Dove comincia il dilemma
Roberto Vannacci ha i voti. Giorgia Meloni ne ha bisogno. Il ragionamento sembrerebbe finito qui.
Invece è proprio qui che comincia.
Perché i voti non sono pacchi postali. Non basta prenderli da una parte, caricarli su un furgone e consegnarli tutti insieme a Palazzo Chigi. Ogni voto appartiene a una persona. E ogni persona, quando cambia la coalizione, può cambiare idea.
La domanda, allora, è molto semplice: ma davvero Vannacci porterà il centrodestra alla vittoria? E siamo sicuri che l’elettore moderato, liberale ed europeista accetterà di sedersi allo stesso tavolo con il populismo aggressivo e i toni xenofobi del generale?
La somma che non torna
Il sondaggio Ipsos racconta il problema meglio di molti discorsi.
Senza Futuro Nazionale, il centrodestra si ferma al 40,8 per cento. Il fronte progressista arriva al 44,6. Quasi quattro punti di distanza: troppi per far finta di niente.
Poi si aggiunge il 7,1 per cento attribuito al partito di Vannacci. Sulla carta tutto si sistema: il centrodestra sale al 47,9 e torna davanti.
Facile. Forse troppo facile.
Quando Ipsos non si limita a sommare i simboli, ma chiede agli elettori come voterebbero davanti a una vera alleanza tra Meloni e Vannacci, il risultato cambia. Il centrodestra scende al 45,4 per cento e il campo progressista sale al 45.
Altro che vittoria sicura. È un pareggio.
Tra la coalizione immaginata con la calcolatrice e quella sottoposta agli elettori spariscono due punti e mezzo. Non è un dettaglio statistico. È il cuore del problema politico.
Vannacci porta voti, ma ne fa scappare altri. Attrae una parte della protesta, ma spaventa una parte del centro. Rafforza la destra radicale, ma finisce anche per mobilitare chi non vuole vederla al governo.
La matematica dice: aggiungi sette. La politica risponde: dipende.
I moderati dove vanno?
Per anni Forza Italia ha rivendicato di essere la componente moderata, liberale ed europeista della coalizione. Antonio Tajani continua a presentarla così. Ma che cosa resta di questa identità se il baricentro del centrodestra si sposta ancora più a destra?
Un elettore che sceglie Forza Italia perché cerca stabilità, rapporti solidi con l’Europa e un linguaggio istituzionale potrebbe ritrovarsi alleato con un partito cresciuto attraverso parole d’ordine identitarie, provocazioni continue e una rappresentazione dello straniero come minaccia.
Resterà comunque? Si turerà il naso? Si asterrà? Cercherà un’altra casa?
Non basta ripetere che il centrodestra è una coalizione plurale. Anche una casa può avere molte stanze. Ma se qualcuno sfonda i muri e cambia la facciata, non è detto che tutti gli inquilini decidano di rimanere.
Questo è il punto che la destra sembra voler nascondere: accogliere Vannacci non significa aggiungere semplicemente un altro partito. Significa cambiare natura alla coalizione.
E l’elettore moderato non è un soprammobile. Non resta fermo dove lo hanno messo i dirigenti di partito.
Non sono sette punti nuovi
C’è poi un altro equivoco. Il 7,1 per cento di Futuro Nazionale non arriva da Marte.
Secondo Ipsos, il 31 per cento degli attuali elettori di Vannacci proviene da Fratelli d’Italia e il 25 per cento dalla Lega. Più di un terzo arriva invece dall’astensione.
Il generale, dunque, in parte riporta nella coalizione voti che ha già sottratto agli stessi partiti del centrodestra. In parte risveglia persone che prima non votavano e che potrebbero tornare a non farlo. Non arriva con sette punti nuovi, puliti e garantiti.
Non è una valigia piena di voti da appoggiare sul tavolo di Meloni. È un elettorato inquieto, arrabbiato e mobile. Un elettorato che ha scelto Vannacci anche perché lo considera diverso dalla destra che governa.
