Le immagini più impressionanti arrivano dal mare. Migliaia di persone che nuotano, corrono lungo la spiaggia, scavalcano il frangiflutti, si accalcano davanti a una frontiera improvvisamente diventata invisibile. Poi i corpi recuperati dall’acqua, i feriti, i militari nelle strade e una città di poco più di ottantamila abitanti travolta, in poche ore, dall’arrivo di oltre cinquantamila persone.
Per capire quanto accaduto a Ceuta, però, non basta guardare le immagini. Bisogna mettere in fila le date, le dichiarazioni e soprattutto le omissioni.
La domanda non è perché così tanti giovani marocchini volessero raggiungere l’Europa. La povertà, la disoccupazione e la mancanza di prospettive bastano a spiegarlo. La domanda è un’altra: come hanno potuto decine di migliaia di persone arrivare contemporaneamente alla frontiera senza che il poderoso apparato di sicurezza marocchino le fermasse?
Davvero dobbiamo credere che sia stato tutto spontaneo?
Il cancello non era aperto. La frontiera sì
Un video circolato sui social mostra un agente marocchino che apre una barriera e lascia passare i migranti. Quelle immagini, però, non sono attuali: risalgono alla crisi del maggio 2021. Usarle per raccontare quanto accaduto nel luglio 2026 sarebbe scorretto.
Ma non serve che qualcuno apra materialmente un cancello. È sufficiente che smetta di sorvegliarlo.
Secondo le conclusioni attribuite ai servizi d’intelligence spagnoli, il Marocco non avrebbe pianificato l’esodo iniziale, ma avrebbe deliberatamente ridotto i controlli, lasciato che la massa raggiungesse Ceuta e successivamente utilizzato la crisi per i propri interessi politici. In altre parole: Rabat forse non ha acceso la miccia, ma ha deciso di non spegnerla.
È una distinzione utile alla diplomazia, molto meno alla sostanza.
Il governo marocchino attribuisce tutto alle reti criminali, alla disinformazione diffusa sui social e a un’interpretazione distorta di una sentenza del Tribunale Supremo spagnolo. La decisione giudiziaria limita infatti le espulsioni immediate di chi raggiunge Ceuta via mare. È possibile che questa notizia, trasformata nella promessa di una frontiera ormai aperta, abbia spinto migliaia di giovani a partire.
Ma una voce sui social può spiegare perché le persone si siano mosse. Non spiega perché le autorità le abbiano lasciate arrivare fino alla frontiera.
Dieci giorni tra Algeri e Ceuta
Il 20 luglio Pedro Sánchez era ad Algeri. Era la prima visita di un capo del governo spagnolo in Algeria dopo quattro anni di gelo diplomatico. Spagna e Algeria hanno annunciato il rilancio della cooperazione politica, energetica e commerciale.
Dieci giorni dopo, la frontiera di Ceuta è crollata.
L’Algeria è il principale rivale regionale del Marocco e sostiene il Fronte Polisario nella battaglia per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale. Rabat considera ogni avvicinamento tra Madrid e Algeri con estrema diffidenza, tanto più dopo che Sánchez, nel 2022, aveva compiuto una svolta storica riconoscendo il piano marocchino di autonomia del Sahara come la soluzione «più seria, credibile e realistica».
Quel gesto aveva riconciliato la Spagna con il Marocco e aperto una crisi con l’Algeria. Il viaggio del 20 luglio tentava di ricomporre quel rapporto senza rinnegare l’intesa con Rabat. Un equilibrismo diplomatico che evidentemente non tutti hanno gradito.
Non esiste, al momento, una prova pubblica che colleghi direttamente il viaggio di Sánchez alla crisi di Ceuta. Ma esiste un precedente difficile da ignorare.
Nel maggio 2021, durante lo scontro diplomatico provocato dal ricovero in Spagna del leader del Fronte Polisario Brahim Ghali, il Marocco allentò i controlli e circa diecimila persone raggiunsero Ceuta in due giorni. Fu allora che l’Europa scoprì come i migranti potessero essere trasformati in un’arma diplomatica.
Cinque anni dopo, lo schema si ripete. Cambiano i numeri, non il metodo.
L’“effetto chiamata” che non chiama nessuno
Per la destra spagnola ed europea la spiegazione è già pronta: la politica migratoria di Sánchez avrebbe prodotto un gigantesco “effetto chiamata”.
Il leader del Partito popolare Alberto Núñez Feijóo ha accusato il governo di avere perso il controllo della frontiera. Vox ha parlato di “invasione”. Il presidente del Partito popolare europeo Manfred Weber ha collegato direttamente gli arrivi alla regolarizzazione dei migranti decisa da Madrid. La ministra finlandese Mari Rantanen ha definito l’accaduto il risultato del «fallimento assoluto» della politica spagnola.
È una narrazione politicamente efficace. Peccato che non regga alla verifica dei fatti.
La regolarizzazione spagnola riguarda esclusivamente le persone che si trovavano nel Paese prima del primo gennaio 2026 e che possono dimostrare almeno cinque mesi di permanenza. Chi è arrivato a Ceuta il 30 luglio non può beneficiarne.
Inoltre, l’ingresso irregolare a Ceuta non permette automaticamente di raggiungere la Spagna continentale o di circolare nello spazio Schengen. Quella folla non aveva davanti una porta spalancata sull’Europa, ma una piccola enclave dalla quale è quasi impossibile uscire.
C’è poi un altro dato. Prima della crisi, gli arrivi irregolari in Spagna erano diminuiti del 36-37 per cento nel 2026, dopo una riduzione di circa il 40 per cento nel 2025. Sono dati forniti dallo stesso Sánchez durante la conferenza stampa tenuta a Ceuta.
