Oggi: 10 Giugno 2026
29 Maggio 2026
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Il ballo delle poltrone: Sechi, Sallusti e la stampa libera a spese nostre

Mario Sechi lascia Libero accusando i metodi di Angelucci. Al suo posto torna Alessandro Sallusti. Ma la vera notizia non è il cambio di direzione. È lo stupore di chi scopre l’editore dopo averne accettato la casa, le regole e il salotto.

Grave ma non seria

C’è qualcosa di irresistibilmente comico, se non fosse anche molto serio, nella vicenda di Mario Sechi licenziato da Libero. Non tanto il licenziamento in sé, che nell’editoria italiana appartiene ormai alla normale fisiologia dei rapporti tra editori, direttori e convenienze del momento. Quanto lo stupore. Lo sdegno. La sorpresa quasi infantile davanti ai metodi dell’editore.

Sechi ha scritto su X: «Angelucci mi ha licenziato»

Il diretto trombato ha poi aggiunto che ciò sarebbe avvenuto mentre era sotto scorta per minacce ricevute dall’area anarco-insurrezionalista. La ricostruzione è sua. Fonti vicine alla proprietà, secondo Open, contestano invece quel nesso e parlano di una decisione editoriale maturata da tempo, anche per risultati ritenuti insoddisfacenti nelle vendite. Nel frattempo Alessandro Sallusti torna alla direzione di Libero. Il Foglio ha scritto che ha firmato ed è il nuovo direttore del quotidiano.

Fin qui la cronaca. Poi comincia la commedia

La domanda sorge spontanea: ma Mario Sechi non conosceva l’editore per cui lavorava? Non conosceva la casa? Non conosceva il mobilificio? Non sapeva che in certi giornali la direzione non è una missione spirituale, ma una postazione, una casella, una sedia da spostare quando cambia la corrente? Perché qui non siamo davanti a una piccola cooperativa di provincia, né a una redazione romantica che stampa il giornale con la linotype e il cuore. Siamo davanti all’universo Angelucci, editore di Libero, Il Giornale e Il Tempo. Un sistema editoriale, politico, economico. Una galassia. Entrarci e poi stupirsi del clima interno è un po’ come entrare in una fabbrica di fuochi d’artificio e lamentarsi perché c’è odore di zolfo.

Ci sono scene della stampa italiana che non andrebbero raccontate nelle pagine di politica, ma nella rubrica degli oggetti smarriti. Smarrita la memoria. Smarrito il pudore. Smarrita soprattutto quella curiosa illusione secondo cui un giornale di proprietà di un editore molto ingombrante, molto politico, molto presente – non in Parlamento, lì non c’è mai andato – possa all’improvviso comportarsi come un seminario norvegese sulla libertà di stampa. Il punto, dunque, non è solo il licenziamento. I direttori cambiano. Gli editori decidono. I giornali perdono copie. Le linee editoriali si aggiustano. Succede. Il punto è lo stupore. Davvero ci si siede alla direzione di Libero pensando di essere stati chiamati a presiedere l’Accademia dei Lincei?

Il modello della stampa italiana, ma con i soldi degli italiani.

La vicenda sarebbe quasi tenera, se non fosse così rivelatrice. Perché racconta un pezzo della stampa italiana: giornali che si presentano come fortezze dell’indipendenza e somigliano sempre più a dependance del potere. O meglio: a salotti con le ruote. Oggi qui, domani là. Sechi arriva a Libero dopo essere stato portavoce del governo Meloni; Sallusti era passato da Libero al Giornale; ora torna a Libero. Intorno, la stessa proprietà, la stessa area politica, lo stesso mondo. Più che editoria, sembra il gioco delle tre carte. Solo che le carte sono sempre le stesse.

Pronti a scagliare la prima pietra

E qui arriva la parte più comica, dunque più seria. Questi giornali, spesso ferocissimi contro lo Stato, contro l’assistenzialismo, contro i sussidi, contro chiunque venga sospettato di vivere alle spalle della collettività, fanno parte di un sistema che con i contributi pubblici all’editoria ha avuto rapporti tutt’altro che marginali. Secondo Il Post e Fanpage, Libero compare tra i quotidiani beneficiari dei contributi pubblici diretti relativi alla prima rata 2024, con circa 2,7 milioni di euro. Tutto previsto dalla legge, quando lo è. Tutto regolare, quando lo è. Ma politicamente resta una domanda semplice: perché un giornale che predica il mercato agli altri deve essere tenuto in vita dal denaro pubblico?

Pluralismo, una parola per tutte le stagioni

La risposta ufficiale è sempre la stessa: pluralismo. Parola nobile, bellissima, quasi sacra. Solo che a forza di usarla come coperta, ci si nasconde sotto di tutto. Il pluralismo è essenziale in una democrazia. Ma non può diventare il nome elegante del mantenimento pubblico di imprese editoriali private, legate a interessi economici e politici precisi. Un conto è sostenere l’informazione locale, cooperativa, fragile, realmente indipendente. Un altro conto è finanziare con soldi pubblici giornali che appartengono a gruppi solidi, potenti, inseriti nel cuore del sistema. Altrimenti non si chiama pluralismo. Si chiama welfare per editori.

E la memoria, anche qui, aiuterebbe. Nel 2017 la Federazione nazionale della stampa riportò la condanna di Antonio Angelucci a un anno e quattro mesi per falso e tentata truffa in un processo legato ai contributi pubblici percepiti tra il 2006 e il 2007 per Libero e Il Riformista. Una vicenda giudiziaria del passato, certo. Ma abbastanza significativa per ricordarci che quando si parla di editoria, contributi, proprietà e potere, forse bisognerebbe abbassare il volume delle prediche morali e alzare quello delle verifiche.

Per questo il caso Sechi non è solo una storia di rancori professionali. È una piccola radiografia. Mostra un sistema nel quale i giornali sono spesso strumenti di influenza, i direttori pedine, i lettori pubblico pagante e lo Stato assicurazione sulla vita. Poi, quando il meccanismo si inceppa, qualcuno grida allo scandalo. Ma lo scandalo non è che Angelucci faccia Angelucci. Lo scandalo è fingere di scoprirlo solo quando la porta viene chiusa dall’esterno.

La girandola di poltrone perché nulla cambi

Sallusti torna, dunque. Sechi esce. Libero continua. La giostra riparte. Si potrebbe perfino immaginare un cartello all’ingresso: «Direzione editoriale, cambio rapido, usato garantito». La stampa italiana, intanto, si guarda allo specchio e si rassicura: è ancora libera. Libera di dipendere dagli editori, dalla politica. Libera, quando serve, anche dai contributi pubblici. Libera soprattutto di indignarsi a giorni alterni.

Il problema non è Sechi. Non è nemmeno Sallusti. Il problema è il teatro. Un teatro in cui tutti conoscono la parte, tutti sanno chi paga la sala, tutti fingono sorpresa quando cala il sipario. E noi dovremmo perfino commuoverci per il direttore che scopre il padrone. No, grazie. Al massimo possiamo concedergli un applauso sarcastico. Breve. Educato. Con soldi rigorosamente privati. Forse è giunto il momento di dire basta al finanziamento pubblico dei giornali.

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