Quando un paese rallenta
Le grandi Chevrolet degli anni ’50 che per decenni hanno attraversato le strade dell’Avana oggi restano ferme ai bordi dei marciapiedi. Non perché i motori siano rotti. Perché manca la benzina.
La prima cosa che si ferma in un paese è il movimento. Le persone continuano a parlare, a incontrarsi, a guardare il mare. Ma quando manca il carburante tutto il resto rallenta. Cuba oggi è esattamente questo: un paese che si muove sempre più lentamente.
La crisi energetica che attraversa l’isola negli ultimi anni ha cambiato il ritmo della vita quotidiana. Il petrolio venezuelano che per decenni ha sostenuto il sistema energetico cubano non arriva più con la stessa regolarità. Le centrali elettriche funzionano a intermittenza, i blackout sono diventati una presenza costante e il carburante è sempre più difficile da trovare.
A farne le spese sono soprattutto i trasporti. Le lunghe file davanti alle pompe di benzina sono diventate parte del paesaggio urbano. E uno dei simboli più famosi dell’isola – le grandi automobili americane degli anni cinquanta – resta sempre più spesso parcheggiato ai bordi delle strade.
Il paese delle Chevrolet ferme

Per decenni quelle Chevrolet, Buick e Pontiac hanno raccontato l’ingegno dei meccanici cubani, capaci di farle sopravvivere ben oltre la loro epoca. Motori adattati, pezzi ricostruiti, soluzioni improvvisate. Oggi però molte di quelle vetture non si muovono più per un motivo molto più semplice: manca la benzina.
Così le carrozzerie lucide che hanno attraversato l’Avana per mezzo secolo diventano lentamente monumenti immobili.
I luoghi dove la vita continua

Ma la vita sociale non si ferma.
In un bar dell’Avana, tra bottiglie allineate e tavoli affollati, la conversazione continua come sempre. I bar sono da sempre il cuore della vita pubblica cubana. Qui si discute di politica, di economia, delle difficoltà quotidiane. Si commentano le notizie e si misura l’umore del paese.
Fuori da quei bar, però, la crisi è evidente.
Sul Malecón un pescatore osserva il mare mentre il sole scende sull’Atlantico. Il lungo muro che separa la città dall’oceano è il luogo dove l’Avana si incontra ogni sera. Qui si viene a parlare, a pescare, a guardare l’orizzonte. Per molti cubani quell’orizzonte rappresenta anche la possibilità di partire.
Negli ultimi anni il numero di persone che hanno lasciato l’isola è tornato a crescere.
Il turismo che reggeva l’economia

La crisi economica ha eroso uno dei pochi settori che negli ultimi decenni aveva portato valuta straniera: il turismo. Le spiagge, gli alberghi e le città coloniali che per anni hanno attirato visitatori da tutto il mondo oggi vivono una stagione incerta.
Un musicista continua a suonare sulla sabbia davanti a un gruppo di turisti. La scena sembra quella di sempre. Ma dietro quell’immagine si nasconde un settore che fatica a ritrovare il ritmo di qualche anno fa.
Una generazione che osserva

In mezzo a tutto questo si muove una generazione che osserva il proprio paese cambiare lentamente.
Un gruppo di ragazzi resta seduto accanto a una vecchia automobile. Parlano poco, guardano altrove, aspettano che qualcosa succeda. È una scena semplice ma eloquente. Perché racconta la sensazione diffusa di vivere dentro un sistema che fatica a trovare una nuova direzione.
Cuba è sempre stata un paese capace di adattarsi. Ha attraversato decenni di embargo, la fine dell’Unione Sovietica, crisi economiche profonde. Ha imparato a sopravvivere reinventando il proprio quotidiano.
Un paese tra due secoli

E forse nessuna immagine racconta meglio questo paradosso di quella che si vede in una strada dell’Avana: una donna parla al telefono cellulare mentre accanto a lei passano un vecchio autobus e un carro trainato da un cavallo.
Tecnologia del presente e trasporti di un altro secolo convivono nello stesso spazio. A Cuba il futuro e l’Ottocento passano nella stessa strada.
È il ritratto perfetto di un’isola che vive sospesa tra due tempi.
Sessant’anni fa la rivoluzione prometteva un futuro nuovo. Oggi Cuba sembra trovarsi di nuovo davanti a una scelta: riformarsi profondamente o continuare a sopravvivere grazie alla straordinaria capacità dei suoi cittadini di adattarsi.
Le fotografie non danno risposte.
Mostrano soltanto ciò che accade quando un paese rallenta.
Le auto si fermano. I cavalli tornano nelle strade. I giovani aspettano.
E il tempo, sull’isola, sembra accumularsi invece di passare.