Si può criticare la politica migratoria spagnola. Si può accusare il governo di non avere previsto la crisi e di avere reagito in ritardo. Ma non si può trasformare una frontiera lasciata sguarnita dal Paese confinante nella dimostrazione del fallimento di una regolarizzazione che non riguarda chi l’ha attraversata.
L’Italia e la frontiera immaginaria con la Spagna
Giorgia Meloni ha reagito ripristinando per un mese i controlli sui collegamenti aerei e marittimi provenienti dalla Spagna. Una misura tanto muscolare nelle parole quanto esile nella geografia: Italia e Spagna non condividono neppure un confine terrestre.
Non si tratta, infatti, di una vera chiusura, ma di controlli “mirati e selettivi” sui cittadini extracomunitari in arrivo negli aeroporti e nei porti italiani. Nel frattempo, quasi tutti i migranti entrati a Ceuta erano già tornati in Marocco e quelli rimasti nell’enclave non potevano raggiungere liberamente la penisola spagnola. Chi volesse arrivare in Italia potrebbe comunque transitare attraverso la Francia.
La frontiera dei telegiornali
La frontiera chiusa da Meloni, insomma, è soprattutto quella mostrata nei telegiornali.
Alla presidente del Consiglio si sono immediatamente accodati Antonio Tajani, che ha definito la sospensione di Schengen una scelta “necessaria”, e Matteo Salvini, soddisfatto perché finalmente sarebbe «passata la linea della Lega». Tajani è riuscito persino a parlare di una cittadinanza concessa da Sánchez a migliaia di irregolari, confondendo la cittadinanza con un permesso temporaneo di soggiorno e lavoro.
Ma quando bisogna gonfiare il petto, i dettagli diventano fastidiosi.
È il consueto spettacolo di una politica italiana misera e dalla memoria corta. Nel settembre 2023, mentre in un solo giorno arrivavano a Lampedusa circa seimila persone, Meloni invocava la solidarietà europea e chiedeva a Ursula von der Leyen di raggiungere l’isola. Negli anni in cui la Francia blindava Ventimiglia e l’Austria minacciava controlli e barriere al Brennero, la destra italiana denunciava l’egoismo dei Paesi confinanti e l’abbandono dell’Italia.
Oggi applica alla Spagna lo stesso principio contro il quale protestava allora. La solidarietà europea, per i nazionalisti, è un dovere quando i migranti sbarcano sulle nostre coste e diventa un’imprudenza quando arrivano sulle coste degli altri.
Il Mediterraneo è lo stesso. Cambiano soltanto il governo da colpire e la bandiera dietro cui nascondersi.
Un attacco senza aggressore
Sánchez ha definito quanto accaduto «un attacco e una violazione dell’integrità territoriale della Spagna». Parole nette. Quasi solenni.
Ha però evitato di indicare l’autore dell’attacco.
Il governo spagnolo ha accusato le mafie e contemporaneamente ringraziato il Marocco per la collaborazione nelle operazioni di rientro. Più di 48.000 persone sono tornate oltreconfine in appena due giorni. La frontiera che non aveva funzionato durante l’ingresso ha ricominciato improvvisamente a funzionare durante l’uscita.
Madrid ha bisogno di Rabat per controllare la propria frontiera meridionale. Sánchez lo sa e non può permettersi una nuova crisi diplomatica. La prudenza del governo è quindi comprensibile. Ma la prudenza diplomatica non obbliga a sospendere il giudizio.
Un Paese capace di fermare in condizioni ordinarie migliaia di tentativi di attraversamento non può non vedere decine di migliaia di persone che si concentrano lungo pochi chilometri di costa. Può soltanto decidere di non fermarle.
Non serve immaginare un accordo tra Rabat e le destre europee. È sufficiente constatare la convergenza degli interessi. Il Marocco ha potuto ricordare a Madrid quanto dipenda dalla sua collaborazione; la destra ha ricevuto le immagini necessarie per attaccare Sánchez e presentare ogni politica di integrazione come una resa.
Il bersaglio non era soltanto la frontiera spagnola. Era il governo che avrebbe dovuto difenderla.
I morti trasformati in argomento politico
Il bilancio è ancora provvisorio. Domenica le autorità spagnole attribuivano almeno 72 morti agli ultimi attraversamenti, mentre all’obitorio di Ceuta erano già arrivati 88 corpi, comprendendo anche le vittime dei tentativi avvenuti nei giorni precedenti. Oltre mille persone hanno avuto bisogno di assistenza sanitaria. Alcune sono annegate, altre sono rimaste schiacciate nella calca.
Per Rabat quelle persone sono diventate uno strumento di pressione, per la destra europea, la prova fotografica dell’“invasione”. Per i governi, numeri da respingere, identificare o rimpatriare.
Erano invece uomini, donne e ragazzi convinti che, per qualche ora, una porta si fosse aperta. Qualcuno ha diffuso la voce. Qualcun altro ha lasciato che ci credessero.
Non è necessario dimostrare che il governo marocchino abbia organizzato ogni autobus o coordinato ogni attraversamento per riconoscere la natura politica di quanto è accaduto. È sufficiente osservare che Rabat ha lasciato che la frontiera cedesse quando poteva essere utile e ha ricominciato a controllarla quando il messaggio era ormai arrivato.
Ceuta non dimostra il fallimento della politica migratoria di Sánchez. Dimostra qualcosa di più inquietante: l’Europa ha affidato la difesa dei propri confini a governi che possono decidere, da un momento all’altro, di trasformare quella collaborazione in un ricatto.
E quando il guardiano vuole ricordare chi possiede le chiavi, gli basta aprire la porta. O, più semplicemente, voltarsi dall’altra parte.