Una storia che torna dal passato
In queste ore l’Iran è di nuovo al centro delle cronache internazionali. Missili, sanzioni, minacce incrociate, analisi strategiche. È il copione che conosciamo: il regime, il nucleare, l’asse con Mosca, l’ombra di Israele e degli Stati Uniti. Tutto vero. Tutto parziale.
Vent’anni fa, nel 2007, entrai in quel Paese con un’altra chiave di lettura. Avevo letto una notizia breve, di quelle che scivolano in fondo alla pagina e che quasi nessuno raccoglie. A Teheran una stilista cercava di regalare qualche scampolo di normalità alle donne iraniane, costrette sotto veli neri che non erano solo stoffa, ma architettura del controllo. Non era una rivoluzione né una protesta.
Si trattava di un gesto minimo: colore, tessuti, un taglio diverso.
Eppure, in un Paese dove anche il centimetro di pelle diventa materia politica, quel gesto assumeva il peso di una dichiarazione. La notizia era ghiotta. Non per l’esotismo. Per la crepa. Permetteva di guardare l’Iran non attraverso i comunicati ufficiali, né attraverso la caricatura occidentale del regime, ma dal lato umano, domestico. Un Paese che occupava le prime pagine per la repressione e il nucleare, ma che nella sua struttura demografica raccontava altro: un popolo coltissimo, giovanissimo, con università piene e librerie affollate. La rivoluzione del 1979 aveva promesso libertà ed equità sociale, spazzando via la monarchia di Mohammad Reza Pahlavi. Poi qualcosa andò storto. La religione divenne architettura del potere. A quel punto l’Islam politico prese il posto delle costituzioni, non solo in Iran ma come modello per un’intera area. La Repubblica islamica si fece sistema, dottrina, esportazione ideologica. Il mio viaggio a Teheran comincia da qui. Con una stilista, un laboratorio nascosto, una porta che si chiude alle spalle e un velo che, all’interno, smette di essere obbligo e torna a essere scelta.



La crepa nel racconto ufficiale
Avevo letto una notizia breve, di quelle che scivolano in fondo alla pagina e che quasi nessuno raccoglie. A Teheran una stilista cercava di regalare qualche scampolo di normalità alle donne iraniane, costrette sotto veli neri che non erano solo stoffa, ma architettura del controllo. Non era una rivoluzione. Non era una protesta. Era un gesto minimo: colore, tessuti, un taglio diverso. Eppure, in un Paese dove anche il centimetro di pelle diventa materia politica, quel gesto assumeva il peso di una dichiarazione.
La notizia era ghiotta. Non per l’esotismo. Per la crepa. Permetteva di guardare l’Iran non attraverso i comunicati ufficiali, né attraverso la caricatura occidentale del regime, ma dal lato umano, domestico. Un Paese che occupava le prime pagine per la repressione e il nucleare, ma che nella sua struttura demografica raccontava altro: un popolo coltissimo, giovanissimo, con università piene e librerie affollate. La rivoluzione del 1979 aveva promesso libertà ed equità sociale, spazzando via la monarchia di Mohammad Reza Pahlavi. Poi qualcosa andò storto. La religione divenne architettura del potere. L’Islam politico prese il posto delle costituzioni e la Repubblica islamica si fece sistema. Il mio viaggio a Teheran comincia da qui. Con una stilista, un laboratorio nascosto, una porta che si chiude alle spalle e un velo che, all’interno, smette di essere obbligo e torna a essere scelta.



Oltre la “cortina del bene occidentale”
L’ansia di recarsi in un luogo raccontato per anni come teatro di repressioni feroci era palpabile. Andare oltre quella che mi piace chiamare la “cortina del bene occidentale” produceva un miscuglio di adrenalina e curiosità. Era già accaduto in Corea del Nord. Si parte sempre con preconcetti, immagini già viste, notizie già masticate. E puntualmente meno della metà di ciò che trovi corrisponde a quello che ti avevano raccontato. Teheran e la sua gente non impiegarono molto a conquistarmi. L’idea di un Paese cupo si sgretolava. Al suo posto emergeva un popolo aperto, gentile, accogliente. La cultura millenaria si percepiva nell’aria, anche se non sempre nell’architettura disordinata della città. Bastava entrare in una galleria d’arte o in una biblioteca per capire che sotto la superficie del controllo continuava a scorrere un fiume antico.
Shadi Parand e la Repubblica di Nord Teheran
Il soggetto del mio reportage era Shadi Parand. Energia travolgente, sorriso che apriva porte, coraggio silenzioso. Non era solo una stilista. Era una chiave. Il mio passpartout per entrare nei retrobottega della vita iraniana. Attraverso lei mi fu concesso l’accesso a un mondo seminascosto agli occhi dei guardiani della moralità. In quel gioco sottile di “io so che tu sai” la vita della cosiddetta Repubblica di Nord Teheran scorreva in modo inatteso. Feste, ricevimenti, ostriche arrivate con il plico diplomatico, champagne che scorreva. Le donne, liberate dai chador, rivelavano un’eleganza raffinata. Le lingue parlate erano inglese e francese. Per un momento avrei potuto trovarmi in un salotto europeo. Poi bastava uno sguardo alla porta per ricordare dove mi trovavo.
Molti avevano nel curriculum una notte in camera di sicurezza con la polizia morale. Un rito quasi iniziatico. Arrivava la polizia, sequestrava, portava via per qualche ora. All’uscita si programmava la festa successiva. Il potere mostrava i muscoli. La società rispondeva con normalità ostinata.
Sotto il velo
Teheran mi appariva grigia, con il cielo plumbeo e i chador neri a punteggiare le strade. Era l’immagine più immediata. Ma sotto quella sovrastruttura intuivo un popolo che aveva trovato la propria chiave di sopravvivenza.
Nell’atelier di Shadi riaffiorava la Persia degli antichi bassorilievi. Sguardi profondi, profili scolpiti, una bellezza che nessuna rivoluzione aveva cancellato. Attraverso l’obiettivo capivo che lo chador non era il cuore dell’immagine. Era la copertura. Non l’identità, ma la sua sovrastruttura.



Isfahan e il tempo lento
Nei giorni successivi l’Iran continuò a sorprendermi. Isfahan, la loro Firenze, con le cupole turchesi e le geometrie perfette. Un turismo colto, lontano dal mordi e fuggi. C’era il tempo di attraversare i luoghi.
Nei caffè si fumava narghilè e si conversava per ore. Un apparente ozio che era esercizio di socialità e resistenza culturale. Raccontare quell’Iran, fatto di bellezza e intelligenza diffusa, sembrava quasi un azzardo, come se distinguere tra popolo e regime fosse un atto di ingenuità.
E invece era lì che si giocava la verità del mio viaggio.
La lezione per oggi
Oggi, alla luce delle tensioni di queste ore, quel viaggio assume un valore diverso. Americani e israeliani dovranno mettere in conto una variabile spesso sottovalutata: qui non si tratta solo di colpire un apparato militare. C’è una società orgogliosa, stratificata, abituata alla pressione esterna.
Il cosiddetto modello venezuelano, basato su sanzioni e isolamento, potrebbe produrre l’effetto opposto. In Iran l’identità nazionale precede la Repubblica islamica. Colpire il Paese rischia di rafforzare proprio quel potere che si vorrebbe indebolire.
È una lezione che avevo intuito già allora, tra un atelier nascosto e un salotto di Nord Teheran: la società iraniana non coincide con il regime. Ma quando si sente accerchiata sa compattarsi.
Ed è questo che, oggi più che mai, dovrebbe far riflettere.