Il calcio italiano cambia tutto per non cambiare niente
In Italia le rivoluzioni durano generalmente il tempo di una conferenza stampa. Poi qualcuno apre la rubrica del telefono, scorre l’elenco degli amici e rimette insieme la compagnia.
È andata più o meno così anche questa volta.
Giovanni Malagò, appena eletto presidente della FIGC, ha richiamato Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale e affidato a Claudio Ranieri la direzione tecnica del Club Italia. Due nomi prestigiosi, due uomini di calcio, due professionisti di cui nessuno può discutere l’esperienza.
Ma il problema non sono i nomi. È il metodo.
Secondo la ricostruzione del direttore di Sky Sport Federico Ferri, Malagò incontrò Mancini alla fine di maggio, quando non era ancora presidente della Federazione. Da quell’incontro l’ex commissario tecnico sarebbe uscito con la certezza che, una volta eletto Malagò, sarebbe tornato alla guida degli azzurri. Tanto da contattare subito Lele Oriali per ricomporre il vecchio gruppo. Sky Sport
Se la ricostruzione è esatta, tutto ciò che è accaduto dopo assume l’aspetto di una lunga e piuttosto confusa rappresentazione. L’arrivo di Paolo Maldini e Leonardo, il tentativo con Guardiola, la scelta di Pirlo, il caso Fonbet, le dimissioni di Maldini e Leonardo dopo appena sedici giorni. Infine Mancini. Quello che, forse, era stato scelto fin dall’inizio.
Una specie di casting organizzato quando il protagonista aveva già il copione in tasca.
Mancini non è un raccomandato qualunque
Liberiamoci subito da un equivoco. Roberto Mancini non è un tecnico senza curriculum sistemato dall’amico potente.
Ha vinto campionati, coppe nazionali e una Premier League. Con l’Italia ha conquistato l’Europeo del 2021, costruendo una squadra capace di entusiasmare il Paese e di stabilire una serie record di risultati utili consecutivi.
Non è vero che sia stato l’unico a farci vincere qualcosa nell’ultimo quarto di secolo: nel 2006 Marcello Lippi portò l’Italia al quarto titolo mondiale. Ma Mancini rimane uno dei due soli commissari tecnici che, negli ultimi venticinque anni, abbiano restituito agli azzurri un grande trofeo.
Questo, però, non cancella il resto.
Con Mancini l’Italia mancò la qualificazione al Mondiale del 2022, eliminata dalla Macedonia del Nord. Nell’agosto del 2023 il tecnico rassegnò improvvisamente le dimissioni e, due settimane dopo, firmò un ricchissimo contratto con l’Arabia Saudita. La FIGC aveva appena ampliato i suoi poteri, affidandogli anche il coordinamento delle Nazionali giovanili. Lui salutò tutti e partì. FIGC, Associated Press
In seguito si è pentito, si è scusato e ha riconosciuto di non avere gestito bene quell’addio. Le scuse possono essere sincere e il perdono è una qualità umana apprezzabile. Ma la scelta del commissario tecnico della Nazionale non è un sacramento. Dovrebbe essere il risultato di un progetto, non di un’assoluzione.
Il commissario tecnico come capro espiatorio
Mancini può essere la persona giusta. Può ricostruire un gruppo, valorizzare qualche giovane, ridare dignità alla maglia azzurra. Potrebbe persino riuscire nell’impresa.
Ma siamo sicuri che il problema del calcio italiano sia stato finora soltanto il commissario tecnico?
Dal 2018 l’Italia ha mancato tre Mondiali consecutivi. Sono cambiati presidenti federali, direttori tecnici, allenatori e giocatori. È rimasto il risultato. Quando un fallimento si ripete per tre volte, attribuirlo sempre all’uomo seduto in panchina non è più un’analisi: è un alibi.
I numeri pubblicati dalla stessa FIGC spiegano molto più di qualsiasi conferenza stampa. Nella Serie A 2025-2026 i calciatori non selezionabili per la Nazionale hanno giocato quasi il 68 per cento dei minuti complessivi. Tra i 284 giocatori impiegati mediamente per almeno trenta minuti a partita, soltanto 89 erano italiani. Ancora più impressionante il dato sugli Under 21 selezionabili: appena l’1,9 per cento del minutaggio. Il quarantanovesimo risultato su cinquanta campionati esaminati. Relazione FIGC sul calcio italiano
Possiamo cambiare il commissario tecnico ogni sei mesi, convocare conferenze stampa e annunciare l’ennesimo “nuovo corso”. Ma nessun allenatore può convocare calciatori che nei club non giocano.
Le responsabilità che nessuno vuole
Le responsabilità non sono tutte uguali, ma sono distribuite lungo l’intera filiera.
Le hanno i dirigenti federali, che per anni hanno annunciato riforme rimaste sulla carta. Le hanno i presidenti delle società di Serie A, interessati soprattutto al risultato immediato, ai diritti televisivi e all’acquisto del giocatore già pronto. Le hanno gli allenatori dei club, costretti a vincere subito e quindi poco propensi a rischiare con un diciottenne italiano.
Le hanno anche la politica e il ministero dello Sport, per ciò che riguarda gli impianti, l’attività scolastica, le norme, gli incentivi economici e la capacità di considerare il calcio non soltanto un’industria da tassare o soccorrere, ma un sistema da governare.
Poi ci sono procuratori, settori giovanili, seconde squadre osteggiate per anni, strutture arretrate e società indebitate. Un apparato intero che, dopo ogni eliminazione, celebra il processo al commissario tecnico e si assolve per insufficienza di prove.
La Serie A si è dichiarata contraria al ritorno di Mancini. È una posizione legittima. Diventa meno credibile, però, quando gli stessi club che contestano la scelta del tecnico continuano a concedere ai giovani italiani percentuali di impiego quasi irrilevanti. ANSA
Una restaurazione chiamata nuovo corso
Nel suo programma elettorale Malagò aveva promesso una Federazione capace di uscire dalla gestione dell’emergenza quotidiana, valorizzare i giovani, modernizzare gli impianti e rendere credibili le regole.
Il primo mese è stato invece dominato dall’emergenza: nomine, rinunce, veti, dimissioni e ripensamenti. Alla fine sono arrivati Mancini e Ranieri. Non esattamente una rivoluzione generazionale. Piuttosto una restaurazione presentata come nuovo corso.
Può funzionare. Nel calcio, come nella vita, anche una scelta nata male può produrre risultati eccellenti. Ma una vittoria di Mancini non basterebbe a dimostrare che il sistema sia guarito. Dimostrerebbe soltanto che Mancini è stato bravo.
Se invece dovesse fallire, sappiamo già come andrà. Verrà licenziato il commissario tecnico, si cercherà un altro salvatore e tutti gli altri resteranno al loro posto: presidenti, dirigenti, funzionari, proprietari e portatori di interessi.
Teniamo famiglia. Teniamo gli amici. Teniamo i presidenti, gli apparati e gli alibi.
Gli unici che continuiamo a lasciare fuori sono i calciatori italiani. Dalla Serie A e, ormai con impressionante regolarità, anche dai Mondiali.