Oggi: 10 Ottobre 2026
Immagine creata con IA a puro scopo descrittivo.
4 Agosto 2026
7 mins read

Il giornalismo al guinzaglio della politica

Un ricordo dell’esame di Stato del 1998 apre una domanda rimasta intatta: può esistere un giornalismo davvero senza padrone? Le regole ci sono, ma tra lottizzazione, precarietà, carriere e autocensura, l’indipendenza resta troppo spesso una dichiarazione d’intenti.

Non idoneo, si ripresenti

Nel 1998, durante l’esame di Stato per diventare giornalista professionista, fui bocciato per una risposta giudicata insufficiente.

Mi avevano chiesto di indicare le differenze tra lo Statuto Albertino e la Costituzione repubblicana. Risposi brevemente, ripetendo quasi a pappagallo le poche righe che ricordavo dagli appunti: lo Statuto Albertino era una concessione del sovrano ai sudditi; la Costituzione, invece, era la legge fondamentale che l’Italia repubblicana si era data.

Una risposta sintetica, lo riconosco. Forse persino scolastica. Ma ritenevo che potesse essere sufficiente nell’ambito di un esame composto da molte domande.

Il mio interlocutore, un noto giornalista, già direttore di un quotidiano e all’epoca in pensione, la giudicò invece lacunosa. Gli risposi che, se voleva, avrei potuto raccontargli ciò che conoscevo molto meglio: il mio lavoro di freelance, la libertà e la precarietà di un giornalista senza padrone, costretto a lavorare sempre «con due piedi in una scarpa».

Usai esattamente quell’espressione siciliana, sapendo che anche lui era siciliano e che ne avrebbe compreso perfettamente il significato.

Mi rispose che giornalisti di quel genere non esistevano e che, se qualcuno pretendeva di lavorare in quel modo, allora non era un vero giornalista. Aggiunse che, se davvero pensavo di esercitare così la professione, evidentemente non ero adatto a superare l’esame.

Qualche anno più tardi, il giornale che aveva diretto e alcuni dei suoi ex colleghi finirono coinvolti in inchieste giudiziarie su presunte mazzette e rapporti opachi con il potere politico e con alcune grandi aziende energetiche.

Non ne ricavai alcuna soddisfazione. Mi tornò soltanto in mente quella frase: i giornalisti senza padrone non esistono.

Sei mesi più tardi tornai a sostenere l’esame. Questa volta a interrogarmi fu un giornalista che lavorava al desk grafico di un importante quotidiano, uno di quelli che ogni giorno costruivano e impaginavano le pagine.

Mi chiese che cosa mi spingesse ad attraversare mezzo mondo per scattare una fotografia. Gli risposi candidamente che non lo sapevo. Forse la passione, forse la curiosità, forse il bisogno di vedere con i miei occhi. Ma non ero certo che bastasse una sola parola a spiegare tutto.

A quel collega non servì una risposta imparata a memoria. Gli bastò capire che avevo più dubbi che certezze. Fui promosso.

Ripensandoci oggi, forse il giornalismo comincia proprio da lì: dalla capacità di dubitare. Di una dichiarazione, di una versione ufficiale, persino delle proprie convinzioni. Il dubbio non è debolezza. È il primo strumento di lavoro di chi dovrebbe verificare i fatti prima di raccontarli.

Quando l’informazione diventa appartenenza

A quasi trent’anni di distanza, la domanda non è più se per diventare giornalisti sia più importante conoscere le differenze tra lo Statuto Albertino e la Costituzione. La domanda è se un giornalista sappia ancora distinguere l’informazione dalla propaganda, l’indipendenza dalla militanza, la critica dall’obbedienza.

E soprattutto: quale prezzo paga la società per un giornalismo asservito, interessato o perfino prezzolato? Contano di più le opinioni di chi scrive oppure i fatti che dovrebbe raccontare?

Forse la subordinazione del giornalismo alla politica non è una prerogativa soltanto italiana. Basta guardare oltreoceano, dove interi canali televisivi e grandi giornali fanno apertamente il tifo per questo o quel candidato, trasformando l’informazione in una curva da stadio.

Ma questo non dovrebbe consolarci. In Italia siamo riusciti a fare persino meglio: abbiamo trasformato la partigianeria in una pratica quotidiana, mantenendo però l’aria compunta dell’imparzialità. Altrove l’appartenenza viene dichiarata. Da noi viene spesso nascosta dietro una sigla, una scrivania, un telegiornale o la rassicurante etichetta del servizio pubblico.

Il risultato è un giornalismo che pretende di raccontare la politica mentre, troppo spesso, finisce per esserne raccontato, orientato e perfino selezionato.

Il problema non sono le opinioni

Un giornalista può avere idee politiche. Sarebbe ingenuo pretendere il contrario. Non è una macchina registratrice, non osserva il mondo da una stanza sterile e non lascia le proprie convinzioni all’ingresso della redazione.