Se il generale si accordasse con quella stessa destra, quanti continuerebbero a seguirlo?
Anche qui la risposta è meno scontata di quanto sembri.
Chi pagherebbe il conto?
Un sondaggio YouTrend mostra con chiarezza dove si trova la frattura. Tra gli elettori di Fratelli d’Italia, il 53 per cento è favorevole all’ingresso di Futuro Nazionale nella coalizione. Tra quelli di Vannacci, i favorevoli salgono al 61 per cento.
Ma tra gli elettori di Forza Italia, Lega e Noi Moderati il quadro si rovescia: il 48 per cento è contrario e soltanto il 26 per cento favorevole. I sottogruppi hanno numeri ridotti e vanno letti come un segnale, non come una misura al millimetro. Ma il segnale è forte.
L’accordo piace soprattutto a chi pensa di guadagnarci. Preoccupa chi teme di pagarne il prezzo.
Forza Italia rischierebbe di diventare la foglia di fico moderata di una coalizione sempre più radicale: utile nelle fotografie europee, molto meno quando si decidono linea politica, candidati e programma.
Per Matteo Salvini la situazione sarebbe perfino più umiliante. Dovrebbe accogliere l’uomo che ha svuotato la Lega, l’ha superata nei sondaggi e si presenterebbe al tavolo con più voti e più forza contrattuale.
Vannacci non entrerebbe per occupare una sedia in fondo alla stanza. Chiederebbe collegi, ministeri, spazio nel programma e potere sulle decisioni. Più cresce, più il conto sale.
Prima nemici, poi alleati
Soltanto poche settimane fa Meloni accusava i parlamentari di Futuro Nazionale di votare con le opposizioni e di fare il gioco della sinistra. Vannacci rispondeva dichiarandosi pronto a entrare nella coalizione, ma alle proprie condizioni.
Prima traditori. Poi possibili alleati. La politica italiana è abituata a queste giravolte e gli elettori hanno memoria corta. Ma non sempre cortissima.
Soprattutto, gli insulti si possono dimenticare. I rapporti di forza no.
Meloni ha bisogno di Vannacci per evitare che la divisione della destra consegni il primo posto agli avversari. Vannacci, invece, può anche correre da solo: i sondaggi lo collocano ben sopra la soglia necessaria per entrare in Parlamento.
La premier ha fretta. Il generale può aspettare. E ogni punto guadagnato rende più alto il prezzo del suo sì.
La scelta tra due rischi
Meloni si trova così davanti a due strade, entrambe pericolose.
Se tiene Vannacci fuori, rischia di perdere le elezioni. Se lo porta dentro, rischia di perdere i moderati, di mobilitare la sinistra e di consegnare al generale un enorme potere dentro la coalizione.
Senza Vannacci potrebbe non avere i numeri per vincere. Con Vannacci potrebbe non avere più la coalizione con cui ha vinto nel 2022.
È questo il paradosso. Il generale può diventare la stampella che tiene in piedi il centrodestra. Ma una stampella aiuta a non cadere: non garantisce di correre più veloce.
E allora torniamo alla domanda iniziale. Davvero Vannacci porterà il centrodestra alla vittoria?
Forse. Ma quale centrodestra?
Quello moderato, europeista e rassicurante che Tajani prova ancora a rappresentare? Oppure una destra più radicale, nazionalista, aggressiva, costruita sulla paura dello straniero e sulla ricerca continua di un nemico?
Si può chiedere agli elettori moderati di accettare tutto in nome della vittoria. Non si può obbligarli a farlo.
Le segreterie sommano. Gli elettori scelgono. E qualche volta se ne vanno.
La vera domanda, dunque, non è se Meloni abbia bisogno di Vannacci. I numeri dicono di sì. È se i moderati abbiano ancora bisogno di un centrodestra che assomiglia sempre di più a Vannacci.