aggressione ripresa da un telefono è semplicissimo. Spiegare perché l’Italia abbia salari stagnanti da decenni è una lezione di economia. Dire “nessuno pensa più agli italiani” è uno slogan. E lo slogan vince quasi sempre. Non perché gli italiani siano stupidi.
Perché la rabbia è molto più economica della conoscenza.
E qui entra in gioco chi ha studiato davvero
Questa è forse la parte più cinica della faccenda. Mentre discutiamo se l’elettore di destra abbia studiato abbastanza, qualcuno studia eccome. Studia i sondaggi. Studia i comportamenti. Studia i dati. Studia le paure. Studia quali parole funzionano. Studia quali immagini generano indignazione. Studia quali argomenti dividono. Studia quali categorie sociali possono essere spostate da un partito all’altro. Studia perfino quanto deve durare un video prima che l’utente smetta di guardarlo. La politica contemporanea non ha bisogno di convincerti che una determinata misura economica sia conveniente per te.
Può essere sufficiente convincerti che il tuo problema sia qualcun altro.
Il migrante. Il percettore di un sussidio. Il dipendente pubblico. Il giovane che non vuole lavorare. Il vicino di casa. La sinistra. La destra. L’élite. Il professorone. Il radical chic. Qualcuno. Purché il conflitto non arrivi mai alla domanda più scomoda: chi decide dove finiscono i soldi?
La vera vittoria è spostare il conflitto
È qui che la politica identitaria diventa potentissima. Se sei povero e ti convinco che il tuo problema sia un altro povero, ho risolto un problema enorme. Non devo più spiegarti perché guadagni poco. Non devo spiegarti perché il tuo affitto costa troppo. Non devo spiegarti perché la tua pensione cresce poco. Non devo spiegarti perché aspetti mesi per una visita. Devo soltanto darti qualcuno contro cui arrabbiarti. E magari quel qualcuno guadagna ancora meno di te. È una delle operazioni politiche più efficienti che esistano: trasformare una questione economica in una questione identitaria. Perché una volta che il tuo voto diventa un’affermazione di identità, non importa più molto se quella politica produce o meno il risultato che speravi. Criticarla significa criticare te. E allora difenderai il partito anche quando il partito non difende più necessariamente il tuo interesse.
E quindi Bonaccini aveva torto?
Forse sì, nella forma. Dire “chi vota a destra ha studiato poco” è una frase brutale. Ma forse proprio la brutalità della frase ha consentito di evitare la domanda interessante. Perché i dati ci dicono che istruzione, classe sociale, territorio e condizione economica hanno rapporti con il comportamento elettorale. E ci dicono anche qualcosa di più: nel 2022 il voto operaio era fortemente orientato verso Fratelli d’Italia, mentre tra gli studenti il quadro era quasi opposto. Non significa che gli operai siano ignoranti.
Significa che il voto non segue necessariamente l’istruzione nello stesso modo in cui segue gli interessi materiali.
Ed è proprio questo che dovrebbe interessarci.
Perché un uomo può votare contro il proprio interesse
È perfettamente possibile. Anzi, è normale. Nessuno vota soltanto con il portafoglio. Votiamo anche con la paura. Con la memoria. Con la rabbia. Con la famiglia. Con il territorio. Con la propria idea di ordine. Con la propria identità. Con quello che riteniamo giusto. Il problema nasce quando qualcuno riesce a convincerci che queste cose siano in conflitto con i nostri interessi materiali senza mai mostrarci davvero il conto. A quel punto non siamo più davanti a una scelta consapevole. Siamo davanti a una scelta costruita.
Allora la domanda è un’altra
Non: “Quanto hai studiato?”
Ma: “Quanto hai studiato quello che stai votando?”
Hai letto il programma? Hai controllato le promesse? Hai guardato i numeri? Hai confrontato quello che è stato detto con quello che è stato fatto? Hai provato a capire chi beneficia di una misura? Hai provato a capire chi la paga? Hai guardato la tua busta paga? Il costo della tua casa? La tua pensione? Le liste d’attesa? Il tuo contratto? Le prospettive dei tuoi figli? Poi vota chi vuoi. Davvero.
Puoi votare Meloni.
Puoi votare Salvini.
Puoi votare Vannacci.
Puoi votare Schlein.
Puoi votare Conte.
Puoi non votare nessuno.
Non è questo il problema.
Il problema è sapere perché.
Perché una democrazia non ha bisogno di elettori che votino tutti allo stesso modo. Ha bisogno di elettori che sappiano almeno distinguere tra una scelta e una reazione. E forse è proprio questo che la polemica su Bonaccini ci ha impedito di discutere.
Non se gli italiani siano più o meno istruiti. Ma se siano sufficientemente informati su ciò che stanno scegliendo.
Perché alla fine non è importante sapere chi guida il SUV e chi guida il Pandino.
La vera domanda è un’altra: chi dei due ha guardato il conto?