Il problema nasce quando le opinioni modificano i fatti. Quando una notizia viene ingigantita se danneggia l’avversario e ridimensionata se imbarazza l’amico, e quando la stessa frase diventa uno scandalo oppure una semplice battuta a seconda di chi l’ha pronunciata. Quando l’inchiesta viene invocata contro gli altri e definita «giustizia a orologeria» se riguarda la propria parte politica.

La distinzione tra fatti e opinioni dovrebbe essere elementare. I fatti devono essere verificati, completi e presentati senza omissioni decisive. Le opinioni devono essere riconoscibili come tali. Si può essere schierati, ma non si può truccare il campo.

L’obiettività assoluta, probabilmente, non esiste. L’onestà intellettuale, invece, dovrebbe esistere eccome.

Le regole ci sono

La legge professionale impone ai giornalisti il rispetto della «verità sostanziale dei fatti», insieme ai doveri di lealtà, buona fede e rettifica. Il Codice deontologico entrato in vigore il 1° giugno 2025 richiama esplicitamente l’autonomia, l’indipendenza e la completezza dell’informazione.

Dunque, almeno sulla carta, sappiamo benissimo a quali principi dovrebbe rispondere un giornalista.

La domanda vera è un’altra: chi controlla che quei principi vengano rispettati? E soprattutto, che cosa accade quando la violazione non consiste nella pubblicazione di una notizia falsa, ma nella sistematica omissione di quelle scomode? Come si sanziona un’intervista addomesticata? Come si misura una domanda non fatta? Quale organismo disciplinare può occuparsi di un’intera redazione che cambia improvvisamente linea quando cambia il governo?

La subordinazione politica raramente lascia impronte. Non ha bisogno di ordini scritti. Vive di consuetudini, carriere, inviti, promozioni, accessi privilegiati e telefonate che, qualche volta, non è nemmeno più necessario fare.

Il guinzaglio invisibile

La politica contemporanea non ha bisogno di censurare i giornalisti. Le basta scegliere con chi parlare, premiare chi non disturba, concedere anticipazioni agli amici ed escludere chi insiste nel fare domande.

Il giornalista impara rapidamente quali argomenti facilitano una carriera e quali, invece, possono chiudere una porta. A quel punto la censura diventa autocensura. Il limite non viene più imposto dall’esterno: viene interiorizzato.

Il vero capolavoro del potere non è mettere a tacere un giornalista. È convincerlo che il silenzio sia una sua libera scelta.

Nasce così una zona grigia nella quale il cronista diventa confidente del politico, il commentatore ne interpreta quotidianamente il pensiero e il conduttore televisivo si trasforma in un suggeritore. Le domande vengono concordate, quelle successive evitate e la contraddizione sostituita con il garbato passaggio al tema seguente.

Il politico non viene intervistato: viene accompagnato.

La grande lottizzazione

La Rai è soltanto la rappresentazione più visibile di un’abitudine antica. Ogni maggioranza promette di liberare il servizio pubblico dall’occupazione precedente e, appena arriva al governo, procede a occuparlo con maggiore convinzione.

Cambiano i direttori, i programmi, i conduttori e gli ospiti. Cambiano persino le parole utilizzate per descrivere gli stessi fenomeni. Chi ieri denunciava l’ingerenza politica oggi la chiama riequilibrio. Chi oggi protesta, molto probabilmente, tornerà a considerarla pluralismo quando toccherà alla propria parte nominare presidenti e dirigenti.

La lottizzazione è una delle poche pratiche italiane veramente bipartisan.

La questione è ancora più grave perché il servizio pubblico resta, secondo la Relazione annuale AGCOM 2026, il mezzo di informazione considerato in assoluto più affidabile da oltre il 40 per cento degli italiani. Proprio per questo la sua indipendenza non può essere trattata come il bottino elettorale del vincitore.

La debolezza economica non è un dettaglio

Sarebbe però troppo facile attribuire ogni responsabilità ai singoli giornalisti. Una categoria precarizzata, sottopagata e ricattabile difficilmente può essere davvero libera. L’indipendenza professionale richiede anche una certa indipendenza economica.

Un collaboratore pagato pochi euro ad articolo, senza garanzie e sempre in attesa del rinnovo di un incarico, non possiede la stessa libertà di chi può permettersi di dire di no. La precarietà non produce necessariamente servilismo, ma crea il terreno sul quale il servilismo può crescere senza incontrare troppi ostacoli.

Questo spiega molte cose. Non le assolve.

Esistono ancora giornalisti che lavorano con rigore, affrontano querele, pressioni, minacce e isolamento professionale. Proprio la loro esistenza dimostra che un altro giornalismo è possibile. E rende ancora meno giustificabile il comportamento di chi, disponendo di mezzi, stipendi e visibilità, sceglie ugualmente la comodità dell’obbedienza.

Una categoria che giudica poco se stessa

I giornalisti sono inflessibili quando devono valutare politici, magistrati, medici, insegnanti o forze dell’ordine. Diventano molto più prudenti quando dovrebbero esaminare il proprio mestiere.

Si parla poco dei conflitti d’interesse degli editori, delle porte girevoli tra redazioni, uffici stampa e candidature politiche, delle amicizie trasformate in fonti e delle fonti trasformate in protettori. Si discute ancora meno del potere dei direttori di decidere non soltanto come raccontare una notizia, ma se quella notizia debba esistere.

