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20 Febbraio 2026
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Mattarella al CSM, quando il silenzio delle istituzioni diventa un segnale

La presenza del Presidente della Repubblica al plenum del CSM rompe la routine istituzionale e svela la profondità dello scontro tra politica e magistratura. Non è solo una questione di riforme, ma di equilibrio tra i poteri dello Stato.


Erano da poco passate le dodici del giorno dell’Epifania del 1980. Io ero poco più di un ragazzo e facevo l’apprendista tuttofare nella redazione della gloriosa Telecor di Catania. Il direttore, Crisostomo Lo Presti, era a Palermo per le festività. Poi arrivò la notizia. Secca, brutale, definitiva. La redazione si mise in moto come un corpo solo. Anche io, nel mio piccolo, ricevetti un compito: trovare in archivio alcune foto di repertorio di Piersanti Mattarella.

Non sapevo ancora che stavo toccando, quasi per caso, un frammento di storia destinato a restare. Da quel momento, la traiettoria della vita del fratello minore, Sergio Mattarella, stimato professore di diritto parlamentare e giurista rigoroso, cambiò direzione. Non per ambizione. Per necessità. È da lì che bisogna partire. Da una ferita. Per capire quello che è accaduto ieri al Consiglio Superiore della Magistratura.

Un gesto che rompe la normalità

L’ho visto in diretta. E, parola per parola, ne ho colto il peso. Non era una presenza rituale. Non era una formalità istituzionale. Era un gesto. Raro. E proprio per questo grave. Politicamente grave. Lo ha colto bene Corrado Formigli, in apertura di Piazzapulita: la presenza del Presidente della Repubblica a presiedere una seduta ordinaria del CSM – organo che pure formalmente gli appartiene – non è un fatto neutro. È un segnale. E quando il Quirinale manda segnali, significa che qualcosa si è rotto. O sta per rompersi. Mattarella non alza mai la voce. Non ne ha bisogno. Ma questa volta non gira intorno alle parole. Parla di istituzioni. Difende un equilibrio. E, senza mai nominarlo esplicitamente, risponde a un attacco politico che ha superato il limite.

Quando le parole diventano delegittimazione

Perché quando il Ministro della Giustizia definisce il CSM un «meccanismo paramafioso», un «verminaio correntizio», un «mercato delle vacche», non siamo più nel campo della critica, pur legittima, al funzionamento della magistratura. Siamo dentro una delegittimazione. E le parole, in questo caso, non sono solo parole. Bisognerebbe fermarsi un momento. E fare nomi. Emilio Alessandrini. Guido Galli. Francesco Cocco. Bruno Caccia. Rocco Chinnici. Rosario Livatino. Giovanni Falcone. Paolo Borsellino. Magistrati uccisi. Dalle Brigate Rosse, da Prima Linea, dalla ‘Ndrangheta, da Cosa Nostra. Uomini dello Stato. Non perfetti, certo. Ma fedeli a un principio: applicare la legge secondo scienza e coscienza. E allora sì, forse bisognerebbe chiedersi cosa significa evocare la parola «mafioso» riferendosi all’organo di autogoverno di quella stessa magistratura. E cosa può significare, soprattutto, per chi quel termine lo porta inciso nella propria storia personale.

Il nodo vero: l’equilibrio dei poteri

Mattarella lo sa. Non per sentito dire. Per esperienza diretta. Per memoria familiare. E questo cambia tutto. Il punto, però, non è difendere la magistratura come corporazione. Il punto è un altro. È l’equilibrio dei poteri. Quel meccanismo fragile e sofisticato che i padri costituenti hanno costruito per evitare che uno dei tre poteri dello Stato – legislativo, esecutivo, giudiziario – possa prevalere sugli altri. Oggi quell’equilibrio è sotto pressione. La riforma della separazione delle carriere viene raccontata come una soluzione tecnica. Ma non lo è. È una scelta politica. E, come tutte le scelte politiche, ha conseguenze. Si propone di dividere, ridisegnare, introdurre il sorteggio per i membri togati del CSM. Un sorteggio puro, si dice. Ma solo per alcuni. Per altri, la selezione resta politica. Un paradosso che si reggerebbe a fatica anche in un’assemblea condominiale.

Il giudice non è un funzionario

Il presupposto è chiaro: liberare i giudici dalle correnti per avere sentenze più imparziali. Ma è davvero così semplice? Franco Coppi, certo non sospettabile di simpatie ideologiche a sinistra, lo ha detto con chiarezza: la questione non è l’assetto delle carriere. È l’onestà intellettuale del singolo magistrato. È lì che si gioca tutto. Non nelle architetture istituzionali disegnate a tavolino. Perché un giudice non è un algoritmo. Non è un ingranaggio. È un interprete della legge. Con una responsabilità enorme. E con un vincolo che non è politico, ma etico e giuridico. Eppure, nel racconto che viene proposto, il giudice diventa una caricatura. Un militante. Un soggetto ideologizzato. Un ostacolo. Da correggere. Da ricondurre a funzione. A esecutore.

Da potere a funzione: la vera partita

È qui che si intravede il vero nodo. Non si tratta di migliorare il sistema. Si tratta di ridefinire il ruolo. Trasformare un potere in una funzione. E una funzione, per definizione, obbedisce. Non è un caso che nel lessico politico di una certa parte non si parli mai di «potere giudiziario». Troppo ingombrante. Troppo autonomo. Meglio parlare di funzione. Più gestibile. Più compatibile. E allora torna la domanda. Quella vera. Cosa sta accadendo davvero? La presenza di Mattarella al CSM, dopo undici anni, è una risposta. Non gridata. Non plateale. Ma inequivocabile. È il segnale di un confine che si sta avvicinando troppo. Di un equilibrio che rischia di spezzarsi.

E allora sì, quella scena del 1980 torna. Un archivio, delle fotografie, un nome che diventa simbolo. E un fratello che, anni dopo, si trova a presidiare lo stesso Stato che allora fu colpito al cuore. La storia, a volte, non passa. Resta lì. Silenziosa. E osserva. Aspetta solo di capire se abbiamo ancora la memoria per riconoscerla. O se abbiamo già iniziato a dimenticare.

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