La sentenza prima del processo
È bastato un titolo. Un poliziotto spara. Un pregiudicato cade a terra, colpito alla fronte. Milano, periferia, droga. Il copione perfetto per una certa narrazione.
Ancora prima che la Procura chiarisse dinamica e contesto, mezzo governo aveva già deciso: legittima difesa. Anzi, eroismo. Dichiarazioni pubbliche, post social, solidarietà istituzionale. Il poliziotto come simbolo dello Stato che reagisce. Il pusher come incarnazione del degrado. Fine della storia.
Solo che la storia, di solito, non finisce dove comincia la propaganda.
I fatti che complicano la narrazione
Con il passare delle ore emergono dettagli meno lineari. Il poliziotto conosceva bene la vittima. Non un incontro casuale. Non un controllo finito male. Tra i due c’erano precedenti rapporti.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’agente avrebbe avuto contatti frequenti con lo spacciatore. Si parla di denaro. Di pressioni. Di possibili richieste indebite. L’ipotesi è grave: taglieggiamento.
Se confermata, la scena cambia radicalmente. Non più lo scontro tra Stato e criminalità. Ma un rapporto opaco, degenerato in violenza. E a quel punto l’eroe diventa imputato.
Il cortocircuito politico
Qui sta il punto. Non è in discussione il principio della presunzione di innocenza. Vale per il pusher, vale per il poliziotto. Vale sempre.
Il problema è un altro: l’uso politico immediato di una vicenda giudiziaria ancora tutta da chiarire. La fretta di trasformare un fatto di cronaca in un manifesto ideologico. La tentazione di dividere il mondo in buoni e cattivi prima che parlino le carte.
Quando emergono elementi contrari alla narrazione iniziale, la figuraccia è inevitabile. Perché chi ha gridato all’eroe deve ora spiegare perché non ha atteso. E perché ha trasformato un’indagine in uno slogan.
Il referendum come scorciatoia narrativa
Qualcuno ha già provato ad accostare i fatti di Rogoredo al prossimo referendum sulla separazione delle carriere. Ancora una volta si tenta di piegare la realtà a una tesi precostituita. Come se la modifica dell’assetto ordinamentale dei magistrati potesse riscrivere i fatti di una sparatoria.
È un salto logico che non regge. La separazione delle carriere non cambia il codice penale. Non modifica le regole sulla legittima difesa. Non interviene sui presupposti delle misure cautelari. Non cancella eventuali responsabilità individuali.
Eppure si insinua l’idea che votare sì significhi “sistemare tutto”. Che basti una riforma per sterilizzare le storture, prevenire abusi, azzerare conflitti. A questo punto vale tutto: domani si potrà dire che votare sì servirà anche ad abbattere il debito pubblico.
La complessità si riduce a slogan. La giustizia diventa un interruttore. On o off. Ma uno Stato di diritto non funziona così.
Sicurezza e responsabilità
Il tema della sicurezza è serio. Milano conosce bene il problema dello spaccio e della microcriminalità. Ma proprio per questo richiede equilibrio, rigore, rispetto delle regole.
Se un agente dello Stato sbaglia, non si difende lo Stato coprendo l’errore. Lo si difende accertando la verità. Fino in fondo.
La retorica giustizialista funziona finché la realtà resta semplice. Ma la realtà raramente è semplice. E quando la verità arriva dopo, chiede conto a chi ha parlato prima.