Eppure la prima responsabilità del giornalismo non è verso l’editore, il direttore, il governo o il partito. È verso il lettore. La libertà di stampa non è un privilegio concesso ai giornalisti: è un diritto dei cittadini.

Il giornalismo deve disturbare

Il compito del giornalismo non è essere contro la politica. È controllarla. Non deve sostituirsi all’opposizione, ma non può nemmeno diventare la prosecuzione dell’ufficio stampa con altri mezzi.

Un giornalista non dimostra la propria indipendenza attaccando sempre qualcuno. La dimostra applicando lo stesso rigore agli amici e agli avversari, facendo domande anche quando rischia di perdere l’intervista successiva, pubblicando una notizia anche quando scontenta il proprio pubblico.

La libertà di stampa non si misura dal numero dei giornali in edicola o dei talk show in televisione. Si misura dalle domande che il potere non vorrebbe ascoltare e che qualcuno continua ugualmente a porre.

Quando quelle domande scompaiono, resta soltanto un grande ufficio stampa nel quale ognuno indossa il tesserino da giornalista, ma lavora per una parte.

L’esame che oggi spetta ai lettori

Perché ho ricordato proprio oggi quell’esame lontano del 1998 e i doveri di un giornalista? Perché viviamo in un tempo nel quale la Rai continua a essere lottizzata, molte testate sono concentrate nelle mani di pochi, pochissimi editori e gli interessi principali di alcuni di loro si trovano ben lontano dall’informazione.

Oggi aprire un giornale, seguire un telegiornale o ascoltare un commento richiede un esercizio preliminare tutt’altro che semplice. Prima ancora di valutare ciò che viene detto, bisogna capire chi sta scrivendo, chi sta parlando, a quale testata appartiene, chi è il suo editore e quali interessi rappresenta. Un esercizio per il quale non tutti possiedono il tempo, gli strumenti o le conoscenze necessarie.

Ed è forse questo il fallimento più grave del giornalismo contemporaneo: avere trasformato il diritto a essere informati in un esame quotidiano affidato ai lettori. Un esame molto più difficile di quello che sostenni nel 1998. E che, a differenza di allora, nessun cittadino dovrebbe essere costretto a superare per esercitare un proprio diritto.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

archivio

Vita da boomer Nuova Stagione

Previous Story

Ceuta, la frontiera usata come arma contro Sánchez

Next Story

Frontiere immaginarie, controlli da smantellare

Latest from Blog

Le foto del genocidio abbellite e colorate

Vice, il gruppo media internazionale costretto a scusarsi e a rimuovere le foto ritoccate delle vittime di Pol Pot In queste ore in Cambogia sta facendo molto discutere il caso della testata

CaroCOVIDiario

Nel pieno del lockdown, mentre stavamo ancora rinchiusi e attaccati ai social più del solito, leggevo il diario che tutti i giorni Amedeo postava sulla sua pagina Facebook. Man mano che i

La sicurezza e il tabù della sinistra

I reati complessivi calano, ma la paura cresce. La destra occupa da anni il tema della sicurezza, mentre la sinistra appare ancora incerta. E così ogni episodio di cronaca diventa una rendita

Liberisti col portafoglio degli altri

La proposta di riforma della medicina generale arriva mentre mancano già migliaia di medici di base e la sanità diventa sempre più a pagamento. Il paradosso? Chi ha meno rischia di perdere

Quell’11 settembre

«Dov’ero quel giorno che…». Venticinque anni dopo l’11 settembre, il ricordo personale di una giornata che cambiò il mondo e di un ritorno a New York, un anno più tardi, per raccontare

Quando la politica compra l’elettore

Cinquemila dollari in cambio di una vittoria repubblicana. Trump porta all’estremo un meccanismo che conosciamo bene anche in Italia: trasformare paure, bisogni e fragilità degli elettori in promesse monetarie.

La strage ignorata del 7 ottobre

«Dite loro di aspettarsi un terremoto». Secondo un’inchiesta israeliana, Netanyahu avrebbe ricevuto un avvertimento esplicito prima del 7 ottobre. Non è la prova di un complotto, ma rende inevitabile una domanda: cosa

La Sardegna come l’Albania

Dopo i centri per migranti in Albania, il governo sceglie la Sardegna come principale polo italiano del carcere duro. Fino a 250 detenuti al 41-bis, circa un terzo del totale nazionale. E

Il filo nero che attraversa le nostre fragilità

Una famiglia distrutta dalla disperazione di fronte alla disabilità. Un partito tedesco che propone di separare i bambini disabili nelle scuole. Nel mezzo, l’Europa che vira a destra e una domanda: cosa

Ascolta il mio Podcast

Go toTop

Don't Miss

Quell’11 settembre

«Dov’ero quel giorno che…». Venticinque anni dopo l’11 settembre, il

Quando la politica compra l’elettore

Cinquemila dollari in cambio di una vittoria repubblicana. Trump porta