Il grande bluff
In politica il rumore serve spesso a coprire ciò che avviene in silenzio. Si alza la voce su una frontiera che non c’è, si organizza una disputa diplomatica, si pronunciano parole come “sicurezza nazionale” e “difesa dei confini”. Intanto il governo mette mano a uno dei confini che contano davvero in una democrazia: quello tra chi esercita il potere e chi deve controllarlo.
È accaduto anche in queste ore. Da una parte lo scontro con Madrid e la sospensione di Schengen nei collegamenti con la Spagna. Dall’altra, quasi fuori campo, il via libera preliminare al decreto che riorganizza la Corte dei conti. La prima operazione ha prodotto titoli. La seconda rischia di produrre conseguenze durature.
La grande frontiera che non c’è
L’Italia non ha confini terrestri con la Spagna. È un dettaglio geografico, ma in tempi di propaganda anche la geografia può diventare un’opinione. Il governo ha sospeso temporaneamente il regime di libera circolazione sui collegamenti dalla penisola iberica, presentando la misura come necessaria dopo l’arrivo di decine di migliaia di migranti a Ceuta.
Nella realtà, la “chiusura” non ha chiuso quasi nulla. I cittadini europei hanno continuato a viaggiare normalmente. I controlli hanno riguardato in modo selettivo cittadini di Paesi terzi in arrivo via mare o in aereo e, nei primi giorni, non hanno prodotto alcun fermo. Il governo ha poi annunciato cinquecento nuovi agenti, ma quel personale servirà soprattutto a gestire le procedure accelerate previste dai nuovi obblighi europei, non a presidiare un’improbabile linea del Piave tra Roma e Madrid.
Dal vertice europeo è poi arrivata la conferma che nessun migrante entrato a Ceuta aveva raggiunto la Spagna continentale. Il commissario agli Affari interni, Magnus Brunner, ha spiegato che Schengen non era stato messo in pericolo. La quasi totalità delle persone entrate nell’enclave era già tornata in Marocco.
Insomma, la minaccia contro la quale Roma aveva alzato il ponte levatoio non era mai arrivata al castello.
Il modello Albania rimasto sul tavolo
Il vertice doveva servire anche a rilanciare il “modello Albania”: una rete di hub per i rimpatri da aprire in Paesi terzi e finanziare con denaro comunitario. Il ministro Matteo Piantedosi ha presentato l’Italia come apripista e ha chiesto all’Unione di superare quelli che il governo considera vecchi tabù ideologici.
Non è andata così. Il piano italiano non è stato respinto con un voto solenne. Ha subito una sorte politicamente persino peggiore: nessun via libera. I ministri si sono concentrati su Ceuta, hanno espresso solidarietà alla Spagna e ipotizzato aiuti a Madrid per rafforzare il confine esterno. Sugli hub nei Paesi terzi, nessuna decisione.
In Albania il modello ha mostrato finora più letti vuoti che rimpatri, più contenziosi che risultati. Eppure ogni crisi diventa l’occasione per rimetterlo in vetrina. Se il prodotto non si vende, si cambia la confezione e si chiede a Bruxelles di pagare il conto.
Il blitz che conta davvero
Mentre l’operazione spagnola si sgonfiava, il Consiglio dei ministri approvava in via preliminare il decreto che riorganizza la Corte dei conti. È questo il passaggio che meriterebbe l’apertura dei telegiornali. La Corte controlla la legittimità degli atti pubblici, vigila sul bilancio dello Stato e accerta le responsabilità per i danni alle casse pubbliche.
L’articolo 100 della Costituzione è chiarissimo: la legge deve assicurare l’indipendenza della Corte e dei suoi componenti di fronte al governo. Il controllato non può scegliere forza e raggio d’azione del controllore secondo la propria convenienza.
La riforma approvata all’inizio dell’anno aveva già ristretto diversi spazi. Per i danni causati con colpa grave ha introdotto un doppio limite ai risarcimenti: non oltre il 30 per cento del danno accertato e, comunque, non oltre due annualità lorde di retribuzione. Ha previsto il silenzio-assenso sui pareri richiesti alla Corte quando questa non risponde entro trenta giorni. Ha inoltre subordinato il controllo concomitante sui grandi programmi pubblici alla richiesta delle Camere, del governo o dell’amministrazione interessata.
Ora lo schema accentra poteri nelle mani del procuratore generale a Roma, consentendogli di accedere agli atti delle procure regionali e, in determinati casi, di avocare i fascicoli. Per le contestazioni superiori a dieci milioni di euro rivolte agli amministratori locali, gli atti d’accusa dovrebbero passare dalla sua firma. Si riducono sezioni centrali e si separano più rigidamente le funzioni requirenti da quelle giudicanti.
Il governo presenta tutto questo come una cura contro la “paura della firma”. Il problema esiste. Ma non si risolve rendendo più difficile accertare chi ha sprecato denaro pubblico. L’efficienza non può diventare un sinonimo elegante di minore responsabilità. E la velocità non è una virtù se serve soltanto ad arrivare prima al danno.
Il controllo che diventa fastidio
I magistrati contabili hanno chiesto un rinvio e un confronto con la presidente del Consiglio. Non sono stati ascoltati. La loro Associazione denuncia una compressione dell’autonomia e il rischio di una struttura gerarchica capace di condizionare le procure territoriali. È stato perfino evocato uno sciopero in autunno.
Il governo nega di voler punire la Corte. Sarebbe grossolano sostenere che la riforma sia nata soltanto dalle decisioni sgradite all’esecutivo, compreso lo stop al Ponte sullo Stretto. Ma sarebbe ingenuo ignorare il clima: ogni controllo viene raccontato come un intralcio, ogni giudice che solleva un problema diventa un avversario, ogni limite un sabotaggio.
È qui che i singoli provvedimenti compongono un disegno. Il Parlamento troppo spesso ridotto a ratificare decreti e fiducie. La magistratura descritta come un contropotere ostile. L’informazione pubblica occupata. Gli organi di garanzia sopportati finché non ostacolano il governo. Non serve abolire le istituzioni: basta svuotarle un poco alla volta, accentrare le decisioni e rendere il controllo meno efficace.
Il rumore e il silenzio
La polemica con Madrid è stata perfetta. Ha offerto nemici esterni, confini da difendere e orgoglio nazionale da esibire. Ha occupato le prime pagine mentre il provvedimento sulla Corte dei conti passava quasi in sordina, alla vigilia della pausa estiva.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La frontiera spagnola non ha fermato nessuno, Schengen non era in pericolo e il modello Albania non ha ottenuto il sigillo europeo. In compenso, il decreto che può indebolire il controllo sulla spesa pubblica ha compiuto un passo avanti.
Le frontiere con la Spagna torneranno presto alla normalità e probabilmente nessuno si accorgerà della differenza. La breccia aperta nei controlli, invece, potrebbe restare. Perché il confine più importante non è quello immaginario tra Italia e Spagna. È quello, molto reale, che deve separare chi governa da chi ha il dovere di controllarlo.